giovedì 13 giugno 2013

"In humanitatem spiritus". In margine ad un libro di Maurizio Malaguti

Ripubblico qui un mio scritto già apparso sulla rivista elettronica "Diapsàlmata", ora, almeno temporaneamente, non più accessibile.

Si potrebbe davvero dire, per citare Dante, assai caro all'autore, che In humanitatem spiritus di Maurizio Malaguti (I Martedì, Bologna 2005) è un libro «al quale ha posto mano e cielo e terra». Queste pagine sembrano fondere l'immediatezza esperienziale di chi vive nell'essere con le alte speculazioni intorno all'Essere supremo, alla superessentialis divinitas come dice l'Areopagita.
In humanitatem spiritus: c'è, in quell'accusativo, tutta la tensione di un andare-verso, di un farsi incontro all'Essere nella misura in cui esso stesso, pur se velato, larvato, absconditum, si fa incontro a noi; non tanto un esser-ci inteso come gettatezza, deiezione, alienazione, differenza ontologica, quanto come possibilità di incontro, di pienezza, di illuminazione, pur nell'abisso del totalmente Altro, del totaliter Aliud.
Chi legga il libro en poète può essere sedotto dall'immagine simbolista del «visible et serein souffle artficiel / De l'inspiration, qui regagne le ciel». Anche quel souffle, benché filtrato dall'ars, dall'artificium, è in humanitatem spiritus: se l'uomo è imago Dei, prole celeste (e lo diceva già Cleante nell'Inno a Zeus - Zeus già identificato con il Logos), allora egli trova davvero se stesso solo nel regno celeste, e la sua essenza è Parola, voce, canto, respiro interiore.
E l'uomo stesso, e insieme la parola poetica, sono “Trinità riflessa", come diceva Agostino, o, per usare la metafora cui ricorre Malaguti, inspirazione ed espirazione (la poesia "cristallo di respiro", diceva Celan), palpito uno e duplice che giustappone ed unisce il Sé come sé e il Sé come altro, l'individualità come soggetto di conoscenza e di coscienza e l'individualità stessa come estroflesso oggetto, anche enigmatico, come quaestio che l'uomo pone a se stesso, anzi che egli è, ineludibilmente, a se stesso; e fra l'uno e l'altro movimento, fra la sistole e la diastole, corre, fiamma sottile, il soffio del Pneuma, dello Spirito, come fuoco e calore intellettuale che fluisce ed anima.
Quella del respiro ‒ della biblica ruah ‒ è una delle più rilevanti metafore speculative a cui l'autore fa ricorso. «Inspirium ed espirium si alternano in successione continua. (...) In modo diverso e più alto, c'è nell'essere un alterno raggiare che pone il novum e lo richiama alla origine». Ogni singolo atto conoscitivo ha le proprie radici nell'origine, nella primalità, nell'eterno, nel Principio ‒ in quell'Arché in cui dimorava il Logos.
Malaguti rilegge l'eterno ritorno di Nietzsche non come ossessione paralizzante, come fonte di angoscia, come anello da infrangere o serpe a cui schiacciare la testa, ma come apertura del Chronos all'Aevum (o meglio alla molteplicità degli aeva), della temporalità a ciò che sta al di sopra del tempo eppure lo fonda, e nel tempo, a tratti, balena, trapela, percola, negli istanti epifanici dell'intuizione metafisica, in cui si fondono credere e comprendere, fede e ragione.
Ogni forma, ogni esistente, ogni linguaggio non scaturiscono dall'assoluto nulla. Vi è una Verità antecedente, anteriore, che a tutto conferisce sostanza, ordine, scopo.
Quel Principio pare dimorare nel silenzio, nell'assoluto nulla. «Siamo una flebile voce al confine estremo dell'esistenza», creature fragili, sospese sorti, quasi-nulla.
Eppure, come l'autore osserva citando Dante, dall'eternità fuori del tempo «s'aperse in nuovi fior l'eterno amore». L'uno si esplica, si effonde, manifestandosi, ma senza dissiparsi e disperdersi, nel molteplice; e, per converso, il volto sfaccettato dell'esistente, la variopinta epifania del creato, le vie innumeri dell'esperienza, sono il riflesso e il riverbero indiretti, analogici, dell'unità, del Principio originari, da cui sgorgano, che presuppongono, e di cui sono manifestazione.
La Mistica, come questo libro varrebbe da solo a dimostrare, non esclude la consapevolezza intellettuale; essa anzi si fa riflessione sull'indicibile, su ciò intorno a cui "si deve tacere", sul soffio ad un nulla dal silenzio, e dunque, di riflesso, sul linguaggio stesso. (Questo è, per inciso, il vero fondamento e il vero nerbo del discorso poetico; che è sempre confronto con l'Altro, prossimità al Mistero).
Respiro e riflesso sono, per l'autore, metafore del nesso, e del movimento, duplici ed unitari, che legano essenza ed esistenza, divino ed umano, origine e divenire.
Ma, oso aggiungere io, luce e respiro paiono essere legati, anche a livello linguistico, all'idea dell'essere ‒ eheye, in ebraico, es/s nella radice indoeuropea (d'origine pronominale, osservava Alfredo Trombetti, a riprova, secondo un platonico cristiano come Francesco Acri, che l'idea e l'espressione dell'essere nascevano da una realtà originaria, non da una convenzione a posteriori, comportamentistica), soffi lievissimi, poco al di sopra del silenzio ‒ Logos eon aei, Logos sempiterno, Aiòn, nell'inno di Cleante, apertura e chiusura del respiro, dilatazione e riposo, slancio e ripiegamento, come nelle sillabe sacre delle più diverse culture, Amen Amon Aum ‒ e insieme *dj, alla base, forse, dell'impronunciabile tetragramma divino JHWH così come di Dyaus, Dios, deus, Divino e Luminoso, solidità del fondamento, del basamento (Dalet) e insieme Yod, slancio sottile e lievissimo verso l'inafferrabilità dell'aria, l'impalpabilità dei cieli.
El, Helios, Ra ‒ liquida e rotante, l'assiduità del fluire e l'iteratività della ripetizione, dell'eterno ritorno ‒ «lume in forma di rivera», luce fluente della divinità, e insieme rhysmòs, ritmo, scansione, movenza che torna su se stessa, ma anche gorgo che riconduce al fondo del silenzio in cui è chiuso il mistero di ogni umana origine; phu, phaino, phòs, fui ‒ essere come luce, come venire-alla luce, salire ad luminis oras divinus radius sive divina gloria, dice Dante ‒ Logos, essere come parola-luce, kleos clamor gloria (forse da una stessa radice, kl/gl/lg, con lenizione e metatesi): forza dell'essere che chiama, che richiama a sé e raccoglie e riunisce le proprie molteplici espressioni, dopo averle disseminate (il logos spermatikós, la ratio seminalis, di patristica memoria, citati da Malaguti) per il cosmo; «Amore onne cosa clama», dirà un poeta, divinamente invasato.
Verum e Veritas come Velia-Helia-Vesta-Hestìa, sede dimora fondamento, luogo dell'essere e della prossimità all'essere, Casa dell'Essere si direbbe con Heidegger ‒ ma insieme fuoco, fiamma vitale, ardore dell'universo, altare igneo del tutto, e da cui tutto riceve luce e vita.
Il libro suggerisce un'ulteriore, credo non arbitraria, riflessione. Forse, un argomento, un'eco, una traccia dell'essere l'uomo figlio del Verbo (e dell'esistere, il Verbo, anzi essere, come entità metafisica) si nascondono nel linguaggio stesso: che non può essere nato da onomatopee imitative (perché in tal caso non avrebbe potuto esprimere quelle nozioni e relazioni astratte che sono indispensabili ad ogni comunicazione, per quanto embrionale, o comunque non avrebbe mai potuto compiere, per accordo fra i parlanti, il passaggio dal concreto all'astratto, dalla materia allo spirito, dall'esteriore al profondo); né può essere esclusivamente figlio della convenzione e dell'arbitrio, perché la fissazione di tali norme avrebbe comunque presupposto non solo l'esistenza del linguaggio stesso, ancora non nato, ma addirittura l'uso della funzione metalinguistica, una delle più evolute, complesse, polivalenti.
Solo un Essere superiore ed assoluto, per una sorta di Armonia prestabilita, poteva infondere nella sua creatura o nella sua declinazione (Trinità riflessa, appunto, Verbum come imago mentis, secondo le intuizioni geniali di Agostino: la mente che conosce e ama se stessa coglie in sé il riflesso, per quanto schermato ed opacato, delle rationes aeternae ‒ mentre, come osserva Malaguti, il panlogismo hegeliano, il razionalismo assoluto conducono al vuoto della coscienza infelice, privata dell'originaria, esperienziale intuizione dell'Essere) la parola articolata.
Si obietterà che, se il linguaggio umano fosse metafisicamente, ontologicamente plasmato, o fosse esso stesso un'impronta o una traccia della divina scintilla della creazione (o dell'evoluzione, che non esclude la volontà creatrice di un essere superiore), esso non potrebbe essere usato come strumento di menzogna o d'inganno, né sarebbe, com'è, sotto molti rispetti imperfetto (anche e proprio nella sua impossibilità di nominare univocamente ed onnicomprensivamente il Divino, onde il silenzio mistico, l'afasia di fronte al totalmente Altro), né le lingue differirebbero radicalmente le une dalle altre.
Ebbene, la manchevolezza o la fallacia della parola umana derivano (e ben lo intuiva, fra gli altri, Rosmini nel suo commento al Vangelo di Giovanni) dal suo essere, al pari dell'uomo stesso, solo imago Verbi, solo eco lontana, specchio opaco, pallida emanazione e declinazione, dell'Unità originaria, della primeva indistinzione di Realtà e Parola; allo stesso modo, le formule matematiche (per quanto riguarda le leggi fisiche del mondo macroscopico non meno che per le più vaste e complesse ipotesi della cosmologia) non rispecchiano perfettamente, ma solo a prezzo di approssimazioni tendenti all'infinito, ad un infinito numero di cifre decimali, le strutture matematiche che pure soggiacciono alla realtà, alla vita e al loro funzionamento.
Come tutte le molteplici e frante parole umane, tutti gli atti umani di parola e di comunicazione altro non sono che riflessi parziali, echi turbati o deformanti frantumi di una Parola che fu originaria, semplice, una, così il regno della materia e del vivente è attraversato e informato dalle infinite e minutissime parole, dai labirintici messaggi del codice genetico e delle strutture minime della materia, fino all'immaterialità, alla pura natura matematica del gluon; e tanto la materia e l'energia quanto il linguaggio nella sua diffusione e nei suoi impieghi sono attraversati dalla dialettica, dal difficile e spesso paradossale gioco di entropia e neghentropia, di ordine e disordine, di cosmo e caos, dall'intreccio di una forza che porterebbe alla dispersione, alla disgregazione, all'insignificanza, con un'altra che invece mantiene, per vie ancora in parte da chiarire, una struttura e una direzione intellegibili, una misura di essenzialità, di rispondenza e di pregnanza.
Il mito della Torre di Babele (su cui la fonte biblica in sostanza concorda, come per il Diluvio, con le fonti mesopotamiche) rispecchia proprio questo frantumarsi, questo moltiplicarsi e disperdersi della parola umana nel tentativo, spasmodico e bruciante, di avvicinarsi alla semplicità, all'universalità e all'assolutezza del Logos, della Parola-Verbo e della Parola-Realtà (Dabar è, in ebraico, Cosa e insieme Parola, e, fonosemanticamente e fonosimbolicamente, fondamento, base, saldezza, terreno su cui costruire e pensare).
I modistae del medioevo, e sulla loro scia il Dante del De vulgari, fino ai moderni tentativi della cibernetica e della linguistica generativa, altro non sono (forse, paradossalmente, con maggiore consapevolezza nel Medioevo, e nell'abbaglio, invece, dell'utopia scientista in età moderna) che più o meno vani tentativi di arrivare proprio a quella chiarezza assoluta, a quella naturalità aurorale e fondativa.
Che, beninteso, non sono mai esistite storicamente, mondanamente, nella lingua umana, ma si sono poste da subito, fin dalle origini stesse della scrittura (ma forse anche prima, se è vero che la Parola Creatrice compare nei miti cosmogonici più remoti e più diversi, dall'Africa all'Oceania), come una grande utopia, che ha nutrito in modo sostanziale la civiltà umana, e la cui origine, inesplicabile sul piano evolutivo, biologico, comportamentistico, è forse da ricercare in una sorta di nostalgia dell'unità e della chiarezza originarie, in una nostalgia della patria perduta, in quello che un poeta chiamava «l'istinto del Cielo».
Le contraddizioni che gli atei scoprono senza difficoltà nelle Scritture, e gli errori e i fraintendimenti in cui tanto i copisti quanto gli esegeti sono incorsi lungo i secoli, altro non sono che la riprova delle difficoltà e delle angustie in cui la parola terrena, e con essa la memoria e la coscienza stessa degli uomini, viene a trovarsi quando è posta a contatto con l'assoluto e il mistero della trascendenza. E confermano, indirettamente e paradossalmente, l'origine e l'ispirazione più che umane della parola rivelata.
Divinamente fondata come Verbo, la parola soggiace, nella sua veste umana, temporale, transeunte, alle impurità, alle oscillazioni e ai chiaroscuri della natura lapsa.
Di fronte alla Parola, ci dice ora Malaguti citando un grande mistico, Angelus Silesius, l'uomo deve «diventare egli stesso la Scrittura, egli stesso l'essenza». Se il Verbo si fece carne, l'uomo deve ora farsi Verbo, vivere egli stesso, anzi divenire, essere egli stesso, la Parola, così da rendere più originari e più veri il suo pensare e il suo vivere e il suo dire.
Ma questo rinnovamento non può essere affidato alla sola scienza, ad una scienza scissa e sciolta dallo spirito, dalla verità, dall'essere, dalla rivelazione; la speranza non può essere riposta nella sola natura, a maggior ragione qualora essa sia concepita nei termini di uno scientismo deterministico. «Nell'orizzonte dello spirito la libertà soltanto pone fortissimi vincoli tra il passato e il futuro».
Il divenire storico, vissuto e autocosciente, salda il passato al futuro ed infonde in questa continuità e in questo nesso valore e significato: nel nodo, nel vincolo della mente che ama se stessa, del pensiero che si specchia e torna in se stesso, nell'interiorità profonda e intima dell'uomo copula mundi, unione di fede e riflessione, di esperienza e pensiero.

Matteo Veronesi

mercoledì 8 maggio 2013

Giselda Pontesilli , “Una poesia inedita di Gianfranco Draghi: Canto per la Patria (Terra)”

Italia, Italia,
non posso più gridare, e dire,
come ho osato a vent'anni, pensando alla tua bellezza
e al mio amore per te, dove
sono nato,
cuore dell'Europa,
decantando i luoghi vari dove sono vissuto,
ora in parte distrutti dalla speculazione,
dal sovraffollamento,
dall'inquinamento.
Ma ancora da salvare resta,
austeri edifici del Chianti, strade di Bologna e Firenze,
di Positano alcuni borri fragranti,
avevano osato, di me ben maggiori,
Petrarca, Leopardi, e molti altri
nel modo giusto o sbagliato
come se fosse un riferimento.

E' vero: che degli uomini di ferro
o di cuore, come Spinelli Bolis Albertini
o il vecchio Mansholt e Monnet, hanno tirato per i denti l'Europa
e qualcosa si è fatto: e loro
hanno 68 anni, e io 48
e bisogna prendere la fiaccola da loro
ciascuno al suo posto di lavoro.

Ho sentito un concerto di un chitarrista
Shawn Philiphs e gridava -America- disperatamente:
gridava -America- e ho pensato:
come McGovern, come Charles Reich, è giusto che ci creda,
hanno lo spazio reale di azione,
in cui muovere i loro sentimenti;
il fatto invece è, mio caro Luciano, che l'Italia è un granellino di sabbia che non
conta, un nulla,
un paese che nel mondo non cambia.
Ma cambia in Europa, ho sempre detto.
L'Europa però non c'è: è un embrione,
dopo trent'anni di battaglia,
fra cui la tua medaglia d'oro, Luciano,
presa a Genova, torturato fino a diventare un pallone
grosso di carne, dai fascisti;
mi riferisco al coraggio
del tuo granellino di sabbia,
al tuo resoconto, umile del tuo coraggio.
E' vero anche che ogni uomo non è niente,
più di un granellino di sabbia, un vuoto.

Se Dio non c'è noi siamo
dei rusignoli che cantano, al massimo, di primavera
come li sento ancora e ormai sembrano qualcosa di strano
nei dintorni di Firenze,
e questo talvolta mi strazia, ora ci penso
e cerco di capire, di fare.

Ma forse la trasformazione, Italia, Europa che più non chiamo,
è in questa differenziazione, accettare il dialetto, la lingua, lo scomparire,
evitare il criterio di potenza, America, Russia, Cina,
farci valere per una partecipazione, all'Orcio, in Costa San Giorgio,
nel quartiere dove siamo, perché
gente che ha bisogno di noi e noi di loro,
c'è anche qui. E c'è un bisogno di essere differenti,
di tradurre le formule in una vita,
dove ognuno sia né padrone né servo,
ognuno di noi ha bisogno di vivere la sua vita,
meglio che può,
qualsiasi significato essa abbia
cercando di avere le sue possibilità
di viverla, più riccamente possibile,
quando ho visto
la Certosa di Pavia le sue celle, misura perfetta di contemplazione,
ho pensato, attorno al ruotare del Chiostro, grandissimo,
quale spazio può bastare all'uomo per viverci;
se armonioso raccolto: c'è tutto: il pozzo, la
panchina, un quadrato, il giardino, tre stanze,
un camino,
e il Chiostro per passeggiare.
Mumford, Charles Reich, avete ragione. Carlo Iandelli, hai ragione.
Lo spazio aperto di vita è lo spazio di gioia.
Tutto si può buttare all'aria e si può ricreare.

A parte che manchi, l'accettazione dell'anima,
dalla parte istintiva inconscia,
perduta. Questo è un altro problema.
E' solo come misura possibile.
Se c'è il bello e il necessario coincide, si crea un equilibrio di vita.
Italia Italia,
mia Patria
mia Bologna e Toscana,
Venezia,
Terra mia Patria.

La comunicazione umana è quello
che ho cercato e che cerchiamo,
se ci manca,
e se manca l'intensità, il canto.
Come gli uccelli, non siamo, forse,
diversi da uccelli che cercano di cantare.

Essere insieme, nella vita, come uomini,
non come funzioni inesistenti, ma avere
un sentimento di pace comune, di gioia, di canto.
Siamo tutti una famiglia sulla Terra, ogni parte
deve essere per l'altra, partecipare,
siamo tutti sotto lo stesso cielo, che può distruggersi con il fumo,
sotto la stessa terra, che può diventare deserto,
o farsi ancora sollievo per i giorni di ciascuno,
solcando le stesse acque, limpide o sporche, azzurre o melmose,
e darci gli stessi frutti, pesci, pesche, animali.
Forse, come dicono gli scienziati, l'uomo
è rimasto troppo cacciatore, ha obliterato
il pastore in sé, che pazientemente matura le pelli, le capre, le tiene,
o l'agricoltore che aspetta l'aiuto del tempo.
Pure, la macchina-caccia possiamo accettarla
se ci aiuta e non distrugge -Via il rumore e la guerra- solo la Patria, nel
conflitto, vita e morte, è vitale.
Terra Terra
mia Patria.

Circa 1972

E' convincente e alto, il commosso pensiero di questo Canto, nel suo chiarirsi, svolgersi, precisarsi.
E lo è, ancor prima che nel contenuto, nel modo, nel tono: ha un suo tono non banale, non retorico, autentico; e questo è molto notevole visto il tema che tratta: infatti, un tema civile come la patria, può, oggi quasi inevitabilmente, non persuadere, comportare retorica.
Ma da che dipende, in generale, il tono?
Senz'altro -io credo- da chi pronuncia qualcosa, dalla qualità umana di chi pensa e scrive, per cui le stesse parole, dette non da lui ma da altri, risultano altre.
In definitiva, come ho già detto altrove, la parola è retorica, vana, se non si fonda sull'esperienza “reale” di ciò che si dice, se, per così dire, non è parola “espiata”, di chi si è conformato costantemente, coerentemente con quello che dice.
Quindi, quando leggiamo:

Italia, Italia,
non posso più gridare, e dire,
come ho osato a vent'anni, pensando alla tua bellezza
e al mio amore per te, dove
sono nato,

e queste parole suonano chiare, credibili, fanno concreto, possibile l'amor di patria, dobbiamo sapere che sono tali perché fondate: sulla credibilità, l'agire di chi le dice.
Qual è questo agire, qual è la qualità umana di Gianfranco Draghi?
I suoi estimatori lo hanno spesso definito “un umanista”.
Per esempio i critici Bertoni e Ruozzi lo descrivono come “figura e personalità di umanista contemporaneo”, come “uno degli ultimi umanisti a tutto tondo per storia personale, cultura, costanza d'impegno in diversi campi artistici”1;
e il compianto artista ed editore Daniele Oppi parla della sua “vita intera tutta intrecciata tra la passione civile e una creatività dilagante, pervasiva in ogni disciplina dell'arte”2;
ultimamente poi, la filosofa De Monticelli, in un suo scritto davvero illuminante, “La quadratura del cerchio”3, ci fa intendere come il contenere, il comprendere, da parte di Draghi, cose o autori che sembrano irriducibili, distanti (quali Simone Weil e Leon Battista Alberti) prefiguri una sorta di umanistica quadratura del cerchio, ampia, alta, senza macchia di arroganza o di hybris.
Anch'io trovo che la parola “umanista” sia adatta per Gianfranco Draghi e che anzi sia un suo grande merito farla sentire di nuovo viva, concreta.
Per me Draghi è un umanista per la sua vita rigorosa, affettuosa, non calcolata, non ceduta, non tecnica, non agiata; per il suo vivo, praticato, amore per l'artigianato, per il paesaggio, per il giardino, per l'architettura, per la terra;
per il suo pensiero, infine, pensiero di cui anche questo Canto è un centrale esempio.
Sì, perché in esso, nella sua logica, discorsiva continuità, nei suoi sobbalzi, precisazioni, risvolti, ripensamenti, di ogni cosa detta è resa anche l'estensione, l'approdo, l'Idea;
e la patria, così cantata, è a poco a poco pensata fino in fondo, dipanata, disciolta,
condotta fino ad accogliersi, a riconoscersi in una patria “celeste”, quasi, appunto, in una irreprensibile quadratura del cerchio, che è metànoia, riscatto di se stessa;
perché:
“evitare il criterio di potenza”; “accettare il dialetto, la lingua, lo scomparire”;
“essere differenti”; “tradurre le formule in una vita”; questa -ci dice Draghi- è, in fine, Patria.
E però, è innanzitutto l'Italia, questa patria, un'Italia “concreta”, invocata, acclamata in incipit, per la sua bellezza, compianta per i tanti suoi luoghi

“ora in parte distrutti dalla speculazione,
dal sovraffollamento,
dall'inquinamento.”

E molto pragmaticamente il poeta aggiunge che l'Italia è

“un paese che nel mondo non cambia.
Ma cambia in Europa, ho sempre detto.”

Sì, così ha sempre detto, Draghi, fin da giovanissimo, da ventenne, con Ernesto Rossi, Luciano Bolis, Altiero Spinelli, con un suo leggiadro, esemplare apologo: L'orso europeo: un “atto poetico” (lo definì Daniele Oppi 4), in cui, ancora una volta, la patria è guidata alla Patria, già nel pensiero, nell'intuizione in epigrafe:


...all'Europa
il più bel paese
d'Europa

Perché
“solo la Patria, nel conflitto, vita e morte, è vitale”.

Perché
“E' vero anche che ogni uomo non è niente,
[è] più di un granellino di sabbia, un vuoto”.

(G.P.)


1 Cfr. Gianfranco Draghi, Cinquant'anni di poesia, Antologia poetica a cura di Alberto Bertoni e Gino Ruozzi, Gedit Edizioni, Bologna, 2005, p. 9-10
2 Cfr. Gianfranco Draghi, L'orso europeo, con presentazione di Daniele Oppi, Raccolto Edizioni, Cascina del Guado, 2005 p. 6.
3 Cfr. http://www.anteremedizioni.it/files/file/Una_riflessione_di_Roberta_De_Monticelli.pdf
Lo scritto di Roberta De Monticelli si riferisce a: Gianfranco Draghi, Secondo la propria degnità -Leon Battista Alberti e Simone Weil, Raccolto Edizioni, Cascina del Guado, 2011, con interventi di Arturo Colombo, Filippo La Porta, Lucio Levi.
4 Cfr. G. Draghi, L'orso europeo, op. cit. p. 5

sabato 13 aprile 2013

Per un nuovo Baudelaire

Ha visto la luce, dopo una lunga gestazione, una nuova traduzione dei Fiori del Male, nata da un assiduo, pluriennale lavoro di analisi e di raffronto delle diverse traduzioni italiane preesistenti. Mai come in questo caso, dunque, la traduzione (in specie la traduzione poetica) rivela e conferma la sua natura di atto essenzialmente critico, riflessivo ed autorifessivo, dato che non può non fondarsi su una consapevole analisi non solo del testo di partenza, ma anche dei testi d'arrivo ‒ dei metatesti ‒ cui esso ha dato adito ed occasione, e che hanno finito, sul piano della ricezione, per fondersi con esso, fino a divenirne inscindibili. Faccio riferimento all'opera di Francesca Del Moro, edita da Le Càriti (http://www.ibs.it/code/9788887657562/baudelaire-charles/fiori-del-male.html).
Qui non ci sono le "compensazioni" di cui parlava Fortini, i necessari e forzati compromessi fra la resa del senso e quella della forma (essendo del resto, la poesia, come insegna Valéry, una perpetua esitazione fra il suono e il senso). 

Qui c'è davvero, direbbe Quasimodo, una resa "equilirica", una corrispondenza pressoché perfetta, che arieggia addirittura le fluide oscillazioni prosodiche - giocate sulle sineresi, le sinalefi, la presenza-assenza delle vocali mute - dell'alessandrino, quella tensione interna che dal cuore e dall'anima del verso tradizionale (si pensi a Pascoli) sprigionerà poi il "nodo ritmico", i "movimenti lirici dell'anima", che pervadono il verso libero. La poesia, dice Dante, essendo "per legame musaico armonizzata", non si può infrangere, scomporre e ricomporre, come avviene nella traduzione, senza venirne snaturata. In casi - rarissimi - come questo, invece, quel legame musaico si trasfonde e rivive, come reincarnato, nel testo d'arrivo. La traduzione non è, qui, "metapoesia analogica", né "metapoesia mimetica" (per citare una dicotomia introdotta da alcuni traduttologi), non riecheggia o rispecchia, variamente alterandoli, i contorni dell'originale, né pretende di ricalcarli esattamente, in nome del feticcio della "fedeltà »: essa è, semplicemente, poesia, ed è metapoetica ed autoriflessiva nella stessa misura, esplicita o implicita, in cui lo è il testo originale - in cui lo è forse, inevitabilmente, ogni discorso letterario o filosofico, che sempre ripensa e ridiscute se stesso, i propri mezzi e domini, i propri intenti e riverberi.
Dal volume riproduco, per gentile concessione, la traduzione di un testo straordinario, tipico esempio, sul versante poetico, di quella critique poétique, di quel poème critique, insomma di quella compenetrazione e di quella fusione fra coscienza critica e intuizione lirica, fra sensibilità e riflessione, esperienza esistenziale e consapevolezza culturale, che costituì una delle note dominanti del simbolismo europeo, fin dai suoi albori e dalla sua essenza, e che sembra invece, oggi, essere andata smarrita, in una realtà in cui la creazione letteraria pare essere nuovamente regredita al mito o al feticcio della spontaneità e della naturalezza, e la coscienza critica sembra confinata nello specialismo e nel tecnicismo accademici, o viceversa dissolta nella frivolezza effimera delle cronache cultural-mondane, senza alcuna mediazione possibile.
I Phares condensano l'impressione visiva, e insieme la caratterizzazione tematica e psicologica e lo scandaglio  simbolico e semantico, tratti dalla contemplazione dei quadri, in metafore, analogie e suggestioni che spesso non trovano un esatto corrispettivo iconografico, una precisa rispondenza figurativa, ma nascono piuttosto dalla fusione, dalla sovrapposizione e dalla trasfigurazione operate dall'occhio interiore, dalla pura visione ricondotti alla loro sostanza profonda. La poetica dell'analogia agisce sul piano della critica creatrice non meno che su quello della creazione poetica, guidata da un surnaturalisme che trasfigura il dato naturale ora in preziosità e in artificio, ora in allucinazione e straniamento. 
Il «grido ripetuto», l'«ardente singhiozzo» trasmessi e riecheggiati di epoca in epoca, di generazione in generazione, fino a morire e spegnersi, come in olocausto, a piedi della Divinità, indicano la perpetuità, la rivificazione assidua della creazione, della tradizione, del pensiero, e insieme, forse, la loro ultima ed estrema vanità, il loro venir meno alle soglie dell'abisso, ale frontiere dell'indicibile.
Ma nell'atto stesso della traduzione quella corrente vitale e creatrice, quell'anelito consapevole e disperato, trovano uno dei loro mille echi, delle loro innumeri metamorfosi e trasfigurazioni. Il silenzio in cui le voci e i colori dell'arte vanno infine a spegnersi tornerà a risuonare e a parlare, indefinitamente, fino a che il testo verrà riletto, reinterpretato, ritradotto. La morta vita, la voce silenziosa dell'arte persistono, per questa via, proprio grazie al lavorio dell'interpretazione e della riscrittura. (M. V.) 



I FARI

Rubens, fiume d’oblio e giardino indolente,
letto di carne fresca dove non si può amare,
ma in cui la vita s’agita, fluisce eternamente,
come l’aria nel cielo ed il mare nel mare;

Leonardo da Vinci, specchio oscuro e profondo,
dove angeli incantevoli dal sorriso cortese
e misterioso appaiono in ombra sullo sfondo
dei ghiacciai e dei pini che chiudono il paese;

Rembrandt, pieno di murmuri, desolato ospedale,
d’un grande crocifisso adorno solamente,
dove prece di pianto dall’immondizia sale,
da un bagliore d’inverno trafitta bruscamente;

Michelangelo, luogo incerto dove schiere
miste d’Ercoli e Cristi vedi, e ritti levati
i fantasmi potenti che sul far delle sere
protendono le dita dai sudari strappati;

Tu che di ogni cafone la bellezza raccogli,
e la rabbia dei pugili, l’impudenza dei satiri,
uomo debole e giallo, cuore gonfio d’orgoglio,
o Puget malinconico, sovrano dei forzati;

Watteau, tu, carnevale, dove i più rinomati
cuori come farfalle, delle fiamme in balia
errano; lievi e fragili scenari illuminati
da luci che riversano sul ballo la follia;

Goya incubo pieno di cose mai sentite
e in mezzo ai sabba feti cotti nei calderoni
e vegliarde allo specchio, e bambine svestite,
che aggiustano le calze per tentare i demòni;

Delacroix, lago infesto di diavoli e di sangue,
da una selva d’abeti sempreverdi ombreggiato
dove fanfare strane sotto un cielo che langue
vanno come un sospiro di Wéber soffocato;

Queste maledizioni e lamenti di vinti, 
estasi, osanna, grida, pianti, Te Deum corali,
sono echi ripetuti da mille labirinti
sono l’oppio divino per i cuori mortali!

È un grido ripetuto da mille sentinelle,
l’ordine rinviato tra mille portavoce
un faro illuminato su mille cittadelle,
dei cacciatori spersi nelle selve è la voce.

Veramente, Signore, è la testimonianza
di dignità migliore che ti possiamo offrire
quest’ardente singhiozzo che nei secoli avanza
e viene sulle sponde tue immortali a morire.



(traduzione di Francesca Del Moro)

LES PHARES

Rubens, fleuve d’oubli, jardin de la paresse,
Oreiller de chair fraîche où l’on ne peut aimer,
Mais où la vie afflue et s’agite sans cesse,
Comme l’air dans le ciel et la mer dans la mer;

Léonard de Vinci, miroir profond et sombre,
Où des anges charmants, avec un doux souris
Tout chargé de mystère, apparaissent à l’ombre
Des glaciers et des pins qui ferment leur pays;

Rembrandt, triste hôpital tout rempli de murmures,
Et d’un grand crucifix décoré seulement,
Où la prière en pleurs s’exhale des ordures,
Et d’un rayon d’hiver traversé brusquement;

Michel-Ange, lieu vague où l’on voit des Hercules
Se mêler à des Christs, et se lever tout droits
Des fantômes puissants qui dans les crépuscules
Déchirent leur suaire en étirant leurs doigts;

Colères de boxeur, impudences de faune,
Toi qui sus ramasser la beauté des goujats,
Grand coeur gonflé d’orgueil, homme débile et jaune,
Puget, mélancolique empereur des forçats;

Watteau, ce carnaval où bien des coeurs illustres,
Comme des papillons, errent en flamboyant,
Décors frais et légers éclairés par des lustres
Qui versent la folie à ce bal tournoyant;

Goya, cauchemar plein de choses inconnues,
De foetus qu’on fait cuire au milieu des sabbats,
De vieilles au miroir et d’enfants toutes nues,
Pour tenter les démons ajustant bien leurs bas;

Delacroix, lac de sang hanté des mauvais anges,
Ombragé par un bois de sapins toujours vert,
Où, sous un ciel chagrin, des fanfares étranges
Passent, comme un soupir étouffé de Weber;

Ces malédictions, ces blasphèmes, ces plaintes,
Ces extases, ces cris, ces pleurs, ces Te Deum,
Sont un écho redit par mille labyrinthes;
C’est pour les coeurs mortels un divin opium!

C’est un cri répété par mille sentinelles,
Un ordre renvoyé par mille porte-voix;
C’est un phare allumé sur mille citadelles,
Un appel de chasseurs perdus dans les grands bois!

Car c’est vraiment, Seigneur, le meilleur témoignage
Que nous puissions donner de notre dignité
Que cet ardent sanglot qui roule d’âge en âge
Et vient mourir au bord de votre éternité!

venerdì 29 marzo 2013

Elisabetta Brizio, "Ipotizzando, in sei gradi. Su 'Ipotesi di donna' di Patrizia Garofalo (Corbo Editore, Ferrara 1986, prefazione di Giorgio Carproni)"


Giorgio Caproni non amava le prefazioni. Gli apparivano, come scrive in una delle sue rarissime, quella ad Ipotesi di donna di Patrizia Garofalo, la raccolta cui fa riferimento questa lucida lettura di Elisabetta Brizio, simili a «maschere» che incardinano, incasellano, e finiscono per nascondere e reprimere, il vero volto di un poeta (come mostra Quando si è Qualcuno di Pirandello, dove il ruolo, l'etichetta sociale di «scrittore», anzi di «grande scrittore», bloccano e gelano la fluidità della corrente vitale, che può rianimarsi e ricominciare a trascorrere solo al contatto della fresca ed innocente sensualità di una giovane fanciulla).
Non volle mai prefazioni per i suoi libri, e molto raramente ne concesse ad altri poeti. Ci si può chiedere, allora, che cosa, quale segreta e sottile affinità spirituale, lo portasse ad accostarsi proprio ai versi della poetessa. Erano, forse, proprio la molteplicità fascinosa, la proteiforme mutevolezza, la polivalenza danzante, di questa “ipotesi di donna”: ipotesi, direi, proprio nel senso etimologico, o pseudo-etimologico, di hypò-thésis, di sub-stantia, di sostrato nascosto, latente, ma fondante, della personalità; fondo fluttuante, traslucido e trascorrente, forse non del tutto chiaro, evidente e perspicuo neppure all'occhio interiore del soggetto stesso che lo racchiude in sé, ma proprio per questo ricco di sfumature, chiaroscuri, risonanze.
«Ti acceca un'asciutta luminosità stellare», recita il verso che più di ogni altro affascinò il poeta «balena vivo», annotava, il «lampo» di quel verso, «di una incisività (di una necessità) sorprendente». Meno felice gli appariva «I corpi brillano affatto luminosi» ‒ e, non a caso, nel testo a stampa quel verso compare ritoccato ed ampliato, in una efficace immagine: «I corpi brillano lacrimosi dopo un incendio a fatica / spento che ha bruciato tutti in un giorno» (con intensa eco, forse, della simbologia, cara agli ermetici, dell'esistenza come fuoco, arsione, consunzione subitanea, «rogo», «alta, cupa fiamma»).
Evidentemente, il poeta che nel Conte di Kevenhüller inseguiva vanamente la Bestia-Parola, l'Onoma inafferrabile, il dantesco linguaggio-pantera di cui si coglie il profumo fuggevole, ma di cui non si riesce ad avere pieno e perpetuo possesso ‒ il poeta che traduceva questa sua quête balenante e corrusca («Nel sole s'erano visti lampi / fuggenti») in una cantabilità mossa, nervosa, complessa, ondivaga, ambigua (tutt'altro che “sabiana”, tutt'altro che pianamente e pacificamente discorsiva e comunicativa, come vorrebbe certa critica) ‒ non poteva restare insensibile ai versi di una poetessa che sentiva in sé ‒ nel suo ‒ nel suo stesso corpo lacerato e scosso ‒ l'impronta e la ferita dell'Aleph, della lettera primigenia, del nucleo originario che di ogni cosa è principio e fine, contenente e contenuto, dispiegamento e ripiegamento degli orizzonti dell'Essere: «Fu allora che mi regalarono l'Aleph; / mi dissi di averlo visto, tempo prima sul cavo del mio tronco». (M. V.)





Preliminarmente. Da un’esigenza del cuore, dal desiderio di un riscatto dalle “lineae” che “desiderantur”, dà l’impressione di esser stata concepita l’opera prima di Patrizia Garofalo, Ipotesi di donna, ove confluiscono testi poetici che tracciano i lineamenti essenziali di anni che vanno dall’adolescenza all’età matura e pienamente consapevole. Seppure risalenti a tempi diversi, i testi qui riuniti non denotano sensibili salti di registro, se si eccettuano quello d’esordio, dove il verso si allunga e si alterna a incisi di prosa poetica, le sezioni contraddistinte da una partitura strofica maggiormente estesa e flessibile, e l’epilogo (Dalle pagine di un diario), in cui la condizione di possibilità dei nessi tra premesse e derivazioni viene sottoscritta dall’autrice come qualcosa da condividere con un lettore che si sintonizzi sulla medesima onda del condizionale. Come quanto detto, tra le altre cose, da Giorgio Caproni in prefazione, e cioè della maniera di «rasciugare il sentimento privato non appena minacci di trasformarsi in sentimentalismo», la Garofalo rientra nei ranghi del suo lucido ipotizzare tra illuminazioni, smentite e pause mediante gli asserti più o meno lievemente marcati di ironia che immediatamente succedono alla confessione, e, si potrebbe seguitare, con le frequenti sequenze che enumerano – istituendo talora un climax che incorpora l’arco discendente – e che paiono neutralizzare il sentimentalismo fin dal suo nascere: se infatti esse focalizzano, perlomeno discriminano, evitando la sovrimpressione di piani differenti benché correlati, costituiscono al contempo un fattore di sviamento dell’attenzione, nella misura in cui promuovono il trapassare da una immagine all’altra, da un rilevamento all’altro. Ed è significativo come questo prender le distanze ricorrendo agli strumenti dell’ironia costituisca una chiara allusione alla dimensione della «paura» (connotatore che ritorna spesso nel libro), un segno, insomma, di incertezza, della problematicità nel dare un senso univoco ai gesti e ai moti dell’esistenza. Cosa che inibisce l’assimilazione dei «fantasmi antichi» a una simbologia del regressivo, anzi, favorisce il suo rovesciamento, vale a dire il progressivo approssimarsi a delle cognizioni in vista di una reidentificazione votata tuttavia a rimanere provvisoria.
Per ipotesi, al plurale. «Proposizione immaginata, supposta, da cui si traggono conseguenze», dice la definizione della parola (http://www.etimo.it/). Oppure, «congettura o supposizione che tende a spiegare fatti di cui non si ha perfetta conoscenza» (DELI, Zanichelli). “Ipotesi”, in Ipotesi di donna, si espone quale terminus ad quem, superficie temporale entro cui verificare e verificarsi. Stagione – eminentemente, antecedenza –, allora, prorogabile, e in parte ancora da scrivere. Da parte di una donna, le cui affermazioni acquisiscono un duplice carattere: sono tesi, assunzioni, postulati – anche in virtù dell’assenza di congiunzioni condizionali – mentre lasciano un vasto margine alla fallibilità, all’idea di un assunto presuntivo soggettivo, e come tale fallibilissimo. Da parte di una donna che muove da antecedenze certe e nebulose («cifre irrisolte / gesti mancati»), l’ipotesi è qui causale e si dispone ad accertare le condizioni per le quali qualcosa è stato, divenendo la linea-guida per una verifica delle premesse – anziché per una glossa di carattere emotivo – in quest’arco di vita disseminate. Di «tutte le mie ipotesi», al plurale, scrive l’autrice.
Essere ed essere stato. Ora, come anzidetto, “ipotesi” designa soprattutto qualcosa da riconoscere e mettere in chiaro, e l’accertamento della eventualità o meno di un fatto si svolge qui mediatamente e a partire dagli effetti del tempo: sarà l’esperienza a selezionare e a stabilire se ciò che è stato sia unicamente supposizione o previsione fondata che ci autorizzi a dire: «– Io lo sapevo – / Oggi posso riderne». La nozione di ipotesi viene qui a configurarsi anzitutto nell’accezione di ipotesi dell’essere: «non individuo cosa sia la spaccatura in cui i miei / occhi sono da tanto tempo fissi». L’anomalia – la sfasatura – è nel mondo del poeta oppure nel mondo? È l’esito «del male essere stata o dell’essere stata?». L’ipotesi dell’essere si specifica allora in ipotesi dell’esser stato, se le «carte stracciate / cercano il gesto / che le compose». Per avere qualche riscontro a questo nodo la cosa minima, inferiore all’apparenza, e quella somma vengono ad assumere il medesimo rilievo, in una prospettiva in cui «si fonde l’importanza di Dio con quella di una foglia» – là dove “Dio”, quando non è pathos di trascendere la drammatica insensatezza della storia, è indeterminata e non accessibile forza vitale. L’ipotesi di possibilità è il metodo di sondare il già vissuto mentre, per certi versi, esso sembra giudicarci, il che instilla in noi la sensazione di esser destinati alla permanenza nello stato ipotetico. Ciò sebbene lo sguardo retrospettivo della Garofalo si esima dal porre l’enfasi sul senso dell’impermanenza («al nostro dolore è scampo solo / la nostra presenza»), e si predisponga a pensare l’assente come a qualcosa di non estinto. Tutto passa senza che di esso tutto si perda: dal «silenzio limpido di un’estate» allo «sbadiglio di un bambino», dai balli adolescenziali dei quali restano gesti quasi rituali con la terra, «per profondo e pauroso senso di fertilità» – e un siffatto legame con gli elementi di una natura magica, alma mater e benigna sarà una dominante nella sua produzione successiva.
Essere e coesistere. Malgrado i contenuti veri dell’esperienza restino privatissimi, si susseguono nell’opera – talora sovrapponendosi – alterni e differenziali argomenti nel bisogno di un recupero cosciente del dato pregresso. Recupero dell’assenza, in sommo grado (nelle accezioni di estraneità, «torpore», di distratta presenza, di lontananza, di omissione, della dimensione dei desiderata in quanto mancanti), della incomunicabilità tra gli esseri («destinatario sconosciuto / rimandato al mittente»; «nessuno di noi c’è / eppure nessuno manca / all’appuntamento»), del passato che si è fatto consapevolezza, dell’inerte in attesa che qualcosa di vitale promuova una reazione, dello specchio esso stesso menzognero, «opaco», che invita a ricercare a partire dalla «evanescenza di un’immagine», e che indica il vero spettro nell’anonimato, nell’indifferenziato. Non unicamente nei termini di una indifferenza tra gli esseri, ma peculiarmente in quelli di allegoria dell’assenza di margini, la vera deriva, il disgregarsi del soggetto convertito in una somma di automatismi in sconnessione. Inserti vissuti si alternano a rapide evocazioni di esterni che, non banalmente,  designano l’indeterminarsi, l’inoggettivabile non estrinseco a noi, alla maniera in cui la vita cosmica pare talora intonarsi alla nostra. A questi motivi speculare è la struttura dell’opera, non alludente, sotto i profili grafico e strutturale, a uno sgretolamento comunque sotteso, ma non dato con categorie retoriche o in misura particolarmente trasposta. Ipotizzando, l’autrice vuole ostentare un vuoto di cognizioni nei termini di una prolungata e aperta perplessità, orizzonte nel quale l’ipotesi si dilata pervasivamente ai vari campi dell’esperienza. E lo stato ipotetico della parziale conoscibilità delle cose («anche tu / più o meno»; «è quasi tutto vero») perdura, giacché non ci sono dimostrazioni della validità o al contrario della fallacia delle nostre spiegazioni retrospettive.
Esperienza e poesia. Se ne trae un’idea positiva, “adulta” nella integra coscienza della propria persona, del consummatum est, esperibile da ciascuno anche a prescindere da una storia privata – questa, che si scompone nelle varie fasi che compongono la vita –, la prospettiva del residuo acquisito delle figure incompiute, impure e falsate, della vita trascorsa, come vedremo nelle successive opere della Garofalo, dove il sentimento di perdita verrà a caratterizzarsi alla stregua di un ingrediente essenziale dell’esistenza. Con la differenza di una visione della poesia che salva, purché la vita non si risolva interamente nella letteratura. Dell’atto creativo come “memoria salvata”, come uscita da un silenzio che subirà un ampliamento terminologico teso a connotare un maximum di negatività, dato e reso inoltre da un sensibile difetto di presenze oggettuali, un silenzio ridondante, che «stordisce», che «tace» e che induce finanche ad «ascoltare il colore», semiotica di una ricerca di qualcosa più in là: nelle opere che seguiranno, infatti, questa tensione a un oltre sarà resa sulla pagina attraverso una maggiore torsione cui viene sottoposto un nominare tutt’altro che incline all’astrattezza, quasi un evento singolare che implichi un plus semantico volto a esistenziare, e che fonde in sé solenne e quotidiano, anima e corpo – canone costante della poesia della Garofalo. Qui, per il momento, il linguaggio poetico si oppone quale linguaggio autenticamente vero a una comunicazione tra gli esseri elusa, «evitata», assuefatta, di per sé «mistificazione», tanto che talora la risposta è già data per la prevedibilità dei termini di una interlocuzione, peraltro spesso interrotta, con un “tu” mutevole, indefinito, a sé stante. E nella misura in cui si apre alla ricezione degli altri, l’espressione verbale, se non ha ancora proprietà di riscattare dall’insensatezza, si apre in Ipotesi di donna a una inchiesta condivisa che esorcizzi almeno la solitudine della scrittura.
Tempo. Resta il tempo cui l’essere si correla, salvo abbandonarsi a quel nichilismo paralizzante che non rientra nell’orizzonte di questa visione del mondo. «Il tempo raccoglie / un’ipotesi di donna» (proposizione centrale, dal valore non suppositivo ma assertivo) nel darsi dell’essere nel tempo. Raccoglie (nella fattispecie: identifica, sorprende), allora, non solo supposizioni, ma referti concreti che convengono a definire una esperienza. E tuttavia: a tratti il nesso causale che istituisce il raccordo tra i referti memoriali sembra venir meno in virtù dello sfalsamento dei livelli temporali. L’oltranza dell’ipotizzare si svolge in una vaga ambivalenza temporale: ha decorrenza lontana e sembra differirsi («consideratemi pure un periodo di / transizione»). Il tempo sperpera e fa sperperare, ma chiarisce ciò che non trattiene. Del resto, se «il mosaico non è mai un’opera / finita», ogni ipotesi resta condizionale, e ciò non tanto per l’insufficienza o per l’approssimazione dei dati sui quali l’ipotizzare si fonda. Con questo verso la Garofalo vuole anzitutto dirci che la vita è una realizzazione e una rivelazione costanti incomparabili con le nostre cognizioni, e che ogni conclusione ipotizzabile può valere solo temporaneamente.

Elisabetta Brizio






domenica 10 marzo 2013

Franca Alaimo, "Su 'Falò de' rosarî' di Neil Novello"




La forza dei testi poetici che compongono il Falò dei rosarî di Neil Novello (Aragno editore) si origina sia da un’infiammata ed ancora urgente sostanza memoriale, sia da una polarizzazione dello stile verso l’alto, di carattere colto ed intellettuale, attraverso il quale l’autore realizza un singolare impasto drammatico dell’evento presente ancora turbato e doloroso e del passato ricordato e rivissuto per deflagrazioni percettive che scompongono la continuità e leggibilità del dettato, avviandolo verso una sorta di trobar clus, alla maniera della lirica occitanica. Quest’ultima, infatti, costituisce un punto di riferimento molto forte per l’autore, sia sul piano linguistico, orientato e verso una dinamica interna spesso tesa all’invenzione di nuove parole e ad un insospettabile accostamento di lemmi e sintagmi, sia, soprattutto, sul piano di certi topoi compositivi, come rivela l’uso del senhal, ossia del nome-schermo fittizio e simbolico riferito alla donna amata, che, però, qui non è la dama da corteggiare - magari lontana e rarefatta - con raffinate armi retoriche (queste, sì, rimaste tali, ma per decantare e rendere docile il lutto), bensì la stessa madre del poeta, strappata al suo amore filiale dalla crudeltà della morte.

La novità del soggetto e dell’accadimento rispetto al modello provenzale capovolge la percezione della distanza da un vagheggiamento amoroso struggente e spesso squisitamente letterario, concentrato nell’esplorazione di uno spazio incolmabile, in una terribile consapevolezza del “mai più” (che riguarda soprattutto il luogo-tempo vissuto in presenza della madre), spesso ripetuto nei testi (con un qualche riferimento, casomai, alle luttuose onomatopee del Pascoli); consegnando l’uso stesso del senhal, in questo caso Rosa, ad una tradizione diversa, di stampo cristiano, costituitasi, a sua volta, dall’elaborazione in senso mistico di un’ampia simbologia originaria attribuita fin dall’antichità a questo fiore.

Neil Novello dissemina nei suoi testi tutte le possibili significanze simboliche attribuibili alla rosa, attraversando secoli e ambiti diversi, così che vi si trovano molti e spesso sovrapposti riferimenti: all’iconografia ecclesiastica che fece della rosa il simbolo di Maria e, dunque, della verginità, alimentando l’ossimoro del dogma cattolico della “vergine e madre” ( “ora veglia tu la vergine / e libera l’ora sorvolante / su noi” e “ti sale per bocca il petalo / e in ampolla di vergine / calice di sangue svetta in croce”); e ancora una volta alla poesia trobadorica che vide in essa il simbolo stesso dell’amore terreno; e alla setta dei Rosacroce che scelse come simbolo una rosa a cinque petali posta al centro di una croce ( “E tu scoli dal ventre, / sei due rose crociate a fiorame” ); e a certi elementi architettonici degli edifici sacri; ma anche, più semplicemente, a figure emblematiche molto popolari, come il sangue di Cristo raccolto nella mitica coppa del Graal (“Bevi tu a pieni palmi / dal Graal miele d’ali e rugiada) o quello versato dagli uomini per i propri ideali e, ancora, l’amore, la regalità, la vita stessa.

Inoltre, il sehnal Rosa, che sostituisce il vero nome della madre, Clelia, rivelato nella sesta stanza della sezione Stasimo in petalo giallo, si amplia e si moltiplica fino ad originare un vasto campo semantico, che arricchisce di sfumature intellettuali ed emotive immagini e ricordi, collocando la figura materna in un aureola di santità, che le irraggia attorno aggettivi e formule di sapore liturgico, trasformandola in una sorta di vittima sacrificale offerta a Dio.

Dal repertorio della poesia provenzale proviene anche quell’indissolubile nodo fra la natura e la bellezza femminile suggerito da una molteplicità di sottilissimi quanto intuibili fili psicologici, visivo-emotivi, che ne hanno determinato una non scalfibile costante dell’immaginario poetico; così che in una sorta di edenicità pre-mortale la madre, “Rosa” mistica di Neil, abita come una “vestale di fiori” (iris, crochi, viole, gerani, genziane, bocche di leone, anemoni, cerfogli, lillà, asfodeli, alcuni dei quali carichi di reminiscenze letterarie o di sensi simbolici) un luogo rigoglioso, quasi sempre primaverile, brulicante di vita, spesso rugiadoso d’albe virginee o invaso dal biancore latteo della luna, la veste e la corona illuminate dallo splendore di pietre preziose come nei dipinti delle Madonne rinascimentali, ritratte con i loro bimbi sul grembo o ai piedi, o in atteggiamenti giocosi, pronte, come faceva un tempo la madre di Neil, all’apparire e disparire per celia dietro un albero o cespuglio per lanciare un divertito “cucù”. Ma la morte non è un gioco, ma la morte è il disapparire per sempre (“colma di nulla la bara santa”), come sa Neil, che a queste immagini di sacra beltà e serenità contrappone e sovrappone la consapevolezza dell’amaro presente, l’ineluttabilità delle croci nere, il consumarsi delle cose che tornano pietre, natura, lapidi sulla non-carne, testimoni e custodi di morte, (“Di notte, svapora il sangue / tra croci di camposanto”), lavorando con febbrile e dolente volontà a caricare i suoi testi di quella tensione e di quegli improvvisi trascoloramenti, di quell’impasto lessicale ora scuro ora chiaro che determinano una sottile e potente enigmaticità, la quale ritorna al lettore come una delle tante spine che sorreggono l’immagine della Materna Rosa disfatta e sempre viva.

E così, pur muovendosi il poeta in un terreno rischioso, ogni eccesso sentimentale viene evitato grazie ad un’originale tecnica versificatoria in cui il dolore, esploso in schegge sparse, viene quasi raccolto e travasato in una necessità linguistica, il cui effetto sonoro diventa una sorta di “e-stasi” dal senso comune, una puerile e ancestrale “ninnananna a Rosa, / con labbra tremanti” in cui la distanza fra l’altrove e il qui sembra annullarsi in favore di uno spazio–tempo di reciprocità, di dialogo, in cui la cata-strofé si appropria del suo etimo costituendo un’occasione di ribaltamento del processo cognitivo, una germinazione mistica di infiniti rosarî di preghiera e di bellezza, in cui l’iter interiore di salvezza “si alza dal buio / nel fondo della luce” , grazie a lei, la madre, “Ianua Rosa di luce”.



Franca Alaimo



giovedì 7 marzo 2013

I sognatori diurni. Su "La grazia sufficiente" di Giancarlo Micheli

 


A distanza di anni dalla lettura di un celebre libro di Roland Barthes, La grazia sufficiente di Giancarlo Micheli (Campanotto, Udine, 2010) è romanzo rivelato, venuto come qualcosa che accade. Anzi riaccade come «impero dei segni», riaccade non già come mera narrazione sul Giappone, ma senza interferenze con l’idea formale dell’essai barthesiano riaccade come narrazione sospesa (sospeso è quest’haiku narrativo di Micheli) tra due realtà geoculturali, l’Occidente e (con atto d’amore e intelligenza) l’Oriente nipponico.
Più che per ideale sovrapposizione romanzesca all’Impero di Barthes, La grazia sufficiente, autenticando un déjà–vu critico–memoriale (che è dato puramente confinato nella volontarietà del memorabile), è saliente esemplare nell’identificarsi come romanzo di montaggio. La Grazia è un film narrativo a sequenze alternate ed interepocali, valga a confermarlo l’incipit primo–novecentesco del lavoro d’usciere di Taisho presso il Nagasaki Medical College (dove si tiene un convegno di linguistica) ovvero l’età della civiltà moderna, e l’affondo, della Nagasaki di Taisho vera e propria analessi all’imbocco del moderno, nella stupenda sequenza del naufrago del Tweede Liefde, Baruch Dekker, personaggio collettore tra l’Occidente olandese e l’Oriente, un europeo del Seicento cui l’orizzonte destinale è l’approdo nipponico.
Ma La grazia sufficiente, nei tre secoli aperti tra le vite di Taisho e Baruch espone un centro, espone l’idea del romanzo. Qui Micheli rivela – per rimanere dalle parti di Barthes – il senso obtusus, ciò che è apertura e disvelamento, ciò che spalanca l’infinito del pensiero. Al riguardo, è utile una premessa. Anzi, di più. È il riferimento ad un centro della letteratura mitteleuropea, al mito abbagliante dell’Azione Parallela, resa celebre da Robert Musil nell’Uomo senza qualità. La grazia sufficiente sembra collocarsi nel novero di quelle opere in cui il progresso della civiltà, la mitologia secolarizzata del Regno Millenario, l’ideale del mondo nuovo e la grandeur, espressa ad esempio dal colonnello Ishiwara nel prodigioso attacco del suo discorso («Il compito di civiltà che spetta alla nostra nazione…»), di per sé esprimono la condizione esemplare dell’idea, idea che nella Grazia è calibrata come mito personale di Taisho e Baruch. Sembra di udire l’eco di parole note ai fanatici dell’Uomo musiliano, parole che potrebbero affiorare dalle labbra del conte Leinsdorf o balenare come credi iperuranî dall’apostolo dell’Azione Parallela, Diotima.
Un romanzo dell’idea è quindi La grazia sufficiente, un’idea ancipite, poiché alternata tra Taisho e l’ingresso nel «reggimento di fanteria Shimamoto», e Baruch, naufrago, amante della pittura e del teatro, ostaggio a Deshima, idea quindi che si fa Storia maior (Taisho) e storia minor (Baruch), idea che costruisce un universale di pensiero, la Storia di Taisho e la storia di Baruch come modelli riflessi in un’ideale camera a specchi, la verità della vita vissuta. La vita di Baruch, la sua storia di nipponizzazione ontologica passa dalla cultura (e dal lavoro), poiché il capitano olandese si trapianta in Giappone, mentre Taisho vive nella Storia nipponica. Ma Taisho e Baruch, tra la Storia come azione bellica e la storia talvolta edulcorata (pittura, teatro), veicolano entrambi una spiccata inclinazione memoriale. Anzi, il ricordo o la féerie adempie una funzione di schiusura del tempo, vale a dire che la Storia di Taisho (la guerra) è abitata dalla storia (le «visionarie fantasticherie», la madre, il padre…) mentre la storia di Baruch (che è soprattutto la vita con Netsuki e Aikyo) è abitata dalla Storia (il glorioso passato del Liefde).
Se i tasselli memoriali della Grazia non segnalano presenze di proustismo nel narratore (Micheli narra in terza persona), d’indole proustiana è dunque il personaggio, non già per la mania di memorialità, ma per un certo modo di apparire della memoria come via che rigenera, così in Taisho come in Baruch, via che si rigenera nel memorabile. Ma la storia (maior e minor) e la memoria, il memorabile della vita, nella Grazia sembrano salire a un’acme, poiché condizione inderogabile della sua identità, a un saliente inatteso della narrazione: la violenza. Che è come dire che la Storia (maior e minor) si rivela quel che è: violenza dell’uomo all’uomo. La memoria è quindi un antidoto alla violenza, una droga necessaria a neutralizzare il reale per il sogno, il vero per l’ideale, l’immanente per l’idea trascendente.
Non a caso, appena il memorabile scava nella memoria di una recherche autobiografica (in Taisho e in Baruch), la violenza si fa nome della storia. Non vi è quindi confine tra l’orizzonte multiculturale di Baruch e le res gestae di Taisho, la violenza (la faida religiosa nelle visioni, la vita a Deshima per Baruch, la morte del compagno Taro sul campo di battaglia, la morte della madre per Taisho) satura la scena, brutalmente scardinando la tentazione del rivissuto memorabile, e così inchiodando il destino (anche del romanzesco), al vissuto tragico dell’esperienza.
La grazia sufficiente vira dunque altrove: il memorabile della memoria si fa immemorabilità nella violenza. Ma il destino di vita violenta, di storia violenta per il militare Taisho o per il “forzato” Baruch, tra la libera volontà di combattere con l’esercito giapponese (Taisho) o di esserne prigioniero (Baruch a Deshima), tra la guerra e la «vita in cattività», nella sintesi morale di Baruch matura in un’epopea del rifiuto. All’amico Cornelisz van Nejenroode e al dolore manifestato per la vita di Deshima (intesa irreversibile), Baruch oppone non già la speranza della redenzione, oppone semmai scetticismo riguardo alla «dottrina della predestinazione o della grazia sufficiente», un empito di scetticismo autenticato dall’epica fuga notturna dall’isola dopo avere ritrovato il proprio amore perduto, Netsuki.
Se Baruch sovverte l’idea di predestinazione (guadagnando alla storia l’aureola perduta della felicità), Taisho prova a sovvertire il destino, «incrollabile nella sua risoluzione di vedere la madre», benché al suo ritorno dalla guerra, Araki (un vicino di casa) confessi al giovane l’avvenuta morte della donna. Ricomporre la tela infranta della vita, per Baruch culmina nella riconquista del tempo perduto (il tempo ritrovato di Netsuki), nella cancellazione della storia come violenza, per Taisho nello sprofondamento al nulla, o meglio in una caduta apocalittica (la coscienza della morte materna) vissuta quale condizione preliminare e unica per ricollocare sé nel mondo, sia anche attraverso la più remota possibilità – che è parsa un’indimenticabile quanto involontaria citazione dell’Atalante di Jean Vigo –, l’esercizio dell’immaginario, rivedere come in sogno una figura di giovane donna (déjà–vu e desiderio), rivedere, nella potenza di un’epifania mentale, di un’ennesima razos visionaria, l’oggetto creaturale di un’allegoria, unica via per ricondurre al tempo dell’essere ciò che ormai non è più: la madre perduta, la vita sognata. 



                          Neil Novello 
 

venerdì 1 marzo 2013

In margine a un inedito di Paolo Ruffilli ripensando a Natura morta



Per Paolo Ruffilli poesia è inquisizione, ricerca di trame profonde e impensate attraverso una immaginazione che trasvaluti i canoni romantici del termine. Penetrare nell’immagine, trafiggere e valicare l’evidenza, immaginare… Aver di mira la saturazione, assumere l’oscurità che alla luce intrinsecamente compete, invenire la verità – ha detto il poeta – «del retroscena», vincolandola allo strato della scena. Non siamo di fronte a una forma di irrazionalizzazione della realtà: effratto il limes dell’evidenza – cioè dell’erronea cognizione – il principio di trasfigurazione immaginifica fa riapparire nella sua pregnante immediatezza ciò che di quello che denominiamo «realtà» permarrebbe inaccesso a ogni visione superficiale e pregiudizialmente difettosa. È solo in virtù di una «finzione» avente finalità conoscitive che la parola «si stacca dal groviglio», sia del mormorio indistinto, sia del nodo occasionato dall’afflusso dei referti del sogno, e con l’abolizione di quanto vi è di accessorio essa è abilitata a nominare, vale a dire a presentificare, «il corpo dell’ombra». Il momento di illuminazione accade «di colpo», in altri luoghi il poeta dice «all’improvviso», e coglie di sorpresa, ma il «flash inaspettato» è destinato a perdurare fuori della sfera dell’arte?

Si stacca la parola

Ecco che di colpo
riesco a dare
corpo all’ombra,
si stacca la parola
dal groviglio
e dà forma al fantasma
figlio del sogno
che si sveglia
e respira
il respiro della vita
con il suo peso
e con la meraviglia
che il carico deforma
e che potenzia
mentre lo assottiglia.

«Si stacca la parola», «di colpo» elide l’interdizione delle trame dell’apparenza. L’atto semantico si ha solo in seguito a un incontro incidentale e insieme strenuamente ambito. Se l’immaginazione – quella produttiva cui si rimette la scienza –, volontariamente esercitata, costituisce la costante metodica ruffilliana, casuale è l’occasione rivelatrice del senso «del retroscena». La madeleine in Ruffilli è ricercata, voluta, e si complica per il carattere di sfocatura della traccia, dell’istante rivelativo ma fuggevole che la stessa fotografia si illude di trattenere. Va a interferire con l’intangibilità e l’impermanenza di fragili e potenti dettagli indicatori dell’invisibile, con immagini riflesse o date in filigrana. Con rifrazioni di ombre che localizzano l’imminenza di una pienezza colta nell’istante del suo sfarsi. E soprattutto, tali dettagli (i «segni», i «dati» trattenuti di Camera oscura) non attengono unicamente al ritrovamento del tempo, o alla verità del «tempo ritrovato»: il frammento di passato è irreperibile anche perché frammisto al desiderio che inibisce ogni trascrizione che aspiri a restituirne l’originale. Se i segni sono, come sono, in grado di illuminare un’intera vita o soltanto frazioni della vita (anche in virtù di quella nozione di distanza che in Ruffilli si flette in due modi: la distanza da noi è altamente retrospettivante, viene detto nel Diario; ma «distanza» designa al contempo l’inadeguatezza dei nostri strumenti conoscitivi, per cui guardiamo le cose dall’esterno lasciandoci sfuggire particolari essenziali non immediatamente percepibili), paiono comunque prossimi alla rarefazione perché essi stessi divenienti.
A cosa afferisce il reperto dell’immaginazione? O detto altrimenti: cosa implica «dare corpo all’ombra»? Nel dittico vuoto-pieno, o concavo-convesso, il tramite per colmare l’opacità è l’atto del nominare, il configurare, l’invenire una forma che comunque trova l’opposizione delle cose: per il loro statuto duale e per lo spessore dell’evidenza che le alona. La parola in Ruffilli ha sempre sopravanzato la realtà per la sua idoneità a tradurre il senso dell’esistenza. Avvertita come un «a priori», un «eccitante» – ma senza ricadute nell’estetismo – è lo strumento tramite cui oggettivare lo sguardo umano indagatore nelle stratificazioni dell’apparente. Se da un lato è piena di assenza nella misura in cui si pone come ricettività al senso, anch’essa vuoto da occupare, dall’altro, e perciò stesso, la parola poetica costituisce qui l’elemento di differenziazione: dal nebuloso profondo ai confini con l’incognito, dal mormorio indistinto che prevarica la luce implicata nell’ombra, dallo status vaghissimo e affastellato istituito dai fantasmi del sogno in vista di una loro identificazione. Del resto, è dai tempi di Quattro quarti di luna (1973) che quella del linguaggio poetico – del «quale linguaggio per cercare» in Natura morta – viene sentita da Ruffilli come la questione assolutamente prioritaria, perlomeno in termini di insufficienza di un codice scevro di sostanza vivente.

Conosco le parole più squadrate,
battute a fuoco lento
contro muri spessi di cultura,
e discorsi di logica
incatenati all’astrazione,
ma non persuadono più
neppure un grumo del mio corpo
fradicio di giovinezza.

Ora, è evidente che qui Ruffilli deprivi di essenza non solo l’astrazione nell’accezione di arbitraria costruzione del pensiero o di un fantasticare utopico, quanto anzitutto nell’accezione più propria di tener idealmente distinte proprietà parziali di un oggetto, dell’enfatizzare, in altre parole, una delle componenti di una nozione prescindendo dalle altre. Tuttavia, per Ruffilli l’uomo ha sempre istintivamente praticato l’astrazione come meccanismo di difesa nei confronti di una natura soverchiatrice, si legge negli «Appunti per una ipotesi di poetica» che chiudono Natura morta: l’utilizzo di simboli sorge dall’esigenza umana di «ridurre a processo mentale la realtà per conoscerla e dominarla». E se nella sezione conclusiva di quest’opera (dove la riflessione si sposta al corpo vivente, al di qua tuttavia di qualsivoglia seduzione panica, dal momento che l’uomo, in virtù delle sue facoltà pensanti, resta separato dal resto dell’esistente pur condividendone la destinazione) si assiste all’inveramento di cognizioni astratte nella concretezza dell’esperienza è anzitutto perché l’alfabeto ruffilliano ambisce ad assolvere a questa funzione là dove reale, e contraddittoriamente unitario, è il fondale nel quale l’immaginazione tende fattivamente a scandagliare. Dare corpo all’ombra non ha quindi più di tanto a che fare con istanze memoriali ma consiste eminentemente nell’accordare spaziosità alla vacuità. Sottilmente invertendo la linea del percorso astraente che mira alla parzializzazione dell’oggetto, ciò che è individuale contiene la totalità ed è universalizzabile.
Il vuoto è il presupposto dell’esistente, il contenitore che attende il suo contenuto. Il senso è allora un nostro artefatto? Si potrebbe replicare sia affermativamente che negativamente. È un artefatto umano perché è l’esito di una indagine condotta secondo i paradigmi della immaginazione. Non lo è perché è la necessità fisica, o di natura, a dominare l’esistenza anche là dove sembrerebbe regnare il caso. «Il caso è un nome / della necessità», abbiamo letto in Natura morta. «Still life» in lingua inglese, dove «still» traduce «inanimata», «immobile», «calma», «silenziosa»: perché Ruffilli ha dato un titolo allusivo a un genere pittorico che rimanda all’immobilità anziché a quella metamorfosi che sembrerebbe preponderare nella sua opera? Forse perché le fasi sincrone della dissoluzione e della generazione si offrono a una contemplazione istantanea? O per il fatto che il valore aggettivale di «calma» e «tranquilla» si accorda con la sensazione di quiete (definita «il passo della vita», «la regola del mondo») restituita da una voce narrante unitonale e quasi spersonalizzata nella sua pensosità, che perlopiù si limita a osservare, definendole, le vicende alterne della materia, e dell’uomo quale suo riflesso in una dimensione pensante? Non convince – perlomeno sembra non esaurire le intenzioni del poeta – l’idea di voler catturare il lato che delle cose resiste all’obsolescenza rispetto a quello che deperisce e viene a termine. Ma forse c’è il riferimento a una permanenza diversa, non unilinearmente configurata, come in Chardin, in virtù di deviazioni di traiettorie luminose che non precludono il particolare minimo, infinitesimo e significativo; per la condizione, inoltre, di una esistenza procrastinata (quello stesso «galleggiamento», quell’abbandonarsi alla sospensione che abbiamo visto marcare estensivamente l’ultimo romanzo di Ruffilli) e, al contempo, per la pienezza, totalità e perfezione, per il sovrano margine di autonomia di cui viene fruire – «di colpo», o «all’improvviso» – ogni singolo elemento compositivo. Ovvero, viene da pensare a certe nature morte primonovecentesche, in cui tutto appare mobile, corpularistico, animato, mutevole, come vi si fosse instillata una vibrazione che si irradia a tutta la superficie pittorica, nella quale il corteo di oggetti che vi sono inclusi, e che dovrebbero costituire il centro di interesse, appare decentrato e posa su un piano dato per approssimazione, e che deborda finendo per partecipare della stessa sostanza dello sfondo, così mimando la contestualità del diverso. O ancora, come sembra suggerire Ruffilli nelle note sulla sua poetica, la rappresentazione artificiale dà il nome a quella che potrebbe essere l’originaria. Nella natura morta nulla è disposto casualmente: ogni singola entità entra in relazione con il resto, e in questa prospettiva essa potrebbe funzionare da parafrasi all’enigma insito nell’ordine necessario.
Ma è più probabile che Ruffilli faccia totalmente astrazione dall’arte figurativa, e che il sintagma «natura morta» venga assunto a siglare una antitesi – la mobile immobilità, l’idea del movimento rappresentato attraverso figure immobili, e perciò stesso reso eterno – che miri alla pronuncia di una realtà in difetto di nome, vale a dire la continuità temporale del «durare anche nell’assenza // per la permanenza del principio» (e gli esempi in tal senso si disseminano nell’opera). Ruffilli stesso avverte: «Ma la natura morta / non è senza vita: // tutto si trasforma senza cessare di essere»; la trasformazione è rigerminazione, e «solo ciò che si trasforma è destinato a durare». Vi risuona una remota eco ortisiana (lettera del 13 maggio): «la materia è tornata alla materia; nulla scema, nulla cresce, nulla si perde quaggiù; tutto si trasforma e si riproduce».
«Peso» e «meraviglia» della vita – in Si stacca la parola – sono ingredienti contrari che condividono delle caratteristiche, l’uno è il prodotto dell’altro, sono concomitanti, causale è il nesso della loro reciprocità. Il «carico» dell’esperienza li «deforma», perché l’esistente è soggetto a mutamento, alla liquefazione cui segue una ricreazione: esso è «gioia» e «lutto», vita che si rigenera dal vacuum che presuppone, esistenza conferita qui da una sostanza verbale che si dissimila dall’indifferenziato e dal suo statuto di intermittenza («fingendosi un istante / eterno il mondo / prima che la traccia / slitti via / cadendo a fondo», diceva Ruffilli in Affari di cuore), performando, e fissando «il nome della cosa / immaginato» perlomeno sulla pagina scritta. Rinvenuta per dare nome e «solidi confini» all’essere – e al pensiero che vi si riferisca –, la parola poetica non gli somiglia nella misura in cui l’esistente costantemente trasmuta. Tuttavia, specularmente, la parola di Ruffilli, benché limpida e circoscrivente, leggera e pregna, muta di frequente migrando insieme a singoli versi o a intere strofe da un’opera all’altra, divenendo anch’essa forma mutevole e reattiva in assetti nel frattempo profondamente evoluti. Stilema che adombra una mimesi anche sotto il profilo testuale di uno stato delle cose: orizzonte aperto che suppone che l’inchiesta tesa alla adeguata immagine non sia mai finita.
La metamorfosi effetto della contraddizione implica che il «carico» empirico incrementi e contemporaneamente sottragga o deprivi di qualcosa (sebbene l’atto dell’«assottigliare» istituisca in linea di principio un accrescimento di carattere qualitativo, nella misura in cui essenzializza attraverso l’esclusione), senza che si verifichi alcuno scontro dialettico, il «respiro della vita» («È / il moto, sì, che / mette in relazione / con le cose e… fa / presenti le distanti / e le vicine subito / vacanti», in Piccola colazione), attraverso quella «operazione fondamentale di riconoscere ed eludere» che Ferruccio Ulivi tempestivamente indicava come istanza di Ruffilli fin da Quattro quarti di luna. Cogliere recto e verso di ogni cosa, che mai è data unilateralmente e irreversibilmente: questa confluenza di due in uno è l’esser dato che viene reso da Ruffilli sul filo sottile di un ossimoro esteso che incorpora una opposizione senza conflitti. Vale a dire, al di là dei canoni della logica, sugli esseri e sui fenomeni domina il «principio di contraddizione», ovvero domina la contraddizione insita nell’unità. Nella prospettiva della coniunctio oppositorum, «col sogno dell’accordo / in perfezione» (ancora in Piccola colazione), è dato addomesticare la resistenza della realtà che si agita e «respira» al di sotto dell’evidenza.



Elisabetta Brizio

Macerata, 25 febbraio 2013