lunedì 22 giugno 2015

Elisabetta Brizio," FOLLOW YOUR DREAMS CON 'IL BOSCO INTERIORE' DI LEONARDO CAFFO"



 
Moloch! Solitudine! Suicidio! Bruttura! Pattumiere
e inottenibili dollari! Bambini che urlano sotto le
scale! Ragazzi che singhiozzano negli eserciti!
Vecchi che piangono nei parchi! [...]
Moloch l’incomprensibile prigione! Moloch il tibiaincrociato
senzanima penitenziario e Congresso dei dolori! Moloch i cui edifici sono giudizio!
Moloch la vasta pietra della guerra! Moloch i governi stuporosi! [...]
Moloch che mi è entrato presto nell’anima!
Moloch in cui io sono una coscienza senza un corpo!
Moloch che col terrore mi ha tolto alla mia estasi naturale!
Moloch che io abbandono!*


Allen Ginsberg



«Quando inizia una crisi è un po’ tutto concesso / quasi come a carnevale», cantava Marco “Morgan” Castoldi con i Bluvertigo, per poi centrare nel segno: «molto spesso una crisi è tutt’altro che folle / è un eccesso di lucidità». “Crisi” deriva infatti da “distinguere”, “discernere”, designa un momento risolutivo che determina la dismissione di una maniera di essere per un passaggio radicale ad un’altra. Abbiamo la sensazione di vivere alla fine della storia, viviamo una crisi profonda che ci rende inclini all’astensione, all’adattamento, all’accettazione acritica del luogo comune. Insieme all’impressione di una esperienza incompleta, anonima, “qualunque”. Ma abdicare a questo mondo-Moloch, sottoscrivendo lo stigma di soggetti neutralizzati, non è la soluzione ideale per Leonardo Caffo, che stando a quanto afferma in Il bosco interiore. Per una vita non addomesticata in compagnia di Henry D. Thoreau (Sonda 2015), ha imparato molto presto a distinguere e a disobbedire. Il bosco è non-città ma non è totale isolamento. Non ci sono solo cose sotto altra luce, ci sono altre cose, sicuramente i presupposti per un cambio di prospettiva.
Con le opere di Thoreau, filosofo trascendentalista e autore del manifesto della disobbedienza civile, si cerca qui uno scioglimento delle tante anomalie della situazione presente. Di Thoreau vengono elusi riferimenti specifici che seguano rigorosamente la cronologia delle sue opere (il volume è comunque corredato da una ampia bibliografia, di una «Thoreau-grafia» per la precisione) allo scopo di realizzare un discorso essenzialmente sincronico attraverso un continuum narrativo e argomentativo ispirato al lascito thoreauiano, che viene messo ogni volta in relazione con il contemporaneo: Thoreau è il tramite, e non il fine, di questo libro, dove ad essere posto radicalmente in questione è il nostro tempo. Ciò suppone meccanismi che si ripetono nel tracciato della storia, nonché una identità di fondo della natura umana pur esplicandosi essa in epoche distanti. Innanzitutto, Caffo dice, è l’umanità come concetto che va assunta quale oggetto di osservazione della filosofia.
Ogni mutamento esige una azione. Un filosofo attuale che analizzi l’odierna società concluderebbe che l’uomo contemporaneo non agisce ma, addomesticato in seguito alla espropriazione delle sua facoltà critiche, si limita a muoversi. Di più: in linea con Wittgenstein, per cui l’umano è la somma delle sue azioni possibili, l’uomo contemporaneo non esiste neppure. Unicamente è, senza esistere. Perché le nostre scelte sono soltanto esteriori, sono «giochi truccati», scelte già orientate e falsate. Potenzialmente liberi, siamo di fatto asserviti e realizziamo gli obiettivi di chi ci ha alterati, resi docili, manipolati: omologati sia sotto il profilo dell’esistere che in quello del valore individuale. Caffo intravede nella filosofia eccentrica e radicalmente trasgressiva di Thoreau la ribellione alla rassegnazione e la possibilità di svincolarsi dal potere assoggettante delle organizzazioni statali e culturali. In una prospettiva che deprime le umane potenzialità poco senso avrebbe la domanda: «che fare?», piuttosto se ne impone un’altra, dice Caffo, cioè «che fare per poter ricominciare a poter fare?».
La contemplazione in Thoreau, nell’isolamento di Walden, è rivolta al superamento della condizione del muoversi senza agire, quel movimento che secondo Caffo è «esattamente un istituzionalizzarsi del fare senza intenzione», circostanza che preclude la libertà di esistere come soggetti di una azione all’altezza di concorrere a trasformare lo stato delle cose. Ogni azione propriamente detta prelude a un atto, cioè a «qualcosa che sposta certe proprietà del mondo cambiandolo dall’interno». Non è metodo, è una res nova destinata a permanere. L’atto è centrale, per Caffo. È un’idea che fa parte del lascito ideale di Carmelo Bene, che faremmo meglio a considerare anche come un sophos, un “saggio”, se non proprio un philo-sophos, certamente sui generis. Ecco il nodo solenne cui Caffo fa riferimento: «L’atto è l’oblio e per agire devi dimenticare, se no non puoi agire». E quindi? Prima di fare, noi pensiamo di fare, cioè di poter fare. Ma il pensiero di questo “poter fare” è già condannato in qualche modo, e depotenziato: è non fare. Perché la testimonianza sia possibile, l’evento testimoniato deve aver avuto il suo Adamo nomenclatore: quell’evento deve essere nominato, definito, concluso. La conseguenza paradossale è che quello che si fa è fatto soltanto perché lo si può fare.
Una delle distinzioni preliminari su cui basarsi per una vita socializzata è quella tra “giusto” e “giustificato”, dove il giustificato potrebbe, come di fatto fa, contribuire a pregiudicare l’accezione di “giusto”, legittimata da una diffusa – e ingiustificata – supposizione di liceità. Così non può esserci azione, ma solo movimento non compatibile con la nozione di agire. Mot de passe, allora: disobbedire, «scegliere di non scegliere» tra opzioni imposte oppure vincolate, o palesemente non giuste. Ma è possibile farlo da soli?
La vacanza sul lago Walden è finalizzata a riconsiderare le idee di una natura e di un mondo antecedenti alla manomissione su di essi condotta dall’animal-umano. Ognuno di noi ha il proprio Walden, il proprio “bosco interiore”, e Caffo dice del suo. A condizione che il bosco interiore non si risolva in un desiderio/necessità di emarginarsi che si converta in distacco, in volontà di defilarsi dallo scenario compromesso del mondo per una spiritualizzazione della vita. Con l’isolamento va invece perseguito l’obiettivo contrario, cioè il riprendersi la vita in maniera più autentica, non contaminata, così recuperando le radici della nostra libertà come condizione dell’agire. Diceva Thoreau che «il migliore dei governi è quello che ci governa di meno», oppure quello «che non governa affatto». Le organizzazioni statali deprimono la nostra natura di soggetti dell’azione, di qui il pensiero anarchico di Thoreau, filosofo dell’anarchia che cerca di riguadagnarsi una autonomia morale uscendo dai limiti di un controllo esterno: e in ciò sta il senso dell’invito alla disobbedienza civile, cioè a una resistenza attiva tesa a ricominciare da noi stessi, dalle nostre potenzialità di esistenza e di valore. In Thoreau l’anarchia non si risolve in una forma di negativismo che si arresti alla fase iniziale; per lui anarchia – scrive Caffo – «è una sorta di ideale regolativo per spingere le società a riconoscere l’importanza della valutazione degli individui, e delle loro singole istanze». Lo Stato non va insomma accettato in maniera inerte, e qui si inscrive la critica delle istituzioni da parte di Thoreau, e di Caffo: gli oggetti sociali, da noi istituiti allo scopo di sostenerci, hanno finito per esercitare su di noi un’azione di controllo e per neutralizzarci come soggetti deliberanti. Le istituzioni ci inducono inoltre ad accettare la devastazione permanente della natura e la mattanza animale come procedure ineluttabili e irreversibili. Proviamo a trasferire Thoreau ai nostri tempi: che direbbe della sperimentazione animale, delle centrali nucleari, dei disastri ambientali, della gestione dei beni comuni, ecc.?
La sentenza per cui “Dio è morto” per Caffo va presa in senso positivo, come motivazione a riproporre la questione del senso volgendosi verso altri valori, vincolati a un qui ed ora teso a restituire un rilievo finalistico all’esperienza quotidiana (nell’ottica dell’accezione di “crisi-decisione”). «Siamo organi di un unico corpo», dice Caffo con Thoreau e contro Cartesio; rimettersi alla prospettiva di una scissione mente/corpo significa pregiudicare la nostra concezione dell’esistenza, ma prima ancora la nostra stessa esistenza. La riflessione da condurre sul vivente deve essere unitaria, organica, strutturante.
Lontanando, nel mettersi alla prova del silenzio, emerge l’imperfetto del mondo. Il silenzio in Thoreau non ha tendenza infinitiva ma attiva (Caffo propone la diade «silenzio e rivoluzione», perché è con l’esperienza del silenzio che si articola l’idea di una rifondazione comunitaria); la prospettiva lontanante non configura un isolamento dell’uomo dai suoi rapporti o legami, ma risponde all’esigenza di divenire consapevoli dei vincoli etici e del valore dell’aldiqua. Nulla di mistico, allora, bensì filosofia da realizzare qui, adesso, e non in un altrove nebuloso oppure inaccessibile. Non si tratta tanto di capire il silenzio, di avvertirlo come vacuità metafisica o dimensione del vuoto, o come blanc dell’esperienza per poi attribuirgli maggiore eloquenza e pregnanza rispetto alla parola, di un silenzio quale luogo dello svanire delle voci e conseguentemente dello svelamento dell’enigma. Bensì di assumerlo come sospensione della parola superflua e soverchiatrice, come interludio illuminante che promuova l’attivazione dell’azione. Con il distacco dall’ultimo orizzonte del mondo – silenzio nella natura e non silenzio della scrittura – emerge come il nostro congedo dalla natura sia un grande tema filosofico. Avvertirsi come parte della natura contribuirebbe ad arginarne la distruzione, sentirsi come “animale naturale”, piuttosto che come risultato della società, determinerebbe inoltre l’estinzione dell’idea di diversità, e dell’idea stessa di nazione.
Al silenzio inerisce la bellezza, che ha carattere morale: «bello – scrive Caffo – è ciò che infonde, al di là delle convenzioni, una sensazione di unità con il resto delle creature viventi. In questa parte del bosco, sempre più metaforica e spirituale, scopriamo che essere artisti significa anticipare il mondo di domani: distinguiamo, sui bordi del lago, il futuro dall’avvenire. E facciamo una scelta: il domani non può che essere meglio dell’oggi». L’idea restituita da Thoreau è che il filosofo sia un artista. Per lui l’estetica non è teoria della percezione ma teoria dell’arte, e l’opera d’arte superiore è la natura. Nessuna intenzione estetizzante, la natura non imita affatto l’arte ma è essa stessa opera d’arte, con evidente rovesciamento dei canoni dell’estetismo. In Walking, che Caffo definisce un’opera estetica «di profonda valenza ecologica», Thoreau disegna una concezione dell’arte come qualcosa che va ben oltre le competenze che sottendono agli umani prodotti estetici. Molto poco di artistico possiedono certe opere dal carattere dissacratorio, perché l’arte «è anche natura» e il bello non è proprietà che si possa attribuire dall’esterno, neppure motivando l’assalto alle forme e l’arbitrarietà assunta a regola quali antidoti alla rimozione – si diceva nel secolo scorso. L’esteticità è ingenita alla natura, di cui le forme espresse dell’arte sono solo fenomeni secondari. E se al museo si riservano cure maggiori rispetto a quelle che vengono destinate al mondo naturale, ciò è emblematico di fino a che punto possa spingersi il fattore economico, che tutto tende a incorporare e a tradurrei in termini di valore di scambio. La contemplazione della bellezza deve essere disinteressata, da essa possiamo solo trarre quel senso di armonia, di euritmia, di pienezza e di compiutezza spirituale che solo il bello in natura – in virtù della sua oggettività e indipendenza da convenzioni – è in grado di trasmettere.
Walden o la vita nei boschi è il punto di partenza di un possibile percorso artistico convergente con la filosofia, parola di cui andrebbe riconsiderata la base etimologica: la filosofia è critica, e non amica, della sapienza. «Sovvertire, cambiare e trasformare: la filosofia è la messa in atto degli ideali, che il bosco interiore, durante tutto il percorso, trasmette al nostro io più intimo e profondo». Tuttavia, le dottrine possono essere assunte a prescindere dal soggetto che le elabora? Detto altrimenti, è sostenibile la separazione tra il dire e il fare? Il dire sarebbe ancora attendibile, e ricevibile da altri, se scisso dal fare? Non per Thoreau, e neppure per Caffo: ogni filosofia è esercizio sterile qualora non si traduca in applicazione pratica della teoria e non faccia corpo con la vita, cioè con ciò che eccede il puro lato speculativo della chiarezza e distinzione.
Il bosco, come abbiamo visto, è rifugio reale per conseguire e realizzare in atti una più vera visione delle cose. Tuttavia è anche un fattore simbolico. La vita sociale è un’altra e va vissuta «nonostante», mettendo in opera il paradigma di Bartleby, I vould prefer non to: è inevitabile andare avanti, ma “nonostante”, altrimenti tutto si risolverebbe in un immobilismo senza soluzione. Restano il richiamo forte alla disobbedienza e una speranza: quella che anche una azione minima, che oggi potrebbe apparire di scarsa incidenza, potrà essere decisiva per una umanità a venire. Il bosco interiore è scandito in sette «fermate»: «Cosa può fare un uomo, solo?», che verte sulla valenza dell’azione del singolo; «Ognuno di noi, ognuno di voi», sulla trasformazione come opera unanime; «Cambiare ciò che dovrebbe cambiarci», dove l’idea di cambiamento viene assunta alla luce della disobbedienza nei confronti di quelle istituzioni tradizionalmente deputate all’incremento della creatività individuale; «Vivere come artisti»: qui Thoreau si misura con la bellezza, che trasposta nel contemporaneo si configura come «bello artificiale» in quanto monetizzata, rientrando così anch’essa nel meccanismo del potere; «La politica, veramente», sul divario tra gli Stati e la società e sulla dimensione comunitaria; «Selvaggio sarà lei», sul senso dello stare ai margini e sul rapporto con una natura non sempre docile; «Cosa può un filosofo?», sul ruolo di una filosofia che oltrepassi una sfera teorica e astrattiva. Attraversano questo discorso filosofico non professorale numerosissimi riferimenti e collegamenti con altre discipline e con altri canoni. Fermarsi ai mezzi termini non porterebbe da nessuna parte. Senza esclusione di colpi, allora, e con toni a tratti tutt’altro che deferenti, in questo manifesto aggiornato della disobbedienza civile si tende a valorizzare la radicalità dell’opera thoreauiana e a testarne il valore perenne nella ricezione da parte delle varie generazioni fino a noi. Sosta obbligata, la generazione dei beat battuti & beati, dei vagabondi del Dharma, «o semplicemente “Sulla strada”», diceva Kerouac. Non alla fine della strada.

Elisabetta Brizio


* Howl, trad. it di L. Fontana




lunedì 23 marzo 2015

Chiara De Luca, Poesie per Ferrara


 
Come scrisse splendidamente, tempo addietro (nel n. 9, ottobre-dicembre 2003, di «Cartapesta», piccola e preziosa rivista imolese oggi defunta), Andrea Pagani,  «sarebbe stato difficile trovare una città più adatta di Ferrara – dannunziana “città del silenzio”, con le sue ampie strade deserte, con la sua sospesa solitudine, col senso di attesa e di mistero che trasuda dai suoi monumenti –» ad ospitare e sollecitare la genesi della pittura metafisica. Città, proseguiva, tale da ispirare «la suggestione per un punto di vista surreale del mondo; le pieghe del mistero che si nascondono sotto i contorni della realtà; immagini di sospensione, attesa, presagio; una sorta di occhio veggente e di accostamenti improbabili fra le cose».
Lo stesso vale per questi versi di Chiara De Luca, che ho l’onore di presentare. Testi in cui vi è, certo – ma remota, privata di qualsiasi compiacimento decadente, di qualsiasi svenevolezza ed estenuazione estetizzante –, l’eco della città del silenzio dannunziana (o di quella «Ferrara la morta» di cui Corrado Govoni, ad emulazione della Bruges di Rodenbach, cercò, a inizio Novecento, di plasmare l’immagine e il mito); ma nei quali prevale un ritrovato respiro, una rinnovata ariosità, discorsività e umanità del canto, oltre, e non al di qua, di ogni tentazione di formalismo o d’intellettualismo chiusi in se stessi.
Il che non indebolisce, ma semmai rafforza, la portata simbolica, la correlatività esistenziale dei luoghi, degli ambienti, dei nomi, e dei ricordi che essi, quasi proustianamente, richiamano e ridestano.

domenica 8 marzo 2015

Antonio Castronuovo, "Elogio dell’editore a pagamento"


C’è un fenomeno che mi preoccupa: le intemperanti censure nei riguardi degli editori a pagamento. Da qualche tempo un biasimo bellicoso affiora dal mondo immateriale di Internet: l’autore – povero credulone – non sarebbe altro che la vittima di scaltri animali da preda, che avrebbero buon gioco su di lui. Mi preoccupa il crescente fronte critico perché sono convinto che la funzione che questi editori svolgono sia invece benefica. Ragion per cui mi dispongo a individuare le ragioni della loro utilità e a stenderne un convinto elogio.
Faccio innanzitutto notare come gli editori a pagamento abbiano considerevolmente ampliato la platea degli scrittori, rendendola più folta di quella dei lettori. Come non elogiarne la pedagogica funzione? Chiediamoci onestamente: è più difficile e istruttivo leggere o scrivere? Ovvio: è più difficile e istruttivo scrivere. Dunque gli editori a pagamento, stimolando la pratica della scrittura (che per sua intima natura mira allo sbocco pubblico), hanno concorso al programma educativo nazionale più e meglio della Scuola Privata (e anche di quella Pubblica, per quanto assai meno autorevole).
L’editore a pagamento è poi figura premurosa: risponde infatti sempre e subito. Basta spedirgli un dattiloscritto che tratti di qualunque argomento, che perfino ricada nell’esiziale categoria poetica ed egli, pochi giorni dopo la ricezione, reagisce con una letterina nella quale annuncia che il prodotto è pubblicabile. In parole povere: l’editore a pagamento facilita il rapporto scrittore-editore. Vuoi mettere l’ansiosa attesa di anni imposta dai cosiddetti editori “veri”?
L’editore a pagamento è un critico affabile, non di quelli idrofobici che ce l’hanno a morte con qualche scrittore o con un certo genere di scrittura. Oltre a rispondere rapidamente, egli prodiga un giudizio critico di trama solidale e umanissima, del tutto soddisfacente per l’autore: comunica infatti quasi sempre che l’opera ricevuta – oltre a essere pubblicabile – è anche originale e seducente.
Ricordo con una certa trepidazione quando pubblicai il mio primo libro presso un editore a pagamento; ne ricordo la lunga lettera che mi spedì su carta intestata (all’epoca non esisteva ancora la posta elettronica); ricordo il garbo cordiale con cui mi annunciava la singolarità dell’opera, la rara capacità con cui avevo toccato temi di «diffuso interesse», la strutturazione organica del lavoro, insomma – terminava la lettera – «una vera novità». Tale da averlo indotto a pubblicare il lavoro e, per non aggravare i costi, a uscire con una tiratura minima, tutta a mio carico. Ma beninteso: l’eventuale ristampa sarebbe stata totalmente a sue spese.
Grande fu la mia gioia, anche se poi – per il mancato successo dell’opera, che non vinse alcun premio letterario, non godette di nessuna recensione e non vendette neanche una copia – non si giunse alla ristampa. Ma che importa? Nel definirla opera singolare, l’editore a pagamento era stato molto acuto: non fu colpa sua se la mia illusione si trasformò, più tardi, in disinganno. Anzi, anche questo è tema di elogio.
L’editore a pagamento apparecchia infatti per l’autore una bella illusione, senza omettere di donargli poi la capitale esperienza della disillusione, proprio come accade per l’amore (radicalmente erroneo il concetto di amore infinito espresso dal Sonetto 116 di Shakespeare). Ozioso ripetere quanto ciò sia essenziale alla maturazione: delusione su delusione, la vita si snoda nel tempo, mostrando il suo vero volto di illusione deludente. L’editoria a pagamento non fa che profilare una delle tante delusioni della vita, in ciò palesando il proprio ufficio sapiente.
Grazie all’editore a pagamento, inoltre, chi non ha la stoffa dello scrittore – che consiste nel perseverare – si arrende. Allestendo lo smacco editoriale, egli opera come un setaccio che seleziona il buon grano e trattiene la pula. Dopo l’insuccesso, infatti, quasi tutti gli scrittori entrano nella folta categoria degli “autori di un solo libro”. Solo una testarda minoranza s’incaponisce e produce un secondo titolo, anch’esso pubblicato dall’editore a pagamento. Per colui che non s’è arreso i giochi si compiono dal terzo libro: c’è chi continua a pubblicare presso l’editore a pagamento, c’è chi trova sbocco editoriale “vero”. Ma si tratta di una minoranza.
Insomma, gli elogi verso l’editore a pagamento si sprecano ed è cosa turpe lamentarsi di lui. A farlo, con più alto strepito, sono gli scrittori esordienti, proprio quelli che nessuno leggerebbe mai, neppure se costretto. Invece l’editore a pagamento ha gettato l’occhio su qualche loro frase, ha compreso almeno di cosa l’esordiente stia parlando. Certo, lo abbiamo già detto: non che l’editore a pagamento sia così ottuso da leggersi tutti i dattiloscritti che riceve. Se leggesse non avrebbe certo il tempo di creare reddito, ulteriore motivo di elogio nei suoi confronti.
Agli esordienti, poi, va rammentato che molte grandi opere della storia letteraria furono pubblicate dagli autori a proprie spese presso un qualche tipografo (saltano in mente i casi della Stagione all’inferno di Rimbaud, del Porto sepolto di Ungaretti, dei Canti orfici di Campana). Auspico che l’esordiente sia più illuminato e valuti ogni aspetto del problema; solo così potrà convincersi della bontà dell’editore a pagamento e – come me – sollevarne un encomio.
Approdati alla stampa, altri motivi di plauso affiorano. Non sarà passato inosservato che i libri dell’editore a pagamento sono artatamente farciti di refusi, sia quelli d’autore sia alcuni di apposita istituzione (fenomeno notissimo: trovare che una propria frase sia stata corretta chissà da chi, producendo un errore che non c’era). Chi, in un empito di stravaganza, leggesse una pagina prodotta da un editore a pagamento, noterebbe agevolmente la quantità dei refusi. Ma quella pagina – futile e monotona come solo gli esordienti sanno fare – diventa di colpo, per il lettore severo, un campo di ricreazione culturale.
Va poi considerato che la lamentela sui costi è del tutto fuori luogo, trattandosi di valori accessibili. Un’edizione a pagamento (che so: una plaquette di poesie, un romanzetto, una raccolta di articoletti) viaggia oggi attorno ai mille euro, grazie anche all’editoria digitale che ha morigerato i costi. Cifra non elevata, se si pensa che equivale a ciò che serve per acquistare un piccì portatile, una mefitica settimana di villeggiatura per due persone, 60 pizze quattro stagioni con birra e tiramisù. Forse che un vero scrittore non rinuncerebbe a 60 pizze pur di vedere pubblicato il proprio libro?
Quei mille euro non sono affatto troppi; incomprensibile dunque l’irosa idea che chi cade nella rete dell’editore a pagamento sia uno stupido che merita di essere dilapidato. Anche in questo caso non vengono stimati i vantaggi. È noto che la miseria aguzza l’ingegno, e dunque lo scrittore dilapidato ha migliori possibilità di emergere rispetto a quello benestante.
Infine, un elogio che sorge dalla mia personale esperienza. Ho già narrato la trepidazione per il primo libro pubblicato a pagamento; giunsero poi anni in cui un paio di “veri” editori vollero scommettere su di me. Trascorsa quell’epoca di fiducia, nessuno oggi mi pubblica più, e sto pian piano tornando verso gli editori a pagamento. Che mi prendono per mano lungo la mesta rotta dell’autore anziano e in ombra.
Logoro e stremato, nulla più ho da dire, nulla più di originale da mostrare. Ed ecco che l’editore a pagamento mi accoglie a braccia aperte, e mi concede ancora una rasserenante illusione. Grazie, editore a pagamento, per il servizio che fai alla gioventù esordiente e alle vane fantasticherie degli autori sfiancati. Grazie.

(«Il Caffè illustrato», n. 76-78, gennaio-giugno 2014, pp. 8-9)



venerdì 6 marzo 2015

Pietro Pancamo, "Gli intercalari del silenzio"

Offro ai lettori, da una raccolta inedita di Pietro Pancamo, questo prezioso esempio di poesia silenziaria che, del silenzio, esplora le varie dimensioni: tanto il lirismo quanto l'amarezza, sia la crepuscolare perplessità sentimentale che il pianto e il grido trattenuti a fatica, così il raccoglimento interiore come il sorriso, o la risata, beffardi e disgreganti.

L'ironia, spesso amara, o addirittura tragica, ghignante, ferale, è (come in Laforgue, o in certo Lucini) l'altra faccia del lirismo; vi è, in questo mondo poetico, una sottile dinamica esistenziale e semantica la quale lega i due elementi, i quali non possono non coesistere ed interagire.

Il simbolismo europeo, a prima ancora il romanticismo, ben sapeva che la musica è nelle pause dei suoni forse ancor più che nei suoni stessi, e che le melodie non udite, le unheard melodies, proprio perché solo immaginate o sognate, impossibili da incarnare e far risuonare per gli strumenti umani, sono più dolci di quelle udite.

Qui, però, è il silenzio stesso, indipendentemente dai suoni di cui è negazione (ma che nel contempo rende possibili, separandoli, modellandoli, scindendoli dall'indistinto), a parlare, a pronunciare il vuoto. I suoni turbano la perfezione del silenzio; l'essere, si potrebbe dire con Valéry, non è che un vizio nella purezza del non essere.

Ma l'altra faccia del silenzio è un tripudio di suoni; la poesia stessa è, come fu detto, “un silenzio rovesciato”. Tutti i suoni, tutte le voci le forme le espressioni che il silenzio racchiude in sé, fagocita, pareggia ed annulla (il rumore bianco, somma di tutti i suoni, è un soffio o un fruscio lievissimo, appena al di sopra del silenzio), esplodono in un tripudio caotico, quasi surreale, con transizioni imprevedibili e contrappunti stridenti, non appena si lacera il velo del silenzio, e ne viene schiuso lo scrigno celato.

Eppure, voci suoni forme sono sempre insidiati da quello stesso silenzio da cui nascono, e dovranno ad esso tornare, come in un ciclo apocalittico d'Alfa ed Omega. La poesia è appunto questo assiduo esorcismo del silenzio, questa sorta di creazione continua che al silenzio strappa ogni parola pronunciata e ogni istante vissuto.

(M. V.)

 

Filosofia

Parole e frasi sono gli intercalari del silenzio

che smette, ogni tanto,

di pronunciare il vuoto.

Allora qualche indizio di materia

deforma l’aria,

descrivendo le pause del nulla

prima che il silenzio

si richiuda.

(Le mani s’infrangono

contro un gesto incompiuto)


Verande d’azzurro

I

Un laghetto di fumo nel cuore… Processioni di frasi lasciano calzature d’intelligenza

prima di entrare nella moschea delle bocche.

II

I profumi sorridono tra le maschere di foglie. E lettere serpentine

indossano pastrani di luce.

III

Un gregge di bagliori

alle pendici dei versi

nasconde l’Ulisse della mia ispirazione…

Canicola di gioia, tanfo d’allegria

negli sguardi ciclopici del solo occhio giornaliero. Spranghe di felicità

negli acuti del sole

e, fra verande d’azzurro, spaventapasseri di poesia…

IV

Tachicardia di vento nei vestiti: il vento, cuore del cielo…

Le nuvole sembrano covoni di luce, capanne di fieno

intorno al pagliaio del sole. Nel raspo degli alberi

festoni d’aria, e gli occhi sono brandelli di nostalgia tra festuche di tempo allegro.

Stelle filanti d’erba, pendii agitati fra la bonaccia della pianura…

V

Terra diroccata e baracche di collina. Villaggi di sole.

Dal lievito nullo di rocce azzime,

paesini salgono

pioli di luce.



Poeti

Noi che visitiamo carmi di sole

brindiamo con versi e parole.

Scriviamo sorrisi

e sentimenti in codice;

insonni di vita

andiamo sposi

ai nostri occhi.



Se la tua voce

 

Se la tua voce desidera cullarsi

nel mio cuore,

troverò i sorrisi

con la mano di un giocoliere

e i miei minuti saranno il volto di acrobazie

che, da una mano all’altra,

volano fra una mano e l’altra.

Il destinorizzonte

Stracci di sonno coprono,

masticano il corpo della notte

diafano di tenerezza;

lo avvinghiano

sinuoso di buio

– flessuoso di membra stellate –

e lo attraversano d’amore.

Poi, fosforescente,

lo sguardo della nebbia,

scosso di stanchezza,

si espande lento nel cuore

come un gas di desideri

volatilizzati.

Mentre il mio destino,

guantato dalla notte,

scende nei sobborghi dell’anima:

strade oscure di pensiero

e siepi d’amore

s’intersecano nel mio nome.

Il destinorizzonte

s’attorciglia

a questa landa di tempo.

«Chi» – si domanda –

«striscerà nella roccia del canto

la gioia, turgida

come i seni di un fiore incantato?».



Parole dal silenzio


Ricorda il mistero

che fioriva in un sospiro,

dove la morte ha tessuto il nido

come una spiaggia

di parole taciute;

come un barbaglio di sogni trasparenti,

orchestra di anime perdute.


La fuga mancata

La voce trasuda parole d’accento piagato

ma è tiepido il grido del tuo respiro,

le piaghe troppo soffocanti

perché tu abbia il fiato d’urlare.

Morire da te

è una fuga troppo leggera

per avere il sollievo.

Così

un pantano di figure

nel cuore

e il giorno s’increspa

a raccogliere il tuo soffio.


Nausea


Morbido silenzio, soffice

come una preghiera del sonno.

Il buio che adora fruscii e parole:

il buio, affannato dal mio respiro,

può solo accarezzare la

nausea di questa vita.

Nel giorno,

sputo della notte,

fiori freddi

come steli di pioggia.

Un’orma di luce

imbavaglia lo spazio.

martedì 16 dicembre 2014

Giselda Pontesilli, "Scuola dei Macchiaioli"



Edgar Degas, Ritratto di Diego Martelli


«Cos'era la macchia?» — scrive Giovanni Fattori a Gustavo Uzielli nel 1901. «Era la solidità dei corpi di fronte alla luce». Non la smaterializzazione, la dissoluzione delle forme e dei contorni nell'athanor della sfumature; ma, al contrario, la resa visiva, cromatica della concretezza e della tangibilità dell'esperienza, l'emozione incarnata e scolpita nel tempo e nello spazio.
Mi sembra che proprio questi aspetti, insieme a molti altri, siano còlti a dovere nei versi di Giselda Pontesilli che ho il piacere di presentare.
Il nesso arte-critica (la critica come collaboratrice, anzi nutrice, dell'arte) inteso come impegno etico oltre che estetico; il rapporto fra natura e arte, non come estetizzazione della natura, né come sua mimesi, ma come erma bifronte spuntata dal magma, dalla matrice, della natura stessa; il nodo di natura, arte e società veicolato dalla critica militante; la solitudine, infine, della critica, nutrice, ma anche ancella, dell'arte, eppure apparentemente nuda, puramente intellettuale, raggelata, senza compagno e senza figli.
Tutto questo, implicito ma riconoscibile per il lettore attento, e detto (forse in modo addirittura più eloquente che in trecento pagine di saggio accademico) in un giro di versi cantabile e limpido, musicale e insieme, secondo l'insegnamento della scuola romana, colloquiale nel senso più alto e puro, quello di Terenzio e di Orazio.
Versi, questi, che nella loro struttura, composizione, tessitura hanno l'equilibrio, la compiutezza, l'euritmia e il bilanciamento di un polittico o di un bassorilievo; abilmente equilibrati fra realtà e utopia, concretezza e lirismo.
Anche la quarta sezione, che, isolata, potrebbe apparire come una nuda istantanea, esaurita in se stessa, una di quelle piccole figurazioni minimaliste così frequenti nell'odierna "poesia del quotidiano", ha invece, incastonata com'è fra gli altri pannelli del polittico, una sua ragion d'essere: proprio come un quadro realistico, un "quadro di genere" che abbia però un suo lirismo muto, enigmatico — una parola viva, chiusa nel silenzio dell'immagine, e che la poesia porta alla luce e fa risuonare.
Ecco, proprio questo è, agli occhi della poetessa, il valore della luce dei macchiaioli: una sorta di dantesca luce dell'essere e della grazia, sempre uguale e diversa, e anzi capace, con le sue sfumature, le sue gradazioni, le sue modulazioni appena percettibili, eppure sostanziali, di far affiorare i molteplici e variati aspetti del mondo: tutti sostenuti, però, dal sostrato ontologico (quasi l'hypokeimenon della tradizione ontologica) che la luce (quasi la manzoniana luce che  "rapida / Piove di cosa in cosa, / E i color vari suscita / Dovunque si riposa", allo stesso modo che la Parola del Vero risuona uguale pur nei diversi idiomi) suscita ed invera.  


                              (M. V.)




GISELDA PONTESILLI


Scuola dei Macchiaioli




I
-sono alla GNAM
-sono seduta al Bar

ho visto
poco fa,
ogni quadro ogni pena
dei carissimi: Lega
Cabianca,
Zandomeneghi, Costa,
Banti, Borrani
De Nittis, Signorini
De Tivoli
Fattori.

Vedo, che ebbero, loro
un critico, anzi, no
un uomo:
un uomo buono
il carissimo Diego Martelli
che li ha uniti, amati
visti belli.

E Martelli?
Chi aveva, Martelli?
Qualcuno, certo,
qualcuno
mentre non c'è nessuno
-più -ancora
perché altrimenti ora
io lo vedrei
qualcuno come lui,
o non molto diverso.

Lui ebbe loro
anche,
gli uomini buoni
"Macchiaioli": amici, decisi
a vedere
i buoi, la
campagna,
la povertà,
il mare.

Io non posso
restare qui
senza far niente
io ho dolore
del nostro non
far niente.


-ma spero
sempre.





II
Io aspetto qui
che arrivi qui qualcuno
e dica:
"Da una vita
la penso come te
ma l'ho capito soltanto adesso:
mettiamoci al lavoro!
Al più presto".
"E' un miracolo, questo!"
-direi allora-
e infatti
un miracolo
solo un miracolo io aspetto:
una grazia: solo lui
solo lei è reale, regale
solo lui solo lei mi interessa
mi dà la pazienza
per il resto (l'irreale)
ho indifferenza.




III
A questo attimo
a questo albero
io presto ora
tutta la mia attenzione
perché dopo
ci sarà l'alluvione
o il terremoto forse
o forse un disastro
qualunque
uno normale, in questi tempi
-e in tutti-
mi viene da pensare.
Così io poto adesso
questo albero bello di olivo
lo guardo
lo rinnovo
lo rimiro
qui dove scrivo.




IV
Sono seduta con mio figlio al CAF
-a fare l'ISEE -a far ridurre le tasse
per l'Università.
S'affaccia un uomo d'una certa età
che dice all'impiegata
qualcosa su una pensione aggiornata,
aumentata 50 euro al mese.
E ecco! dice una cosa
nuova, oggi, anzi, antica:
"Grazie, figlia! Dio ti benedica".




V
Cori, la preromana
anzi preistorica città di Cora,
è tra i monti Lepini, qui vicino:
mentre, quasi ogni giorno, ci cammino
la guardo e penso: "Come dico, come dico
-se non dipingo, se non so disegnare-
la sua antica, anzi nuova,
anzi futura
architettura, umanità, bellezza?"


Potrò dire -poi penso-
che ci sono ora a Cori
tre poeti e di loro, di loro tre uniti,
dirò i versi:

"Siamo condannati
all'ergastolo della bellezza.
Essa
è ovunque.
Più della fine
abbiate coraggio
abbiate ardore
ogni morte ha la sua
resurrezione".

domenica 26 ottobre 2014

Giuseppe Feola, "Creazione continua - II"


Versi, questi di Giuseppe Feola che ora presento, e che costituiscono la prosecuzione di un discorso lirico già avviato in un libro precedente, tali da dover essere, più che letti, quasi, per così dire, respirati con la mente, insufflati nel pensiero come il filo d'aria dell'avena, del flauto silvestre.
Essi fondono, mi sembra, un senso - luziano più che dannunziano, cioè esistenziale più che edonistico - dell'immersione e dell'immedesimazione nella totalità del vivente con una percezione, biologica ma insieme umanamente, immanentemente mistica, del perenne respiro, della perpetua fluente vibrazione, che pervadono il creato: percezione che fa pensare a varie tradizioni sapienziali, dalla cabala al buddismo - vibrare all'unisono con la natura, e trasfondere quella concorde vibrazione in parola e canto. Creazione continua, appunto: dalla natura all'individuo, e da questi alla parola, e da quest'ultima al lettore che a sua volta riattraversa e rivive e ricrea il testo con la propria, e nella propria, mente.
Versi, si potrebbe dire, che, nel loro porsi come prolungamento e riverbero delle tante, discrete e sotterranee, rivisitazioni novecentesche della vena bucolica, paiono a tratti ricordare lo Stanescu delle Undici elegie per il modo in cui, in essi, la Natura si fa Parola, e la Parola Natura, in un rispecchiamento uno e duplice, in un gioco concorde e screziato di intrecci e di diramazioni - ma anche, quasi, nel loro aderire alla "natura", alla "specie", all'"opera del mondo", certo Luzi lettore di Betocchi (M. V.).







                                     mutando riposa




Creazione (XII)


Rumore di fondo


Ascolto
la respirazïone
del mondo.

Alberi sorgono,
inspirano cielo: allungano dita,
capelli
sul petto delle stelle,
metri assorbendo
dalla notte che scorre
nel letto suo profondo;

espirano,
di nuovo richiudendosi
nel fondo di quest’ocëano d’aria
che si muove.
Salire.
Ridiscendere.
Cellule nuove di esistere – uccelli,
animali – eco danno al-
le nuvole che vagano.

In basso si propaga
il suono della vita;
rotolano massi, ruscelli vanno per
le valli, spira a spira, quali serpi,
o fronde che si svolgano
uscendo da uno stelo.

Sospiro, tuono
che si scoscende
e s’apre nel suo salto

tendersi, alto rompersi di velo.




Creazione (VI)




Percorsi
dell’acqua
a cucire la terra
alla luce: la seta delle immagini,
la guerra delle nascite inquiete,
la rete dell’aurora, la sua sete,
la danza degli odori.


Creazione (V)
Il Corpo del Mondo



Realtà dense, intermedie tra ordine
e flusso:

la voce
che nell’aria fa certo
il pensiero, la goccia segregata
da sua madre l’acqua, la
pietra ostinata
che spezza la luce;

il Corpo del Mondo, di
cui sono parte,

- tremendo al
mio senso, irriducibile, indiscusso.




Creazione (VII)
Primavera



Il respiro degli alberi nel vento:
schiuma si libera
di pollini
al giro nuovo
in cielo delle stelle;

vele di nuvole
incedono dal mare.

Sembra una trasparente
bolla il mondo: cristallo, che in silenzio
riveli,
quasi da grembi d’aria,
il suo fondale.

Creazione (III)1
Presso l’acqua 1 / Lo Specchio delle Apparenze / Come in Alto, così in Basso


Il pomeriggio-tigre che sbadiglia
tra strie d’intrichi d’ombra giallo-verde
lascia danzare mille moscerini
sul suo mantello d’apparenze pigre.
Scivolando tra siepi di panchine,
la ciarla d’un uccello s’assottiglia:
nel brulichio dell’ora poi si perde.

Al vento, nella vasca, trascolora,
in un argento vivo che sfarfalla,
il volto dell’amico che mi parla
       della flessuosa Flora ch’è strisciata
indocile e veloce – nella spenta
ceppaia del suo cuore,
a farla ancora dolce d’altre foglie,
e d’altro umore ancora a rianimarla.

Annidatasi in quel folto, ora domina
e regge, nella stretta delle sue
voglie, quell’amante anima
ansiosa, cui,
caute parole sospirando, obliqua
legge detta ed insidiosa.
Volgo
un’esigüa, amara sigaretta
tra le mie magre dita: nude schegge
di cenere corrosa nel mio petto.

Il fumo non scompiglia, coi suoi lievi
errori che sfioriscono, il mio spirito,
l’agguato che io tendo all’esistenza,
allo strano silenzio della vita:
immobile ed assiduo, non ho fretta.

Guardandomi oltre il ciglio di quell’acqua – del-
la tensione del velo in superficie –,
nel folto delle immagini quieto,
nell’occhio dello scorrere incessante
mi accendo d’una muta intellezione

sospeso dentro al Cielo, e al suo segreto.


Creazione (VIII)



Le scosse
del vento tra lo strider delle antenne;
tremano le finestre.

Chiare schiere si sciolgono nell’aria,
si raddensano nere.
La
tarda, nascosta
primavera nelle sue briglie freme: non
sa più

come arrivare.


Creazione (X)


La danza muta
nell’aria
dei pipistrelli svela
orbite dense
di vita minuta: dichiara nuvo-
le di moti non visti

trasparente pulvisco-
lo di nere zanzare.

Il serpente / Creazione (XI)
Argo / Quetzalcoatl / Yggdrasill



La lenta forza
del vento
riveste
la notte del suo manto:
occhi o stelle?
scaglie di cielo argentee,
foglie, piume nel brivido
profondo della scorza
appaiono dell’albero celeste,
della pelle del fiume, nuova e vivida
di mondo.
Il mondo: vivo
serpente che
si spoglia dell’exuvia.



Creazione (XIII)
Sublimazione dei liquidi / Principio d’Impermanenza


Essere privo d’essenza: le nuvole
del cielo

impermanenza
pura, dura sembianza
del tender d’ogni cosa a sublimarsi

e fino
all’ultima sua assenza farsi velo.

Creazione (IX)


Imparziale, ogni giorno il Sole appare
a viver la sua luce nell’esistere
degli occhi dei mortali.



Oceano / Mutando riposa
metabavllon ajnapauvetai
( Eraclito, 22B 84a DK )


Non è mai fermo;
ma neppure si muove:

solo, respira
nel suo proprio luogo.

Acqua che piovve
dal cielo a riempire
la pancia della Terra:

nessuna mente allora
poteva riconoscerlo, non c’era
sguardo a potervisi
specchiare;

né continente ad isolarsi in esso.

Per questo non conosce, egli, nessuno
uomo animale pianta o continente –,

nulla rispetta
bianco di zanne –
tranne cielo e terra,
indifferente come la Fortuna;
ma tutto quanto, in compenso, rispecchia,
come sognando

nel suo sonno di vecchio,
nel suo ceruleo aspetto,
da miliardi di anni
imparzialmente
nel suo volto di Luna.


1 Per Luigi De Fanti ed Lorenzo Ferroni. Poesia iniziata a Pisa, il 2830 ix 1997, reduce da un pomeriggio alla “Montagnola” di Bologna, con L.D.F., e poi da uno con L.F. nel giardino del collegio Timpano della Scuola Normale Superiore di Pisa.