domenica 3 luglio 2016

Giselda Pontesilli, "Su 'Fare di questo' di Carlo Bordini"



Come affiora dalla lettura sensibilissima e sommessa di Giselda Pontesilli, la poesia di Carlo Bordini sembra sorgere, e trarre alimento ed energia, precisamente da quell'"enorme secondarietà della letteratura" di cui parlava Amelia Rosselli, dalla "grandezza" e dalla "pazienza" infinite del nulla, del silenzio e del bianco su cui fluttuano e palpitano, diceva Beppe Salvia, le parole della poesia - Salvia che infine gettò nel bianco abisso di quel nulla anche la propria voce e la propria vita.
Ma sono - dicono o suggeriscono i versi di Bordini - la vita stessa, l'arte stessa, l' antica e profonda energia che dà corpo, trasfondendovisi, alle manifestazioni e ai monumenti della civiltà, a prendere forma, in fondo, proprio dallo scarto, dal detrito, dalla reliquia, da ciò che sopravvive dopo la combustione della forza vitale e creatrice che si estenua'e si spegne per rinnovarsi, come una fenice, ad ogni svolta di un'eterna anaciclosi.
Anche la morte, la sofferenza, il sacrificio - anche la crudeltà e la distruzione di cui inconsapevolemente ci rendiamo artefici e colpevoli - trovano, nell'economia di questo grande opificium mundi, un proprio ruolo, una propria significazione, se non una giustificazione.
Ma questa lucida consapevolezza, ripetto a cui il lirismo non è evasione o nascondimento, ma presa spietata di coscienza, potrà un giorno essere trasfigurata e rendenta in un'innocenza sapiente, nell'infanzia ritrovata e antichissima del puer aeternus.
Sapienziale candore, scavata e stratificata trasparenza, mistero in piena luce, questi, che si riflettono anche nella lingua e nello stile, tanto più evocativi, profondi, altamente risonanti e rivelatori - quasi, si direbbe, folgorati e stupiti da se stessi - proprio nel momento in cui paiono avvicinarsi alla prosa del quotidiano, all'umana affabilità della conversazione. 

                                                                     (M. V.)  



La poesia "Fare di questo" è, primariamente , demistificatrice, poiché   -non a parole-  ci fa coscienti di un fatto che sapevamo già: per sentire, per esperienza; ma solo ora, solo così tardi, lo comprendiamo davvero:
non è vero  -ci dice, non a parole-  non è vero che solo alcuni misteriosi uomini (non io, mai io) compiono omicidi; io = omicida : ecce homo.

Non a parole lo dice,  poiché «quando si è capito veramente qualcosa dirlo è un atto puramente narcisistico»1  (di qui, «l'enorme secondarietà della letteratura»2); e dunque, non a parole, non per narcisismo, la poesia mi dice che io = omicida.

E aggiunge: «Questo è un fatto molto importante» ; ecco, non dice:  «Questo è tremendo, atroce, orrendo», ma solo, "innocuamente": «Questo è un fatto molto importante»; e più oltre, narrandoci  del rapporto con S.,  chiama «l'impulso [...]di ucciderla» semplicemente, temerariamente, tra parentesi « (puro istinto, vero, grande istinto) ».
In tal modo, la poesia non è solo demistificatrice, ma insieme -se mai possibile- consolatrice (se mai possibile), poiché non ci condanna: constata, accerta, rende testimonianza.
Il primo omicidio che constata è quello di  Bione, un cane che portato in campagna, abbandonato, cioè «ucciso interiormente», «impazzì»:

giovedì 9 giugno 2016

Tullio Rizzini, “Sonetti”

I componimenti che ho il piacere di presentare, al di là del loro valore poetico, sono, si può dire, una forma di poetica in atto, di applicazione sperimentale di un'idea di lingua e di poesia; e non possono essere scissi dall'assiduo, audace quanto affascinante, lavoro di ricerca (http://www.magiedizioni.com/documenti/origine-idee-e-parole_1.pdf) che l'autore, neurologo, conduce da anni, a partire da osservazioni compiute sulle abissali ed epifaniche agnizioni provenienti dall'apparente vaniloquio (in realtà, forse, sapiente glossolalia?) degli alienati mentali, intorno al valore fonosimbolico primario, originario, universale proprio perché prerazionale, racchiuso nei suoni fondamentali (o meglio nei fonemi, nelle sostanze concettuali e psicologiche soggiacenti alle manifestazioni esteriori che si odono e si scrivono) che vanno a comporre, con un'ars combinatoria non sempre facile da razionalizzare, quelle baluginanti ed enigmatiche spie del profondo che sono le parole.
Si potrebbero citare le celebri Voyelles di Rimbaud, o magari le ricerche compiute da René Ghil nel mondo francofono, da Chlebnikov in Russia ‒ o, ancóra, da noi, i forse troppo dimenticati esperimenti di Guido Ballo alla ricerca di una poesia che trasformasse le consonanze e gli accostamenti etimologici in occasione, etimo e sorgente di creazione. 
Ma, qui, la ricerca del valore fonosimbolico della parola non si traduce in indiscriminata autonomia del significante, o in cieco automatismo, o viceversa in cervellotica ricerca ad ogni costo dello scarto dalla norma e della distruzione del senso condiviso. Al contrario, la fusione di suono e senso, la motivazione, anche fonico-evocativa, della parola, cercano di superare l'arbitrarietà del segno linguistico, e di fare della parola poetica Verbo incarnato nel senso più pieno e più alto.
Le singole lettere hanno un preciso valore espressivo, o meglio una vasta e versicolore gamma di possibili sfumature, che vengono poste in luce dai loro accostamenti e dalle loro interazioni.        
Non è casuale che, nella tessitura fonica dei testi di Rizzini, paia prevalere la R, suono che evoca, secondo gli studi dell'autore, la “ripetizione infinita”, la tessitura del tempo che si eleva e si protrae al di là della contingenza, che diviene, nel proprio stesso reiterarsi e tornare su se stesso, immagine dell'eterno.
Sorriso aurora paradiso amore ora speranza eterne raggio... La tramatura fonica delle R, quasi come il filo o la nervatura di una rete neurale, unisce e fa splendere, da un testo all'altro, una nitida costellazione semantica, tesa fra il tempo e l'eterno. 
E, infine, forse non senza un richiamo a simbologie iniziatiche, massoniche o rosacrociane, i passi del poeta divengono danza, e il suo incedere si avvia, oltre il grigiore della materia, oltre l'oscurità dell'oppressione sociale e dogmatica, verso una sorta di nuovo Templum Salomonis; verso la dimora di una sovrastorica, universale fratellanza umana, di cui proprio la comune origine delle lingue (rispecchiata dal valore evocativo e simbolico originario dei suoni, riportato alla luce dalla poesia non meno che dalla scienza) si fa testimone e garante. (M. V.)




Il tuo sorriso era la gioia, il canto
della tua voce fioriva l’aurora
nel paradiso del tuo amore e l’ora
del mio riposo stava nel tuo incanto.

Piccolo nel tuo cuore amato tanto  
mi cullavo nel ritmo, ancora  e ancora:
non ti fermare mai, cuore d’allora,
anche se il bene mio s’è volto in pianto.

Nomade culla in arido deserto,
tra fredde stelle, batte ancora il suono,
da infinita distanza, dell’amore,

ed io son fitto al suolo ed il perdono
invano forse imploro, fatto esperto,
dal trascendente bene, del mio errore.

********                                   

Una parola buona…  ed il sorriso
della tua infanzia ti riscuote. Ancora
sei quello amato da tua madre, allora,
con la sciocca speranza impressa in viso.
                
Il diaframma del tempo, che ha deriso
la timida innocenza, si scolora:
sei stato amato dentro la tua spora,
e il mondo freddo, no, non ti ha diviso.       

Sii calmo e osserva: una parola buona
rinnova in te quello sdegnoso amore
ch’è la sostanza del tuo cuore antico

e lo riporta là, dove risuona
il ritmo consueto, come un fiore
aperto e mosso da respiro amico.


********

Montagne eterne, i vostri rivi sono
come la bocca della donna amata:
intensi e puri. E stendono il perdono,
nell’alba bianca, sulla terra ambrata.

Ascolto i boschi modulare un suono
alto e frequente all’onda, alla ventata.
Ed ecco tra le guglie il sole buono
Inoltrarsi nel ciel di sua giornata.

E sfiorare col raggio luminoso
la cima, là dove lo sguardo cede
tra il vorticoso azzurro e il verde ghiaccio.

Tocca il tuo cielo, astro tempestoso,
sciogli l’antico ghiaccio, e la mia sete
d’acqua soddisfa col divino raggio.

********

Tempeste e neve, ghiaccio, luce e sole,
squallide lame di nevai lontani,
baite piombate in malghe ed in pantani,
rivi rodenti rocce, e prati, e viole,

e sconfinate strade, dove, sole,
sfrecciano le marmotte o serpi strani,
alti silenzi in mezzo agli altopiani
cantatemi armonie senza parole.

Tra cappelle affrescate è bello andare,
balzanti fuor da spopolate ville
coi color forti dell’età di mezzo.

Un pozzo accanto, e un santo da pregare
ogni cappella ostenta, e sono mille
le favole istoriate che accarezzo.


********


Vedrò l’aurora di giornata eterna
dopo la nebbia e il cieco camminare.
Udrò la voce un nome pronunciare
che mi riscuota dalla notte inferna.

E ciò che accade sarà storia esterna:
la serie degli errori naufragare,
disciogliersi nell’infinito mare
dove promessa eterna si discerna.

I crucci e l’odio, il mistero dei cuori,
tutto esposto sarà. Cammineremo
sopra un viale d’alti alberi ombreggiato.

Deposta ogni speranza nel passato,
finalmente a quei rami appenderemo
nomi e sentenze dei perduti amori.



***                                   

Nacqui nel sangue, uscito da una goccia
di sperma. Nei torrenti della luce,
tra il rombo dei cannoni, mi conduce
l’invincibile tempo ad una loggia

aggettante sul mare, incisa in roccia,
dove l’eterno orizzonte traluce
di schiere d’astri, e in quell’oceano adduce
il movimento uman, piccola roggia.

Dal balcone alto il Savio giudicare
costellazioni e rivoluzioni
può certo, e il pianto di colui ch’è nato.

Io più non piango e resto giù, a imparare
sciacquio d’onde, e del vento le canzoni:
le sillabe che m’ hanno perdonato.      

*** 
                                                                           
Bianca città, fulgente in mezzo agli orti,
potrò contare mai i perduti passi
degli abitanti tuoi sui lisci sassi,
e gli echi delle voci nelle corti?

Anch’io compongo i miei segnali ai morti
infiniti che occhieggiano tra i massi,
e cammino nei vicoli e nei bassi,
su catacombe in cerca di risorti.

Nel tuo grembo è fetore, eppure splende,
incontrastata impudicizia al cielo,
la gioventù di vivido cristallo.

E il passo, e la parola che l’accende,
io descrivo, indossato un bianco velo,
e, nel suo sinuoso vezzo, ballo.
     

lunedì 6 giugno 2016

Giuseppe Feola, "Schegge (II)"

I testi che presento sono una specie di fulminante sintesi di certi tratti della tradizione occidentale (ma forse anche con qualcosa delle liriche cinesi) delle forme epigrammatiche e frammentarie, dai lirici greci a Quasimodo a Ungaretti a Penna.
Nel momento stesso in cui si avvicina alla natura (in cui anzi si fa essa stessa natura, in cui la parola si fa visione ed evento, nell'immediatezza delle forme verbali, della sintassi nominale, dei "bianchi" che isolano i sostantivi come  cristalizzazioni delle sostanze appercepite, o come "idee" in senso fenomenologico), la poesia ribadisce ed accampa la propria assoluta autonomia, il proprio aurorale valore di "cosa fra le cose", di "cosa aggiunta al mondo", Leben e insieme mehr-als-Leben.
I bianchi, poi, nel momento stesso in cui paiono destrutturare il tessuto metrico del testo ritagliano ed isolano, invece, spesso, emistichi e cola, regolari. La metrica è negata nell'apparenza per essere ribadita nella sostanza profonda, nelle autentiche e radicate ragioni della ritmicità sotto o al di là del ritmo, come in un complesso gioco di entropia e neghentropia. (M. V.)



1


L’inverno – un vello
di nuvole
ricovera il giorno nel sonno:
                    è culla
del fulmine
a notte.

2


Nelle case: le lampade.
Studenti,
esistenze in attesa,
intente al
futuro.

3


Nelle pozzanghere:
la schiuma
dei giorni

‒ fumo di oggi
che esala al domani.

4


Venti taccole sui rami dell’albe-
ro stecchito: gentile cicaleccio
nero, che oscilla
di voli, nell’azzurro
inverno.

5


Alberi ancora secchi
tra campanili e case:

le loro braccia insistono al silenzio;
sulle dita, dialogo
d’uccelli:
voci primaverili della luce.

6


L’ala della libellula
canta la luce:
voracità dei
giorni, che cresce di ritmo di Sole e
sfiorisce.

7


Volo di gabbïani,
da ovest:
vista,
nel cielo
lontano,
dell’invisibile mare vicino.

8


Solitudine: un cerchio
affollato di voci;

un balcone da cui
non si affaccia nessuno.

9

.
Azzurro fosforo
di questo tramonto: si cambierà in
ceruleo e nero.
Nuvole. Bianche
ali di gabbiani che se ne vanno.

10


Crescono i cardi col lume del Sole
negli occhi:

cerulei guarda-
no la prole dell’uomo,

che passa.

11


La città vecchia immobile
nel pomeriggio del sabato estivo:
lenzuola stese nel cielo;
                risveglio
beato, sotto l’azzurro del Tutto.

12


Da undici anni
combatto
col senso da dare alla vita;
                    spenta
la sigaretta: tra i denti, la cenere
mangio; la birra,
finita.

13


Il fremito delle foglie, sfiancate
dalla calura.
            Instancabile suona,
lì in alto, la
corda della cicala.

14


Voli di corvi
e gabbïani, sul tetto di fronte;
la mezzaluna nel cielo diurno:

raduno
di azzurre, mobili vite, sul petto, nel-
l’occhio del Sole.

15


Il rombo immane
di foglie nel vento:
ode unanime al tempo
di diecimila vite
votate al-
la morte.


16


Il dono della notte a chi è solo.
La danza delle stelle:
la lontananza, il volo.

giovedì 31 marzo 2016

«Rinasco, rinasco del mille ottocento cinquanta!». Madeleine o straniamento temporale?


"Tunnel spazio-tempo", di Fabio Giovinazzo
 
Apro Pape Satàn Aleppe di Umberto Eco. Naturalmente mi convinco di aver aperto ‘a caso’, sempre che aprire un libro – quel libro e non un altro, a una determinata altezza e non a un’altra – sia un caso. Sono a pagina 24 e trovo una Bustina dal titolo gozzaniano: Rinasco, rinasco, nel milnovecentoquaranta. Così Eco: «La vita altro non è che una lenta rimemorazione dell’infanzia» D’accordo. Ma quello che rende dolce questo rimembrare è che,  nella lontananza della nostalgia, ci appaiono belli anche i momenti che allora ci sembravano dolorosi», come «le notti passate nel rifugio antiaereo». Lo davo per scontato, ma resto perplessa su quel nel che sostituisce il del che figura nell’Amica di nonna Speranza. «Rinasco nel» implica una madeleine: ed è esattamente ciò che Eco ha espresso (mentre io ricordavo solo male, complici anche alcuni manuali). Infatti scrive, pensando alla reintroduzione del grembiule nero nelle scuole: «avverto in bocca 

domenica 20 marzo 2016

Gian Ruggero Manzoni. I segni oltre il tempo di un pittore-poeta



Chi pensa che la Transavanguardia altro non sia, come a volte si legge, che vuoto formalismo, citazionismo fine a se stesso, sterile gioco stilistico, inerte ritorno figurativo dopo i tumulti e i soprassalti e le lacerazioni delle avanguardie, non potrà che ricredersi di fronte alle opere di Gian Ruggero Manzoni, in mostra ad Imola, alla Bottega Gollini (www.bottegagollini.it), fino al trentuno di marzo (così come, del resto, di fronte alle immagini, ora di una figuratività esile, diafana, quasi fantasmatica, eppure proprio per questo intensamente evocativa, ora di un cromatismo acceso e vitale, di una vivacissima, elettrica e vibrante impazienza di forme e di linee, con cui Mimmo Paladino ha accompagnato, o meglio

domenica 13 marzo 2016

Un libro su Massimo Sannelli


LOTTA DI CLASSICO. Il caso Massimo Sannelli

a cura di Elisabetta Brizio - marzo 2016

e-book gratuito, pp. 104 (14,4 MB)

Con quattro interviste a Massimo Sannelli, tre saggi di Elisabetta Brizio, tre saggi di Matteo Veronesi

https://lottadiclassico.files.wordpress.com/2016/03/lotta-di-classico-massimo-sannelli.pdf

C’è davvero un caso Massimo Sannelli? A prima vista, Sannelli è un autore ben pubblicato e ben inserito, ha lavorato nell’editoria e nel cinema, e come poeta figura nelle antologie militanti, quelle che contano. Non è quindi uno sconosciuto. Se vuole pubblicare, pubblica, e se vuole apparire, appare, anche in scena. L’idea del caso fa pensare a un problema. E allora dov’è il caso? Qual è il problema? È nella sua singolarità: autore molto versatile, dà l’impressione di essere fuori del tempo, non sembra appartenere al 2016, né fisicamente né fisiognomicamente. Sannelli è una delle ultime propaggini del poeta-intellettuale, una coda molto autoironica, ma perfettamente consapevole. Come si ricava da queste pagine, dove non ci sono sconti né ambiguità.

mercoledì 9 marzo 2016

Antonio Castronuovo, "Aforismi esclamativi, ma poetici (Su un'originale raccolta di schegge aforistiche)"



Da genere appartato, anche confidenziale, negli ultimi dieci anni l’aforisma ha trovato un consistente numero di voci che ne hanno arricchito il panorama editoriale. E come per ogni fenomeno che allarga i propri confini, anche quelli espressivi si sono ampliati, con un panorama sempre più vasto di interpretazione dell’aforisma. Ogni autore, insomma, vede l’aforisma a modo suo – e a modo suo lo produce, consapevole che in fondo la schiera dei possibili maestri è assai ampia, in un ventaglio di nicchie aforistiche che spazia dal mondo antico al Novecento, da Ippocrate a Longanesi.
L’osservazione trova riscontro in una piccola collezione aforistica che ho di recente ricevuto. Assemblata da Annalisa Mancino, Al limite... Aforismi! (Urizen Edizioni, 2015) è un minuscolo album in sedicesimo orizzontale con pagine cartonate dello stesso peso della copertina. Già la forma pone il prodotto fuori dalla schiera, mettendoci nelle mani un oggetto cartaceo che è anche stampato e legato a spago nel modo assai gradevole di una attenta arte tipografica, il che lo distanzia dal cumulo antiestetico dei libri auto-prodotti e ne fa qualcosa di curiosamente simile a un album classificatore di antica concezione. È già un punto di qualità, almeno per il bibliofilo: una plaquette materialmente assemblata in maniera originale diventa infatti qualcosa di “raro”.
Il primo carattere che affiora è che, in linea col prodotto tipografico d’autore, ogni scelta è concessa, anche se irrazionale. Manca ad esempio la numerazione di pagina; la stampa degli aforismi è solo al recto delle pagine; i primi aforismi hanno un titolo tematico e i restanti no; l’autrice ha totalmente rinunciato alla punteggiatura interna dei testi, che pure astrattamente esiste, sostituita dal gioco dei “dacapo” e dalla fugace apparizione di qualche maiuscola non preceduta dal punto. Tutte scelte in linea con la nota biografica finale dell’autrice, che si dichiara «creativa... forse troppo», e che di fatto lo è stata nella definizione formale complessiva del proprio libro. Ma la linea è forse data, meglio, dalla dedica Ai contrari, che prospettando una scelta volutamente libera e sbrigliata da ogni regola – anzi avversandola – fa della medesima autrice quel bastian contrario cui ella dedica le proprie schegge. E dei quali ci dona anche una definizione: «I contrari invertono le rotte / per solidarietà al loro cuore, / i consenzienti fanno solo un giro di boa / per non essere contrari a se stessi!».
Non essendoci paginazione, per sapere a cosa ci troviamo di fronte dobbiamo contare: sono trentasei aforismi in tutto, se non abbiamo sbagliato a scorrere i cartoncini. Dunque, come tutti i piccoli libri di aforismi, anche questo si legge presto, in nemmeno mezz’ora; però, come tutti, a leggerlo veloce i testi s’ingarbugliano. E la ragione è ben nota: le forme brevi reclamano la pausa; piuttosto vale leggere qualcos’altro, mai trascorrere un’intera serata solo con aforismi. Tutto si mescola e s’imbroglia, anche il pensiero.
In ogni caso, soltanto una volta letta la collezione si coglie il senso dello strano titolo. L’autrice dichiara trattarsi di aforismi, ma al limite: è cioè consapevole di muoversi in un cosmo espressivo border-line. Il lettore si trova infatti in compagnia di aforismi impregnati di pensiero, ma non solo: anche di attitudine alla poesia. Essendo brevi pensieri di forma poetica, questi aforismi rientrano tra le massime poetiche, ma al contempo non lo sono. Sono pensieri, immagini di vita, per i quali l’autrice sente l’obbligo della bellezza – ed ecco che si muove verso la poesia. Un esempio per tutti: «Non lascio nulla al caso / lascio che il caso assegni / un ultimo posto in prima fila / per lo spettacolo della mia vita / finale a sorpresa!». Lo svolazzo impertinente dell’aforisma viene insomma sacrificato a un effetto di bellezza quieta, molto femminile, che resta però sempre sotto il controllo accurato e geometrico della ragione.
Con ciò, alcune schegge inclinano all’aforisma. In questo frammento: «Il tempo ci rende migliori / nell’ipotesi peggiore!», si percepisce bene il gioco aforistico: appare un’avversativa e non manca nemmeno una pungente deviazione finale, tanto che il pezzo non avrebbe neppure bisogno del finale esclamativo. Altri frammenti vanno in questa direzione, e implicano l’identico riscontro che si tratta di aforismi in nuce: «Tutto scontato / in un mondo a saldo di idee!», oppure: «Temeraria la vita per il sesto / unico senso veritiero!».
Un altro particolare attira l’attenzione: l’uso insistito dell’esclamativo. Tutti i frammenti della Mancino si chiudono con l’esclamativo, che viene annunciato già dal titolo, Aforismi!
C’è da chiedersi come mai l’autrice indulga su un segno di interpunzione parecchio usato un tempo come interiezione, enfatizzazione, entusiasmo e sorpresa; un segno che ha oggi perso gran parte dell’energia espressiva, in quanto considerato enfatico e ridondante. Ugo Ojetti lo odiava, e così scrisse nelle sue Cose viste (Milano, Treves, 1923-1929): «Odio il punto esclamativo, questo gran pennacchio su una testa tanto piccola, questa spada di Damocle sospesa su una pulce, questo gran spiedo per un passero, questo palo per impalare il buon senso, questo stuzzicadenti pel trastullo delle bocche vuote, questo punteruolo da ciabattini, questa siringa da morfinomani...». Ma Ugo Ojetti non è la Bibbia.
Credo che la soluzione del dilemma stia proprio nel fatto che l’esclamativo – come detto – può esprimere sorpresa. In tal senso, l’esclamativo procura all’autrice ciò che manca in ambito di ortodossia aforistica: l’uso della pointe, il grande segreto dell’aforisma novecentesco, quello acuminato e impertinente, anche tracotante: la sorpresa (linguistica o contenutistica) che, con un colpo secco di timone, conduce il lettore in uno spazio espressivo inatteso (un esempio classico da Camillo Sbarbaro: «Nella vita come in tram quando ti siedi è il capolinea»). L’assenza, in questi aforismi, della pointe viene bilanciata dall’esclamativo che, appunto, fa nascere nel lettore la sorpresa.
Siamo dunque al cospetto di una forma abbastanza inedita di aforisma; una bella invenzione, per materia (libro materiale) e significato (massime poetiche), che colloca l’autrice in una geografia originale, una formula di rara apparizione, capace di catturare l’attenzione estetica.
E qui serve un’ultima pausa. Walter Benjamin definì una volta la differenza tra traccia e aura: «La traccia è l’apparizione di una vicinanza, per quanto possa essere lontano il suo segno; l’aura è apparizione del lontano, anche se ciò che suscita è vicinissimo, quasi palpabile. Seguendo la traccia facciamo nostra la cosa che inseguiamo; all’apparizione dell’aura è lei che s’impadronisce di noi». Bene: gli aforismi della Mancino si collocano nello spazio dell’aura: una apparizione del lontano che suscita qualcosa di assai vicino e quasi palpabile, un’apparizione che s’impadronisce del lettore, con la seduzione della novità imperativa.


                                        
                                                                        Antonio Castronuovo