giovedì 6 settembre 2018

Giselda Pontesilli, "Su 'Trittico e lamentazione' di Armando Rudi"




Leggendo Trittico e lamentazione del poeta di Mozzate, Armando Rudi, ci troviamo di fronte a un’idea di poesia come estroversione e introversione, e come reversibilità dell’una nell’altra: reversione continua, ciclica, perché, dopo le tre parti del Trittico (I Camini, Orti, Il Vento), canto esaltante dell’ambiente, del “paesaggio” culturale e naturale, c’è il controcanto, il ripiegamento interno e tremendo della Lamentazione (Lamentazione d’un Giobbe moderno), che noi però non  sentiamo come esito finale, bensì - talmente imponente e magnificante è stato il canto – come premessa d’un ritorno al canto, così come accade nel Libro Sapienziale di Giobbe, appunto.
Canto e controcanto sono, insomma, collegati, in una sorta di ricambio, di scambio simbolico; difatti, se qui ci fosse solo il canto, l’elogio dei camini, degli orti, del vento, noi – benché ammirati della sua esuberanza – penseremmo pur sempre trattarsi solo di uno sforzo volontaristico, supremo ma -in definitiva- di maniera, inautentico; invece, subito dopo Il Vento, il poeta scrive:

Poi succedono giorni senza vento.
Anche il figlio rimasto con il Padre
ha le sue crisi: crisi depressive.

E ha inizio, così, a inverare il canto, l’articolata, tormentata Lamentazione.

Ora, si deve osservare che I Camini che il poeta ci presenta non sono solo i comignoli di casali e case d’antan (il che sarebbe di nuovo accademismo, maniera), ma tutti i camini, anche quelli, apparentemente privi di interesse, che

martedì 10 luglio 2018

Giselda Pontesilli, "Su 'Tutte le voci di questo aldilà' di Andrea Temporelli"



Il Künstlerroman, il "romanzo d'artista", che ha per protagonista un artista o un poeta, e che attraverso le vicende e le vicissitudini, le oscillazioni e le sfumature, della narrazione ne mette in evidenza, e ne scompone dialetticamente, le idee estetiche e le scelte creative, ha - da Goethe a Mann, da Rilke a D'Annunzio - una lunga tradizione. Tradizione che, nella struttura adamantina e nella scrittura asciutta e limpida, lontana sia dalle strettoie del minimalismo che dalle contorsioni spesso vacue del neobarocco, di Tutte le voci di questo al di là, sembra vanificarsi ed implodere in un genio assoluto e proprio per questo negato, volutamente rimosso e sepolto nel silenzio, tramite l'evocazione di una poesia illuminante e dirompente, ma tenuta, per così dire, fuori scena, sospinta oltre i margini dell'inquadratura, tangibile indirettamente, ma forse ancor più intensamente, solo negli effetti che produce nel suo unico, quasi predestinato, lettore. Poesia presente, infine, solo nell'unico modo oggi forse rimastole: ovvero nella sua assenza, di cui il suicidio (quasi pavesiano "non più parole, un gesto") sancisce infine la gloriosa sconfitta, il titanico annientamento. E si potrebbe pensare, con Blanchot, all'assoluto di una letterarietà quasi metafisica, di cui il bianco il vuoto il silenzio l'eclissi possono essere l'unica degna veste, la sola forma aderente; se non fosse che la vicissitudine e il dramma della creazione non impossibile, non incompiuta, ma ugualmente vana, sono calati, qui, atrocemente, nell'opaca realtà (l'istruzione, i convegni) in cui proprio la cultura dovrebbe trovare (e forse un tempo trovò) espressione ed eco, e che non sembra essere, oramai, altro che un labirinto d'ombre, una pallida danza di fantasmi. (M. V.) 

L’autore del romanzo, che in prima persona appare solo due volte di sfuggita, ne è tuttavia il perno centrale, in una sorta di coraggiosa autobiografia in terza persona che ci mostra (tra l’altro) due ambienti in cui si svolge la sua vita: la scuola, dove fa il professore, e l’ambiente letterario, dov’è critico e poeta.

mercoledì 3 gennaio 2018

I volti ambigui del sacro nella pittura di Padovani





Sacrum è, in latino, ciò che è sacro e insieme ciò che è esecrando – ciò che deve essere venerato e insieme la vittima destinata all'annientamento espiatorio – il santo e il tremendo, il sublime e l'impuro – ciò che è doppiamente intoccabile, perché troppo elevato, irraggiungibile anche solo con il pensiero, e perché può, in eguale, misura, contaminare ed essere contaminato attraverso qualsiasi contatto (questo è forse uno dei sensi riposti del noli me tangere evangelico, di quel velo sottilissimo ma invalicabile d'irraggiungibile, che tante risonanze e tanti aloni ha avuto anche nella traduzione figurativa).
Pochi artisti sanno oggi, credo, cogliere questa inquietante, impura ma fecondissima, ambiguità del sacro (che è sublime e tremendo, altissimo e insieme celato in una profondità tenebrosa e impenetrabile) come Sergio Padovani, la cui mostra Sanctimonia  (http://www.ilpomodadamo.it/progetti/sanctimonia/) è visitabile ancora per qualche giorno, fino al sette gennaio.

sabato 9 dicembre 2017

Moto e resistenza delle cose



 
Di fronte all’ultimo libro di Giancarlo Pontiggia, Il moto delle cose (Mondadori 2017), con cui sotto i migliori e piú coerenti auspici rinasce la gloriosa collana dello «Specchio», qualcuno potrebbe essere tentato di rivisitare i tradizionali luoghi comuni del piú retorico umanesimo. E di parlare di valori eterni della classicità, di ideali perenni, per poi magari fermarsi qui. Certo, Pontiggia non prescinde mai dalle grandi voci del passato, tuttavia uno degli aspetti forse piú vivi di questa poesia, e piú vicini al lettore di oggi, consiste nel riconoscimento, lucidissimo e privo di finzioni e di illusioni, della relazione asimmetrica tra la resistenza delle cose e il flusso del tempo: «Guardi, e temi / nello stridío rigoglioso delle cose / che scrollano / da sé ogni nome». Soffermiamoci su E leggi, in Lux Nox (alla chiara fonte 2008), poi nel Moto delle cose con altro titolo, E vedi: «un verso, un muro, un letto / sono piú lunghi di te // erano prima, e sono dopo / di te». Vedi per leggi è la spia di un cambiamento di prospettiva: l’io lirico non apprende dall’esterno, ma osserva la piena evidenza. Si tratta, se non di una priorità ontologica, di un carattere tangibile e ineluttabile, e spesso persino ostile, delle cose del mondo e dell’esperienza, rispetto al vissuto e al suo consumarsi e scivolare verso l’estinzione. Non ha senso rimuovere e occultare questa ostilità, questa impassibile e sottilmente inquietante persistenza delle cose di fronte al nostro passare, perché è un destino: il segno «di un ordine incessante».   
   Come nel grande stoicismo romano, da Seneca a Marco Aurelio, e piú in generale nella filosofia ellenistica (cosí vicina alla modernità nel vivo senso dell’esperienza individuale, nella diffidenza verso i grandi sistemi), la percezione e l’intuizione di un logos universale, di una superiore pronoia, insomma di un destino, benché impossibili da decifrare e da enunciare, sono l’altra faccia, il lato d’ombra o di luce (estremi che in Pontiggia mostrano un margine labilissimo, margine che è sigillo di una stretta contiguità) del senso della caducità di ogni esperienza e di ogni disegno umani. Quasi un divino disincarnato, restio ad ogni individualizzazione, del quale si intuiscono la sussistenza e la possibilità, ma i cui decreti trascendono, nell’immediato, ogni umana facoltà di comprensione e di espressione, e si manifesteranno solo in un orizzonte di destini finali, al termine dei tempi, in un ipotetico tornare e reiterarsi del tempo.

mercoledì 3 maggio 2017

Elisabetta Brizio - "Il nome e l'enigma. Nuovi tentativi di avvicinamento a 'Natura morta' di Paolo Ruffilli"





(Passa la forma,
muore si dissolve
per sempre ci scompare.
È la materia, dicono,
che scorrendo resta:
si trasforma cambia
si deforma,
senza cessare d’essere.)

Bernières, Calvados: 18 agosto
(Diario di Normandia)


Il soggettivismo non schiaccia mai Ruffilli, in poesia, anche se fino a un certo punto egli vi ha trasfuso molto di sé. Ecco, qual è questo punto? Il momento dell’abbandono della misura soggettiva per una riflessione versificata sull’altro da sé? Forse, La gioia e il lutto e Le stanze del cielo. Ma nel successivo Affari di cuore si incaricava di affrontare direttamente – e inevitabilmente con il coinvolgimento dell’esperienza personale – la fisiologia dell’amore, insieme a quello che negli Appunti per una ipotesi di poetica, a chiusura di Natura morta (Aragno 2012), egli definisce il «salto nel vuoto che l’amore pretende». Ricordate L’isola e il sogno? Dove, a differenza delle storie che erano affluite in Un’altra vita, non si dava la possibilità di un nuovo corso alla propria esistenza. Con Affari di cuore la biografia sembra riacquistare i suoi contorni, ma piú che una ricaduta in una anamnestica personale si tratta qui di misurarsi con il tema amoroso – e ‘tema amoroso’ non è la migliore espressione in quanto rinviante a un che di scorporato –, dunque di trattare l’amore (emozione choc, eros, istinto, affetto, idealizzazione) senza tergiversare, né devitalizzandolo in esiti di vaghezza, ma osservando il love affair dall’interno. Perché, Ruffilli lamenta, la poesia, la grande poesia, tranne qualche sporadica eccezione, tende ad aggirare l’ostacolo, a smussare gli aspetti piú aspri dell’amore. Non sfugge a questa inibizione Montale, che esibisce senhal, donne dello schermo e figure salvifiche che si rifanno agli angeli dello Stilnovo, figure che in fondo finiscono per essere non troppo dissimili dagli «emblemi eterni» e dalle «evocazioni pure» di Ungaretti (Memoria d’Ofelia d’Alba), pur da Montale per altri versi cosí lontano.
In Affari di cuore imperversava una soggettività dirompente: a chi apparteneva? Sembrava attenuarsi la prospettiva indicata da Pier Vincenzo Mengaldo del Ruffilli che «pensa poeticamente»: l’inflessione pensante qui appariva in parte compromessa in quanto molti versi disegnavano una quasi tangibile materialità dei corpi, niente affatto stilizzata e sublimata. È il riverbero delle storie intime del soggetto dell’esperienza ciò che a una vista esteriore costituisce la vera trama di quest’opera? Non lo sappiamo, ma non possiamo fare a meno di notare che anche in questo caso Ruffilli ha seguito il metodo della immersione, senza alcuna mediazione esterna.

lunedì 10 aprile 2017

Elisabetta Brizio, "Per legame musaico"




Un gruppo di interventi, istantanee e note in margine a libri recenti. E due dialoghi.
ilmiolibro.it, Roma 2017

SOMMARIO
Inemendabilità.
Emergenza e rivoluzione, il proprium del realismo di Maurizio Ferraris

Il richiamo del solo vero

La condizione dell’in-baculum.
Maurizio Ferraris risponde

Follow your dreams
con Il bosco interiore di Leonardo Caffo

Riscrivere l’origine, nel tempo.
Disiecta per L’homme flottant di Jean Flaminien

Ripensando a Natura morta
a partire da un inedito

Ruffilli traduttore di Mandel’štam e delle Poesie di Jurij Živago

Ceci n’est rien. Ceci n’est pas rien

Certami, metrica, termica.
Un caso di reincarnazione poetica

Compos sui.
L’Assoluto di Massimo Sannelli

Rinasco, rinasco del Mille ottocento cinquanta.
Madeleine e straniamento temporale

Nota

venerdì 3 marzo 2017

"L'uomo è nato simbolista". Colloquio con Paolo Ruffilli sulle poesie di Pasternak

 


Non ha bisogno di presentazioni, c’è il romanzo, c’è il film. Allora ci possiamo esimere facilmente dalla presentazione di Jurij Živago, uno dei personaggi piú amati della letteratura. Passiamo subito a queste Poesie che Pasternak attribuisce al suo personaggio. Si tratta di una maschera senza segreto, perché evidentemente sono testi di Pasternak, ma Pasternak crea un’interposta persona e non c’è l’ombra di alcun mistero. È una mediazione, e in un certo senso è una traduzione. Ed ecco la mediazione di una mediazione, o la traduzione di una traduzione: Paolo Ruffilli media e traduce queste Poesie. Il libro è La notte bianca. Le poesie di Živago (Biblioteca dei Leoni, Castelfranco Veneto 2016).

I versi di Pasternak riflettono una particolare spazialità, quella del paesaggio russo. Nel loro respiro, nel loro ritmo di parole e di immagini si sentono la vastità, il silenzio e l’immobilità delle foreste e delle steppe, la stasi millenaria della natura. Come ha cercato di rendere questa spazialità metrica, questa musicalità visiva nella sua traduzione?


R. Per immersione, per così dire, e non soltanto nel mondo di Parternak, visto che da alcuni anni sono appunto immerso nella dimensione della grande madre Russia attraverso la continua rilettura e la traduzione di Mandel’štam, dell’Achmatova, della Cvetaeva.