lunedì 23 marzo 2015

Chiara De Luca, Poesie per Ferrara


 
Come scrisse splendidamente, tempo addietro (nel n. 9, ottobre-dicembre 2003, di «Cartapesta», piccola e preziosa rivista imolese oggi defunta), Andrea Pagani,  «sarebbe stato difficile trovare una città più adatta di Ferrara – dannunziana “città del silenzio”, con le sue ampie strade deserte, con la sua sospesa solitudine, col senso di attesa e di mistero che trasuda dai suoi monumenti –» ad ospitare e sollecitare la genesi della pittura metafisica. Città, proseguiva, tale da ispirare «la suggestione per un punto di vista surreale del mondo; le pieghe del mistero che si nascondono sotto i contorni della realtà; immagini di sospensione, attesa, presagio; una sorta di occhio veggente e di accostamenti improbabili fra le cose».
Lo stesso vale per questi versi di Chiara De Luca, che ho l’onore di presentare. Testi in cui vi è, certo – ma remota, privata di qualsiasi compiacimento decadente, di qualsiasi svenevolezza ed estenuazione estetizzante –, l’eco della città del silenzio dannunziana (o di quella «Ferrara la morta» di cui Corrado Govoni, ad emulazione della Bruges di Rodenbach, cercò, a inizio Novecento, di plasmare l’immagine e il mito); ma nei quali prevale un ritrovato respiro, una rinnovata ariosità, discorsività e umanità del canto, oltre, e non al di qua, di ogni tentazione di formalismo o d’intellettualismo chiusi in se stessi.
Il che non indebolisce, ma semmai rafforza, la portata simbolica, la correlatività esistenziale dei luoghi, degli ambienti, dei nomi, e dei ricordi che essi, quasi proustianamente, richiamano e ridestano.

domenica 8 marzo 2015

Antonio Castronuovo, "Elogio dell’editore a pagamento"


C’è un fenomeno che mi preoccupa: le intemperanti censure nei riguardi degli editori a pagamento. Da qualche tempo un biasimo bellicoso affiora dal mondo immateriale di Internet: l’autore – povero credulone – non sarebbe altro che la vittima di scaltri animali da preda, che avrebbero buon gioco su di lui. Mi preoccupa il crescente fronte critico perché sono convinto che la funzione che questi editori svolgono sia invece benefica. Ragion per cui mi dispongo a individuare le ragioni della loro utilità e a stenderne un convinto elogio.
Faccio innanzitutto notare come gli editori a pagamento abbiano considerevolmente ampliato la platea degli scrittori, rendendola più folta di quella dei lettori. Come non elogiarne la pedagogica funzione? Chiediamoci onestamente: è più difficile e istruttivo leggere o scrivere? Ovvio: è più difficile e istruttivo scrivere. Dunque gli editori a pagamento, stimolando la pratica della scrittura (che per sua intima natura mira allo sbocco pubblico), hanno concorso al programma educativo nazionale più e meglio della Scuola Privata (e anche di quella Pubblica, per quanto assai meno autorevole).
L’editore a pagamento è poi figura premurosa: risponde infatti sempre e subito. Basta spedirgli un dattiloscritto che tratti di qualunque argomento, che perfino ricada nell’esiziale categoria poetica ed egli, pochi giorni dopo la ricezione, reagisce con una letterina nella quale annuncia che il prodotto è pubblicabile. In parole povere: l’editore a pagamento facilita il rapporto scrittore-editore. Vuoi mettere l’ansiosa attesa di anni imposta dai cosiddetti editori “veri”?
L’editore a pagamento è un critico affabile, non di quelli idrofobici che ce l’hanno a morte con qualche scrittore o con un certo genere di scrittura. Oltre a rispondere rapidamente, egli prodiga un giudizio critico di trama solidale e umanissima, del tutto soddisfacente per l’autore: comunica infatti quasi sempre che l’opera ricevuta – oltre a essere pubblicabile – è anche originale e seducente.
Ricordo con una certa trepidazione quando pubblicai il mio primo libro presso un editore a pagamento; ne ricordo la lunga lettera che mi spedì su carta intestata (all’epoca non esisteva ancora la posta elettronica); ricordo il garbo cordiale con cui mi annunciava la singolarità dell’opera, la rara capacità con cui avevo toccato temi di «diffuso interesse», la strutturazione organica del lavoro, insomma – terminava la lettera – «una vera novità». Tale da averlo indotto a pubblicare il lavoro e, per non aggravare i costi, a uscire con una tiratura minima, tutta a mio carico. Ma beninteso: l’eventuale ristampa sarebbe stata totalmente a sue spese.
Grande fu la mia gioia, anche se poi – per il mancato successo dell’opera, che non vinse alcun premio letterario, non godette di nessuna recensione e non vendette neanche una copia – non si giunse alla ristampa. Ma che importa? Nel definirla opera singolare, l’editore a pagamento era stato molto acuto: non fu colpa sua se la mia illusione si trasformò, più tardi, in disinganno. Anzi, anche questo è tema di elogio.
L’editore a pagamento apparecchia infatti per l’autore una bella illusione, senza omettere di donargli poi la capitale esperienza della disillusione, proprio come accade per l’amore (radicalmente erroneo il concetto di amore infinito espresso dal Sonetto 116 di Shakespeare). Ozioso ripetere quanto ciò sia essenziale alla maturazione: delusione su delusione, la vita si snoda nel tempo, mostrando il suo vero volto di illusione deludente. L’editoria a pagamento non fa che profilare una delle tante delusioni della vita, in ciò palesando il proprio ufficio sapiente.
Grazie all’editore a pagamento, inoltre, chi non ha la stoffa dello scrittore – che consiste nel perseverare – si arrende. Allestendo lo smacco editoriale, egli opera come un setaccio che seleziona il buon grano e trattiene la pula. Dopo l’insuccesso, infatti, quasi tutti gli scrittori entrano nella folta categoria degli “autori di un solo libro”. Solo una testarda minoranza s’incaponisce e produce un secondo titolo, anch’esso pubblicato dall’editore a pagamento. Per colui che non s’è arreso i giochi si compiono dal terzo libro: c’è chi continua a pubblicare presso l’editore a pagamento, c’è chi trova sbocco editoriale “vero”. Ma si tratta di una minoranza.
Insomma, gli elogi verso l’editore a pagamento si sprecano ed è cosa turpe lamentarsi di lui. A farlo, con più alto strepito, sono gli scrittori esordienti, proprio quelli che nessuno leggerebbe mai, neppure se costretto. Invece l’editore a pagamento ha gettato l’occhio su qualche loro frase, ha compreso almeno di cosa l’esordiente stia parlando. Certo, lo abbiamo già detto: non che l’editore a pagamento sia così ottuso da leggersi tutti i dattiloscritti che riceve. Se leggesse non avrebbe certo il tempo di creare reddito, ulteriore motivo di elogio nei suoi confronti.
Agli esordienti, poi, va rammentato che molte grandi opere della storia letteraria furono pubblicate dagli autori a proprie spese presso un qualche tipografo (saltano in mente i casi della Stagione all’inferno di Rimbaud, del Porto sepolto di Ungaretti, dei Canti orfici di Campana). Auspico che l’esordiente sia più illuminato e valuti ogni aspetto del problema; solo così potrà convincersi della bontà dell’editore a pagamento e – come me – sollevarne un encomio.
Approdati alla stampa, altri motivi di plauso affiorano. Non sarà passato inosservato che i libri dell’editore a pagamento sono artatamente farciti di refusi, sia quelli d’autore sia alcuni di apposita istituzione (fenomeno notissimo: trovare che una propria frase sia stata corretta chissà da chi, producendo un errore che non c’era). Chi, in un empito di stravaganza, leggesse una pagina prodotta da un editore a pagamento, noterebbe agevolmente la quantità dei refusi. Ma quella pagina – futile e monotona come solo gli esordienti sanno fare – diventa di colpo, per il lettore severo, un campo di ricreazione culturale.
Va poi considerato che la lamentela sui costi è del tutto fuori luogo, trattandosi di valori accessibili. Un’edizione a pagamento (che so: una plaquette di poesie, un romanzetto, una raccolta di articoletti) viaggia oggi attorno ai mille euro, grazie anche all’editoria digitale che ha morigerato i costi. Cifra non elevata, se si pensa che equivale a ciò che serve per acquistare un piccì portatile, una mefitica settimana di villeggiatura per due persone, 60 pizze quattro stagioni con birra e tiramisù. Forse che un vero scrittore non rinuncerebbe a 60 pizze pur di vedere pubblicato il proprio libro?
Quei mille euro non sono affatto troppi; incomprensibile dunque l’irosa idea che chi cade nella rete dell’editore a pagamento sia uno stupido che merita di essere dilapidato. Anche in questo caso non vengono stimati i vantaggi. È noto che la miseria aguzza l’ingegno, e dunque lo scrittore dilapidato ha migliori possibilità di emergere rispetto a quello benestante.
Infine, un elogio che sorge dalla mia personale esperienza. Ho già narrato la trepidazione per il primo libro pubblicato a pagamento; giunsero poi anni in cui un paio di “veri” editori vollero scommettere su di me. Trascorsa quell’epoca di fiducia, nessuno oggi mi pubblica più, e sto pian piano tornando verso gli editori a pagamento. Che mi prendono per mano lungo la mesta rotta dell’autore anziano e in ombra.
Logoro e stremato, nulla più ho da dire, nulla più di originale da mostrare. Ed ecco che l’editore a pagamento mi accoglie a braccia aperte, e mi concede ancora una rasserenante illusione. Grazie, editore a pagamento, per il servizio che fai alla gioventù esordiente e alle vane fantasticherie degli autori sfiancati. Grazie.

(«Il Caffè illustrato», n. 76-78, gennaio-giugno 2014, pp. 8-9)



venerdì 6 marzo 2015

Pietro Pancamo, "Gli intercalari del silenzio"

Offro ai lettori, da una raccolta inedita di Pietro Pancamo, questo prezioso esempio di poesia silenziaria che, del silenzio, esplora le varie dimensioni: tanto il lirismo quanto l'amarezza, sia la crepuscolare perplessità sentimentale che il pianto e il grido trattenuti a fatica, così il raccoglimento interiore come il sorriso, o la risata, beffardi e disgreganti.

L'ironia, spesso amara, o addirittura tragica, ghignante, ferale, è (come in Laforgue, o in certo Lucini) l'altra faccia del lirismo; vi è, in questo mondo poetico, una sottile dinamica esistenziale e semantica la quale lega i due elementi, i quali non possono non coesistere ed interagire.

Il simbolismo europeo, a prima ancora il romanticismo, ben sapeva che la musica è nelle pause dei suoni forse ancor più che nei suoni stessi, e che le melodie non udite, le unheard melodies, proprio perché solo immaginate o sognate, impossibili da incarnare e far risuonare per gli strumenti umani, sono più dolci di quelle udite.

Qui, però, è il silenzio stesso, indipendentemente dai suoni di cui è negazione (ma che nel contempo rende possibili, separandoli, modellandoli, scindendoli dall'indistinto), a parlare, a pronunciare il vuoto. I suoni turbano la perfezione del silenzio; l'essere, si potrebbe dire con Valéry, non è che un vizio nella purezza del non essere.

Ma l'altra faccia del silenzio è un tripudio di suoni; la poesia stessa è, come fu detto, “un silenzio rovesciato”. Tutti i suoni, tutte le voci le forme le espressioni che il silenzio racchiude in sé, fagocita, pareggia ed annulla (il rumore bianco, somma di tutti i suoni, è un soffio o un fruscio lievissimo, appena al di sopra del silenzio), esplodono in un tripudio caotico, quasi surreale, con transizioni imprevedibili e contrappunti stridenti, non appena si lacera il velo del silenzio, e ne viene schiuso lo scrigno celato.

Eppure, voci suoni forme sono sempre insidiati da quello stesso silenzio da cui nascono, e dovranno ad esso tornare, come in un ciclo apocalittico d'Alfa ed Omega. La poesia è appunto questo assiduo esorcismo del silenzio, questa sorta di creazione continua che al silenzio strappa ogni parola pronunciata e ogni istante vissuto.

(M. V.)

 

Filosofia

Parole e frasi sono gli intercalari del silenzio

che smette, ogni tanto,

di pronunciare il vuoto.

Allora qualche indizio di materia

deforma l’aria,

descrivendo le pause del nulla

prima che il silenzio

si richiuda.

(Le mani s’infrangono

contro un gesto incompiuto)


Verande d’azzurro

I

Un laghetto di fumo nel cuore… Processioni di frasi lasciano calzature d’intelligenza

prima di entrare nella moschea delle bocche.

II

I profumi sorridono tra le maschere di foglie. E lettere serpentine

indossano pastrani di luce.

III

Un gregge di bagliori

alle pendici dei versi

nasconde l’Ulisse della mia ispirazione…

Canicola di gioia, tanfo d’allegria

negli sguardi ciclopici del solo occhio giornaliero. Spranghe di felicità

negli acuti del sole

e, fra verande d’azzurro, spaventapasseri di poesia…

IV

Tachicardia di vento nei vestiti: il vento, cuore del cielo…

Le nuvole sembrano covoni di luce, capanne di fieno

intorno al pagliaio del sole. Nel raspo degli alberi

festoni d’aria, e gli occhi sono brandelli di nostalgia tra festuche di tempo allegro.

Stelle filanti d’erba, pendii agitati fra la bonaccia della pianura…

V

Terra diroccata e baracche di collina. Villaggi di sole.

Dal lievito nullo di rocce azzime,

paesini salgono

pioli di luce.



Poeti

Noi che visitiamo carmi di sole

brindiamo con versi e parole.

Scriviamo sorrisi

e sentimenti in codice;

insonni di vita

andiamo sposi

ai nostri occhi.



Se la tua voce

 

Se la tua voce desidera cullarsi

nel mio cuore,

troverò i sorrisi

con la mano di un giocoliere

e i miei minuti saranno il volto di acrobazie

che, da una mano all’altra,

volano fra una mano e l’altra.

Il destinorizzonte

Stracci di sonno coprono,

masticano il corpo della notte

diafano di tenerezza;

lo avvinghiano

sinuoso di buio

– flessuoso di membra stellate –

e lo attraversano d’amore.

Poi, fosforescente,

lo sguardo della nebbia,

scosso di stanchezza,

si espande lento nel cuore

come un gas di desideri

volatilizzati.

Mentre il mio destino,

guantato dalla notte,

scende nei sobborghi dell’anima:

strade oscure di pensiero

e siepi d’amore

s’intersecano nel mio nome.

Il destinorizzonte

s’attorciglia

a questa landa di tempo.

«Chi» – si domanda –

«striscerà nella roccia del canto

la gioia, turgida

come i seni di un fiore incantato?».



Parole dal silenzio


Ricorda il mistero

che fioriva in un sospiro,

dove la morte ha tessuto il nido

come una spiaggia

di parole taciute;

come un barbaglio di sogni trasparenti,

orchestra di anime perdute.


La fuga mancata

La voce trasuda parole d’accento piagato

ma è tiepido il grido del tuo respiro,

le piaghe troppo soffocanti

perché tu abbia il fiato d’urlare.

Morire da te

è una fuga troppo leggera

per avere il sollievo.

Così

un pantano di figure

nel cuore

e il giorno s’increspa

a raccogliere il tuo soffio.


Nausea


Morbido silenzio, soffice

come una preghiera del sonno.

Il buio che adora fruscii e parole:

il buio, affannato dal mio respiro,

può solo accarezzare la

nausea di questa vita.

Nel giorno,

sputo della notte,

fiori freddi

come steli di pioggia.

Un’orma di luce

imbavaglia lo spazio.

martedì 16 dicembre 2014

Giselda Pontesilli, "Scuola dei Macchiaioli"



Edgar Degas, Ritratto di Diego Martelli


«Cos'era la macchia?» — scrive Giovanni Fattori a Gustavo Uzielli nel 1901. «Era la solidità dei corpi di fronte alla luce». Non la smaterializzazione, la dissoluzione delle forme e dei contorni nell'athanor della sfumature; ma, al contrario, la resa visiva, cromatica della concretezza e della tangibilità dell'esperienza, l'emozione incarnata e scolpita nel tempo e nello spazio.
Mi sembra che proprio questi aspetti, insieme a molti altri, siano còlti a dovere nei versi di Giselda Pontesilli che ho il piacere di presentare.
Il nesso arte-critica (la critica come collaboratrice, anzi nutrice, dell'arte) inteso come impegno etico oltre che estetico; il rapporto fra natura e arte, non come estetizzazione della natura, né come sua mimesi, ma come erma bifronte spuntata dal magma, dalla matrice, della natura stessa; il nodo di natura, arte e società veicolato dalla critica militante; la solitudine, infine, della critica, nutrice, ma anche ancella, dell'arte, eppure apparentemente nuda, puramente intellettuale, raggelata, senza compagno e senza figli.
Tutto questo, implicito ma riconoscibile per il lettore attento, e detto (forse in modo addirittura più eloquente che in trecento pagine di saggio accademico) in un giro di versi cantabile e limpido, musicale e insieme, secondo l'insegnamento della scuola romana, colloquiale nel senso più alto e puro, quello di Terenzio e di Orazio.
Versi, questi, che nella loro struttura, composizione, tessitura hanno l'equilibrio, la compiutezza, l'euritmia e il bilanciamento di un polittico o di un bassorilievo; abilmente equilibrati fra realtà e utopia, concretezza e lirismo.
Anche la quarta sezione, che, isolata, potrebbe apparire come una nuda istantanea, esaurita in se stessa, una di quelle piccole figurazioni minimaliste così frequenti nell'odierna "poesia del quotidiano", ha invece, incastonata com'è fra gli altri pannelli del polittico, una sua ragion d'essere: proprio come un quadro realistico, un "quadro di genere" che abbia però un suo lirismo muto, enigmatico — una parola viva, chiusa nel silenzio dell'immagine, e che la poesia porta alla luce e fa risuonare.
Ecco, proprio questo è, agli occhi della poetessa, il valore della luce dei macchiaioli: una sorta di dantesca luce dell'essere e della grazia, sempre uguale e diversa, e anzi capace, con le sue sfumature, le sue gradazioni, le sue modulazioni appena percettibili, eppure sostanziali, di far affiorare i molteplici e variati aspetti del mondo: tutti sostenuti, però, dal sostrato ontologico (quasi l'hypokeimenon della tradizione ontologica) che la luce (quasi la manzoniana luce che  "rapida / Piove di cosa in cosa, / E i color vari suscita / Dovunque si riposa", allo stesso modo che la Parola del Vero risuona uguale pur nei diversi idiomi) suscita ed invera.  


                              (M. V.)




GISELDA PONTESILLI


Scuola dei Macchiaioli




I
-sono alla GNAM
-sono seduta al Bar

ho visto
poco fa,
ogni quadro ogni pena
dei carissimi: Lega
Cabianca,
Zandomeneghi, Costa,
Banti, Borrani
De Nittis, Signorini
De Tivoli
Fattori.

Vedo, che ebbero, loro
un critico, anzi, no
un uomo:
un uomo buono
il carissimo Diego Martelli
che li ha uniti, amati
visti belli.

E Martelli?
Chi aveva, Martelli?
Qualcuno, certo,
qualcuno
mentre non c'è nessuno
-più -ancora
perché altrimenti ora
io lo vedrei
qualcuno come lui,
o non molto diverso.

Lui ebbe loro
anche,
gli uomini buoni
"Macchiaioli": amici, decisi
a vedere
i buoi, la
campagna,
la povertà,
il mare.

Io non posso
restare qui
senza far niente
io ho dolore
del nostro non
far niente.


-ma spero
sempre.





II
Io aspetto qui
che arrivi qui qualcuno
e dica:
"Da una vita
la penso come te
ma l'ho capito soltanto adesso:
mettiamoci al lavoro!
Al più presto".
"E' un miracolo, questo!"
-direi allora-
e infatti
un miracolo
solo un miracolo io aspetto:
una grazia: solo lui
solo lei è reale, regale
solo lui solo lei mi interessa
mi dà la pazienza
per il resto (l'irreale)
ho indifferenza.




III
A questo attimo
a questo albero
io presto ora
tutta la mia attenzione
perché dopo
ci sarà l'alluvione
o il terremoto forse
o forse un disastro
qualunque
uno normale, in questi tempi
-e in tutti-
mi viene da pensare.
Così io poto adesso
questo albero bello di olivo
lo guardo
lo rinnovo
lo rimiro
qui dove scrivo.




IV
Sono seduta con mio figlio al CAF
-a fare l'ISEE -a far ridurre le tasse
per l'Università.
S'affaccia un uomo d'una certa età
che dice all'impiegata
qualcosa su una pensione aggiornata,
aumentata 50 euro al mese.
E ecco! dice una cosa
nuova, oggi, anzi, antica:
"Grazie, figlia! Dio ti benedica".




V
Cori, la preromana
anzi preistorica città di Cora,
è tra i monti Lepini, qui vicino:
mentre, quasi ogni giorno, ci cammino
la guardo e penso: "Come dico, come dico
-se non dipingo, se non so disegnare-
la sua antica, anzi nuova,
anzi futura
architettura, umanità, bellezza?"


Potrò dire -poi penso-
che ci sono ora a Cori
tre poeti e di loro, di loro tre uniti,
dirò i versi:

"Siamo condannati
all'ergastolo della bellezza.
Essa
è ovunque.
Più della fine
abbiate coraggio
abbiate ardore
ogni morte ha la sua
resurrezione".

domenica 26 ottobre 2014

Giuseppe Feola, "Creazione continua - II"


Versi, questi di Giuseppe Feola che ora presento, e che costituiscono la prosecuzione di un discorso lirico già avviato in un libro precedente, tali da dover essere, più che letti, quasi, per così dire, respirati con la mente, insufflati nel pensiero come il filo d'aria dell'avena, del flauto silvestre.
Essi fondono, mi sembra, un senso - luziano più che dannunziano, cioè esistenziale più che edonistico - dell'immersione e dell'immedesimazione nella totalità del vivente con una percezione, biologica ma insieme umanamente, immanentemente mistica, del perenne respiro, della perpetua fluente vibrazione, che pervadono il creato: percezione che fa pensare a varie tradizioni sapienziali, dalla cabala al buddismo - vibrare all'unisono con la natura, e trasfondere quella concorde vibrazione in parola e canto. Creazione continua, appunto: dalla natura all'individuo, e da questi alla parola, e da quest'ultima al lettore che a sua volta riattraversa e rivive e ricrea il testo con la propria, e nella propria, mente.
Versi, si potrebbe dire, che, nel loro porsi come prolungamento e riverbero delle tante, discrete e sotterranee, rivisitazioni novecentesche della vena bucolica, paiono a tratti ricordare lo Stanescu delle Undici elegie per il modo in cui, in essi, la Natura si fa Parola, e la Parola Natura, in un rispecchiamento uno e duplice, in un gioco concorde e screziato di intrecci e di diramazioni - ma anche, quasi, nel loro aderire alla "natura", alla "specie", all'"opera del mondo", certo Luzi lettore di Betocchi (M. V.).







                                     mutando riposa




Creazione (XII)


Rumore di fondo


Ascolto
la respirazïone
del mondo.

Alberi sorgono,
inspirano cielo: allungano dita,
capelli
sul petto delle stelle,
metri assorbendo
dalla notte che scorre
nel letto suo profondo;

espirano,
di nuovo richiudendosi
nel fondo di quest’ocëano d’aria
che si muove.
Salire.
Ridiscendere.
Cellule nuove di esistere – uccelli,
animali – eco danno al-
le nuvole che vagano.

In basso si propaga
il suono della vita;
rotolano massi, ruscelli vanno per
le valli, spira a spira, quali serpi,
o fronde che si svolgano
uscendo da uno stelo.

Sospiro, tuono
che si scoscende
e s’apre nel suo salto

tendersi, alto rompersi di velo.




Creazione (VI)




Percorsi
dell’acqua
a cucire la terra
alla luce: la seta delle immagini,
la guerra delle nascite inquiete,
la rete dell’aurora, la sua sete,
la danza degli odori.


Creazione (V)
Il Corpo del Mondo



Realtà dense, intermedie tra ordine
e flusso:

la voce
che nell’aria fa certo
il pensiero, la goccia segregata
da sua madre l’acqua, la
pietra ostinata
che spezza la luce;

il Corpo del Mondo, di
cui sono parte,

- tremendo al
mio senso, irriducibile, indiscusso.




Creazione (VII)
Primavera



Il respiro degli alberi nel vento:
schiuma si libera
di pollini
al giro nuovo
in cielo delle stelle;

vele di nuvole
incedono dal mare.

Sembra una trasparente
bolla il mondo: cristallo, che in silenzio
riveli,
quasi da grembi d’aria,
il suo fondale.

Creazione (III)1
Presso l’acqua 1 / Lo Specchio delle Apparenze / Come in Alto, così in Basso


Il pomeriggio-tigre che sbadiglia
tra strie d’intrichi d’ombra giallo-verde
lascia danzare mille moscerini
sul suo mantello d’apparenze pigre.
Scivolando tra siepi di panchine,
la ciarla d’un uccello s’assottiglia:
nel brulichio dell’ora poi si perde.

Al vento, nella vasca, trascolora,
in un argento vivo che sfarfalla,
il volto dell’amico che mi parla
       della flessuosa Flora ch’è strisciata
indocile e veloce – nella spenta
ceppaia del suo cuore,
a farla ancora dolce d’altre foglie,
e d’altro umore ancora a rianimarla.

Annidatasi in quel folto, ora domina
e regge, nella stretta delle sue
voglie, quell’amante anima
ansiosa, cui,
caute parole sospirando, obliqua
legge detta ed insidiosa.
Volgo
un’esigüa, amara sigaretta
tra le mie magre dita: nude schegge
di cenere corrosa nel mio petto.

Il fumo non scompiglia, coi suoi lievi
errori che sfioriscono, il mio spirito,
l’agguato che io tendo all’esistenza,
allo strano silenzio della vita:
immobile ed assiduo, non ho fretta.

Guardandomi oltre il ciglio di quell’acqua – del-
la tensione del velo in superficie –,
nel folto delle immagini quieto,
nell’occhio dello scorrere incessante
mi accendo d’una muta intellezione

sospeso dentro al Cielo, e al suo segreto.


Creazione (VIII)



Le scosse
del vento tra lo strider delle antenne;
tremano le finestre.

Chiare schiere si sciolgono nell’aria,
si raddensano nere.
La
tarda, nascosta
primavera nelle sue briglie freme: non
sa più

come arrivare.


Creazione (X)


La danza muta
nell’aria
dei pipistrelli svela
orbite dense
di vita minuta: dichiara nuvo-
le di moti non visti

trasparente pulvisco-
lo di nere zanzare.

Il serpente / Creazione (XI)
Argo / Quetzalcoatl / Yggdrasill



La lenta forza
del vento
riveste
la notte del suo manto:
occhi o stelle?
scaglie di cielo argentee,
foglie, piume nel brivido
profondo della scorza
appaiono dell’albero celeste,
della pelle del fiume, nuova e vivida
di mondo.
Il mondo: vivo
serpente che
si spoglia dell’exuvia.



Creazione (XIII)
Sublimazione dei liquidi / Principio d’Impermanenza


Essere privo d’essenza: le nuvole
del cielo

impermanenza
pura, dura sembianza
del tender d’ogni cosa a sublimarsi

e fino
all’ultima sua assenza farsi velo.

Creazione (IX)


Imparziale, ogni giorno il Sole appare
a viver la sua luce nell’esistere
degli occhi dei mortali.



Oceano / Mutando riposa
metabavllon ajnapauvetai
( Eraclito, 22B 84a DK )


Non è mai fermo;
ma neppure si muove:

solo, respira
nel suo proprio luogo.

Acqua che piovve
dal cielo a riempire
la pancia della Terra:

nessuna mente allora
poteva riconoscerlo, non c’era
sguardo a potervisi
specchiare;

né continente ad isolarsi in esso.

Per questo non conosce, egli, nessuno
uomo animale pianta o continente –,

nulla rispetta
bianco di zanne –
tranne cielo e terra,
indifferente come la Fortuna;
ma tutto quanto, in compenso, rispecchia,
come sognando

nel suo sonno di vecchio,
nel suo ceruleo aspetto,
da miliardi di anni
imparzialmente
nel suo volto di Luna.


1 Per Luigi De Fanti ed Lorenzo Ferroni. Poesia iniziata a Pisa, il 2830 ix 1997, reduce da un pomeriggio alla “Montagnola” di Bologna, con L.D.F., e poi da uno con L.F. nel giardino del collegio Timpano della Scuola Normale Superiore di Pisa.