sabato 18 luglio 2015

Cinque poesie di George Pasa





George Pasa, poeta rumeno, esperto di letteratura russa, traduttore di Esenin, un poco appartato rispetto ai grandi centri della vita letteraria, autore solo negli ultimi anni di quattro esili raccolte di versi, sembra riuscire a fondere in sé una duplice vena, una duplice sorgente d'ispirazione, proprio come quella «sorgente del tutto», «Izvorul a Toate», da cui trae nutrimento: da un lato, si potrebbe dire, la grande lezione di Nichita Stanescu, per quell'impareggiabile capacità di tradurre il dato naturale, il germinare e il pullulare della materia vivente, in sostanza verbale, in oggetto e materia di elaborazione letteraria, con quell'elemento di baudelairiano surnaturalisme che inevitabilmente ne deriva; dall'altro, forse, quasi allontanata o rimossa, l'ombra di Lucian Blaga, con quel suo senso panico, quasi panteistico della forza vitale che permea tutto il vivente e da esso si trasmette, si trasfonde e riversa nel discorso del poeta.
Ma si stende anche, sui versi di Pasa, il velo di una, per così dire, metaletteraria malinconia, dettata dalla consapevolezza che la pagina del poeta fissa in parole e segni, essi stessi perituri, una realtà e un mondo di sentimenti e di visioni anch'essi transeunti – mentre la Sorgente del Tutto continuerà, impassibile, a far scaturire correnti d'esistenza, a cui si contrappone, eterna, impassibile, la serenità quasi brancusiana della pietra. 
E, ancora, simbolo malcerto della poesia e della sua condizione esistenziale, la figura di Ovidio, archetipo del poeta esule, perso fra i ghiacci, le tempeste e i suoni aspri di una lingua incomprensibile – così come esule, benché trasognato, ironico, quasi incredulo, è il poeta, smarrito nella realtà e nel linguaggio. 

(introduzione e traduzione di Matteo Veronesi)



studio celeste

non aspettare colori inauditi 
o un maestro che passa
di colore in colore,
qui c'è solo il fumo che sprigiona
l'ardere a un fuoco quieto
qui c'è solo il segno
che l'arte ha denti splendenti,
che mordono solo nel mezzo,
con il vantaggio d'essere il principio. 

non esistono testimoni,
solo il restare sospesi nei pensieri
e il pennello che accarezza il legno
con ostentata dolcezza.
Nulla cade di sbieco,
solo di tanto in tanto
si gettano le scaglie,
perché sia pulito,
come prima di un'esposizione di sogni. 

atelierul albastru 

nu aştepta culori nemaivăzute
sau un maestru ce trece
din culoare-n culoare,
aici e doar fumul pe care-l face
arderea la un foc potolit,
aici e doar semnul
că arta poartă dinţi strălucitori,
muşcând numai din miez,
cu avantajul de a fi începutul.

nu există vreun martor,
doar s(t)are pe gânduri
şi penelul mângâind lemnul 
cu duioşie făţişă.
nimic nu cade oblic,
doar din când în când
se mai aruncă molozul,
să fie curat,
ca înaintea unei expoziţii de vise.


Tempo di rimpianto

Dovevi essere le mie mani,
splendente sulla scala dell'assenza,
venire in pienezza lungo la via dell'attesa,
perché neppure un mattino mi destassi
senza sfiorare le tue palme.
Ora i frutteti si vestono di fiori
per altre ondivaghe illusioni;
io passo senza accorgermi del nettare
in cui la primavera ha mutato la propria bellezza,
il cielo limpido spento nell'azzurro,
non vedo che cenere a memoria del fuoco. 
Senza rimpianto, presto sarà sera,
sapremo di non essere stati che ombre in un sogno insidioso,
per questo tutto ci duole, tutto ci grida in una sola voce:
«È il tempo per l'amore, è il tempo di ricordarvi
che tutti gli istanti hanno gemme e fioriranno per voi.
Passerà ad altri il vostro splendore, l'appassire
è l'ultimo confine prima della notte. Nulla va perduto:
il tempo ha memoria per tutto ciò che esiste.
Tenetevi saldi: passate per una stretta cruna,
e in equilibrio è il tempo del rimpianto».

E timpul pentru dor

Trebuia să fii mâinele meu,
strălucitor pe scara absenţei,
cu plin să vii în calea aşteptării,
nicio dimineaţă să nu mă trezească
fără mângâierea palmelor tale.
Acum înfloresc pomii pentru alte iluzii hoinare;
eu trec fără să iau în seamă nectarul
în care primăvara şi-a trecut frumuseţea,
limpezimea cerului stinsă-n albastru,
văd numai tăciunele ca amintire a focului.
Fără dor, va veni mai curând înserarea,
vom şti că n-am fost decât umbre într-un vis lunecos,
de-aceea toate ne dor, toate ne strigă-ntr-un glas:
„E timpul pentru iubire, e timpul să v-aduceţi aminte
că toate clipele au muguri şi vor înflori pentru voi.
Strălucirea voastră va trece în alţii, veştejirea
e ultima barieră înaintea nopţii. Nimic nu-i pierdut:
timpul are memorie pentru toate cele ce sunt.
Ţineţi-vă bine: treceţi pe o punte îngustă,
şi-n balans e timp pentru dor”.


Pietra dolce  

Le ore, fissate con chiodo d'argento. 
Il pedale della dimenticanza, calcato fino al rifiuto. 
Fra i rumori, il silenzio come un uccello del cielo,
fermo alla fonte per addormentare l'istante. 

Di tutto ciò che hai avuto, 
non ti è rimasto che un piccolo cerchio di pietra
a cui intrecci il filo delle storie. 
Sai che ha soltanto un'imperfezione l'erba:
prende la forma dei nostri corpi perituri,
poi dimentica il nostro passaggio. 

Se l'oblio è la legge che il sonno
fila per noi dal giro delle stelle, 
se dici “mai” quando sogni in eterno, 
allora esistono anche ore impossibili,
che lasci vagare libere tra elefanti d'argilla,
allora esiste una cera con cui si modella
anche il nostro corpo prima di farsi scoria.

Tu resti una pietra dolce
su cui l'amarezza non ha intonato il suo canto, 
pietra lasciata nel sonno della pietra. 

O piatră dulce

Orele, tintuite în cuie de-argint.
Pedala uitării, apăsată pînă la refuz.
Printre zgomote, linistea ca o pasăre a cerului,
oprită la izvor s-adoarmă clipa.
Din tot ce-ai avut,
nu ti-a rămas decît un cercel de piatră
prin care îti treci firul povestilor.
Stii că iarba are doar un cusur:
ia forma trupurilor noastre pieritoare,
apoi uită că am trecut pe acolo.

Dacă uitarea e legea pe care somnul
ne-o toarce din rotirea stelelor,
dacă spui niciodată cînd visezi totdeauna,
atunci există si ore imposibile,
pe care le lasi să umble libere
printre elefantii de lut,
atunci există o ceară din care se modelează
si trupul nostru înaintea trecerii-n zgură.

Tu rămîi o piatră dulce
pe care amarul nu si-a exersat melodia,
piatră lăsată în somnul de piatră.


Ovidio

e se il simbolo della poesia fosse Ovidio
e se le mie stagioni si chiamassero
sogno silenzio tristezza e amore
e ancora il vento che batte nei vuoti della vita
vanità
allora perché non dovremmo anche noi dirci
esploratori dell'ignoto
poveri buffoni che rubano incantesimo all'istante
e poesia alla notte
e se il simbolo della poesia si chiamasse
Ovidio

Ovidiu 

şi dacă simbolul poeziei ar fi Ovidiu 
şi dacă anotimpurile mele s-ar numi 
reverie tăcere tristeţe şi dragoste 
iar vântul ce bate-n pustiurile vieţii 
zădărnicie 
atunci de ce nu ne-am numi şi noi 
exploratori ai neştiutului 
sărmani bufoni ce fură-al clipei farmec 
şi-a nopţii poezie 
şi dacă simbolul poeziei s-ar numi 
Ovidiu

Tutto vive 

Poiché ti sento qui,
o Sorgente del Tutto,
mi scrollo via il mantello dalle spalle
su cui cadono le pietre degli istanti,
lascio che mi lavino le piogge d'estate
dai peccati del dire in violente torsioni,
perché restino solo le parole
balsamo sulle cose. 

Lo so fin d'ora: neppure una virgola
divide ciò che è stato da ciò che è,
solo punti di domanda
cercheranno risposta eternamente.
Il contesto si traccia in superficie con i segni del senso,
mai si inquadra la grande frase nella pagina,
si riverserà verso l'interno, fino a uscire da sé.

Non c'è sosta in questo divenire, 
anche il filo di sabbia serba il canto della sorgente. 
È vano chiedersi chi va, chi resta,
sempre l'argilla e l'acqua furono compagne,
il fuoco e l'aria scriveranno i segni 
dell'ultima venuta. 

E poiché ti sento qui, o Sorgente del Tutto,
scrivo su queste pagine mortali    
ciò che non morirà
insieme a me. 


Totul e viu 

Pentru ca Te simt aici,
Izvorule a Toate,
mi-azvarl mantia de pe umerii
in care lovesc pietrele clipelor,
las ploile verii sa ma spele
de pacatele spunerii in rasuciri violente,
sa ramana doar cuvintele-balsam-peste-lucruri.

Stiu de acum: nicio virgula
nu desparte ceea ce a fost de ceea ce este,
doar semnele de intrebare
isi vor cauta intotdeauna raspuns.
Contextul se deseneaza in piele cu acele sensului,
niciodata nu are sa incapa in pagina marea fraza,
se va revarsa in interior, pana la iesirea din sine. 

In toata curgerea aceasta nu exista intrerupere,
chiar firul de nisip mai pastreaza cantecul izvorului. 
In zadar te intrebi cine pleaca, cine ramane,
lutul si apa au fost dintotdeauna prieteni,
focul si aerul vor scrie semnele ultimei veniri.

Si pentru ca te simt aici, Izvorule a Toate, 
scriu pe aceste pagini pieritoare
ceea ce nu va pieri
odata cu mine.  

1 commento:

  1. Una "metaletteraria malinconia", come dice Veronesi, è proprio quel che si assapora subito ai primi versi di questo poeta rumeno. Versi che mi hanno ricordato il Montale di "Non domandarci la formula che mondi possa aprirti, / sì qualche storta sillaba e secca come un ramo." La differenza, una delle differenze, ma notevole, è che Montale vuole parlarci di "ciò che non siamo, ciò che non vogliamo", mentre qui George Pasa addita almeno una "Sorgente del Tutto". E allora, nonostante il tempo implacabile, sull'esulanza ovidiana forse si stende un'impalpabile metafisica "cera con cui si modella / anche il nostro corpo prima di farsi scoria". Era da moltissimo tempo che non leggevo un poeta, italiano o straniero, che sapesse ritornare oggi, tempi neghittosi per la filosofia, ai temi misteriosi e amplissimi delle "nostalgie dell'esistenza", trattandoli con simboli e linguaggio nuovi. Anche la versificazione sembra attraente: peccato che io non conosca il rumeno per poterla gustare e valutare meglio. Complimenti a Veronesi per la scelta.
    Luigi Arista

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