venerdì 5 settembre 2014

Icone, nomi e segni dell'orrore. "Spettri di Nietzsche" di Maurizio Ferraris

 



Propedeutica a una riconsiderazione di Nietzsche che voglia prescindere da luoghi comuni, questa storia comincia con una lapide commemorativa datata «15 ottobre 1944», cioè con una anticipazione, relativa agli anni della perdita della rispettabilità, quelli di Torino cui la scritta sulla lapide si riferisce, e dove Nietzsche scrisse Ecce homo, gli anni della follia, della infermità e della morte. Si procede da qui controcorrente al fine di identificare le ragioni di un destino che diventa collettivo in quanto permeato di una tragica e unanime «volontà del nulla» quale stigma di un’epoca che ebbe in sorte l’assistere all’attualizzarsi del nome «dionisiaco». In seguito al cedimento della promessa di Dio, l’immotivazione a una vita priva di nuove fondazioni diviene generalizzata: «non solo – Ferraris scrive – un senso qualsiasi è meglio dell’assenza di senso, ma la stessa catastrofe è, letteralmente, meglio che niente. L’umanità europea procede inesorabilmente verso il peggio, moltitudini in cerca di distruzione si scaraventano verso il nulla come lemming». È l’alternativa alla noia, leopardiana e baudelairiana, alla chandra degli uomini superflui o del sottosuolo, alla melancolia di Freud, è l’orrore autodistruttivo che aleggia in Lenzerheide da Nietzsche impresso nel Nichilismo europeo, «una sorta di apocalisse senza redenzione, la rottura di qualsiasi messianismo o anche più modestamente di qualsiasi speranza».
Spettri di Nietzsche (Guanda 2014) è una anamnesi individuale e storica sulla quale regna una suspense reatroattiva che coinvolge sia Ferraris che il suo lettore: sulle acque plumbee del Congo di Cuore di tenebra che metaforizzano la vita di Nietzsche, e sulle tracce di Kurtz – di Nietzsche omologo, son semblable, son frère – si consuma la diffrazione dell’orrore nietzschiano. Il soggetto di questo libro è allora plurale: l’autore, che ricorda o ripete le vie percorse dal filosofo di Zarathustra, il suo oggetto (un uomo dapprima caduto al rango di un discriminato, poi salito a quello di profeta o precursore, il suo sogno inappagato di gloria e l’intempestivo e sconfinato riconoscimento), il pensiero dell’essere, la storia, e noi che viviamo ancora nella sua eco.
La forza dei luoghi (il libro è scandito da capitoli che assumono ognuno una città come riferimento, e il dramma lì depositato misto ai temi filosofici che vi si generarono) interferisce con la direzione degli avvenimenti. Geografia, biografia, biologia e storia vengono fatti interagire non soltanto per rendere l’intreccio o l’incontro tra privato e avvenimenti pubblici, visto che i dati biografici e quelli storici, malgrado il pressoché costante sfalsamento degli strati temporali, a un certo punto si divaricano, e più ci si inoltra retrospettivamente nella vita di Nietzsche più recenti sono le testimonianze addotte, puntualissime, indiscrete, compassionevoli, sconcertanti. Su tutte, la drammatica descrizione di Nietzsche da parte di Franz Overbeck nella lettera a Peter Gast. Se gli anacronismi possono anche rispondere a una strategia narrativa che si proponga di istituire intermezzi di racconto nel racconto ‒ una mise en abîme che renda tangibilmente la profondità di questa riscrittura di Nietzsche ‒, la loro funzione primaria resta quella di procurare un complesso di coreferenze volte a illuminare le ombre e le implicazioni tragiche di una esperienza individuale marcata da un coefficiente di orrore ancora riecheggiante nella storia in corso, in esiti meno drammaticamente clamorosi, ma in misura maggiore onnipervasivi: in due parole, il postmoderno filosofico con le sue conseguenze.
Conosciamo a grandi linee la biografia di Nietzsche, ma ci sorprende come nella trama di Ferraris appaia talora significativamente diversa – ad esempio, si chiarisce nel dettaglio come Elisabeth Förster non potesse nazificare proprio nulla dell’opera del fratello, contrariamente a quanto dicono non soltanto i manuali. Seguiamo l’avvicendarsi dei fatti e delle loro connessioni essenziali con i più capillari aspetti della cultura del tempo, parafrasati dall’esubero calcolatissimo delle testimonianze, dall’analisi focale e disincantata degli argomenti nodali della filosofia di Nietzsche riscontrati con le confessioni tratte dal suo epistolario. Ma sul momento non siamo troppo inclini a soffermarci sulle riflessioni di carattere strettamente filosofico, tanto questo inseguimento di un orrore e di un abisso via via sempre più definiti ci coinvolge con i suoi revenants e le sue sottoscritture, con l’inserzione dei numerosissimi appelli ai referti storici, all’arte, al cinema, alla musica, alle scienze della natura, ai corrispettivi lirici ogni volta delegati ad attestare – d’Annunzio su tutti – o a documentare una peculiare Stimmung. Sappiamo di dover tornare sulle pagine lucidissime relative al nichilismo, alla volontà di potenza, all’eterno ritorno, al dionisiaco, scoprendo che in fondo sono concetti coessenziali e aventi una origine comune, nel nome di una volontà che ha smarrito il suo spessore. Come il celebre frammento «non ci sono fatti, solo interpretazioni», il «progetto di Zarathustra – Ferraris osserva – rientra pienamente in questo clima: una religione per il mondo secolarizzato, un mito qualunque, quasi un pretesto per predicare, di certo un gesto per scacciare l’orrore un po’ più in là».
Anche per questa loro prossimità Ferraris contestualizza i grandi temi della filosofia nietzschiana in una struttura, per così dire, ritmica, espansiva, recuperandoli in successive riprese, dove variano di natura e quindi di tono, pervenendo a un livello secondo o terzo o ulteriore di visione e di incidenza, come in un climax che con progressione inversa ci trascini verso il fondo del fiume a soddisfare «una voglia di naufragio e di nulla», per poi affondare in un abisso («disperdersi, negarsi, annegarsi») infine sgravato nel compimento del «vieni, dolce morte» come nel corale di Bach, e ricomparire nel profilo spettrale in larga parte già distribuito lungo i capitoli del libro. Tutto si gioca in uno sfondo che sembra avere assorbito il potenziale sovversivo dell’eredità ideologica di Nietzsche, quasi la rovina fosse l’incarnazione della sua sensibilità malata che gli aveva ispirato l’iperbole: «io sono tutti i nomi della storia». «C’è chi è nato postumo», Nietzsche aveva scritto nella prefazione a L’anticristo. Tuttavia, se in quella sede la percezione della sua inattualità assumeva gli indeterminati contorni di un destino, di una fatalità, nelle successive contingenze storiche quel destino finì per dimostrarsi vero, a partire dalla ricezione e dalla decodifica alterna delle sue opere. Ma Nietzsche è responsabile degli esiti fattuali dell’enfasi insita in certi suoi aforismi o apologhi? E per quale motivo la sua dottrina è stata strumentalizzata ‒ assunta o biffata all’occorrenza ‒ sia dalla destra che dalla sinistra? Unicamente per la sua duttilità? Vale allora la pena di ritornare su alcune parti del libro (la suspense resta comunque, il perché ce lo ha spiegato Carola Barbero nel recente suo Filosofia della letteratura, benché Spettri di Nietzsche sia un libro di filosofia, ma non per canonem), di questa rifigurazione dalla struttura accumulatoria e oscillante tra un tempo senza fedi e scenari desolanti.
Una precisazione, fatta da Ferraris al termine di una presentazione di Spettri di Nietzsche: ciò che di Nietzsche ci affascina e ci appassiona è proprio questo tratto di anomalia, l’idea di un’esistenza fuori dell’ordinario e una dottrina talora inconclusiva che sfida il metodo della trattazione sistematica, l’extrametodica vocazione alla iperbole inesauribile e verbosa (una saturazione compensatoria delle mancanze di una vita possibile che Nietzsche ha visto solo tramontare? Ferraris non banalmente si chiede), l’aspirazione all’eclatante e insieme alla marginalità e al silenzio.
Enunciato e motivato nella postilla «L’imitazione dell’Anticristo», il modus operandi di Ferraris risponde alla sua disposizione a non deviare dalla historia, dal «contingente», dal «particolare», anziché tentarne una rielaborazione mitizzante. Interviene anche qui il realismo che trasferisce ad altro segno una mitologia esistenziale fin troppo lungamente esposta a simbolizzazioni, quel Nuovo Realismo che preliminarmente predica la letteralità e la partecipabilità di ogni argomentare. E volendo chiamare in causa una circolarità quasi necessaria che da Ecce homo ci riporta agli esordi (a uno spostamento circolare che investe anche i luoghi si fa riferimento nel paragrafo «Torino, 1888» dell’ultimo capitolo del libro, «Röcken, 1884-1900. Geologia della morale»), essa potrebbe inoltre risolversi in questa ostinata volontà di senso. Se «filologo», è stato detto, vuol dire «amico della parola portatrice di senso», e se filologici furono i primi studi nietzschiani (cui presto seguirono il distacco e una critica articolata), anche in questi termini la fine potrebbe saldarsi a un inizio già diffuso di fine. Come in queste parole di Jim Morrison, nelle quali Ferraris intercetta la zarathustriana «volontà di tramontare»: «This is the end, beautiful friend / this is the end my only friend...».


Elisabetta Brizio



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giovedì 28 agosto 2014

Gabriele Marchetti, "Alcune note su certa poesia odierna"

È una caratteristica di moltissima poesia odierna (e di quella di Davide Rondoni in particolare) la ricerca di schegge di poeticità nella dimensione quotidiana, più banale.
Ricerca che, senza fare troppi sforzi di memoria, era già stata tentata e portata avanti con risultati eccellenti da T.S. Eliot, con testi come The love song of J. Alfred Prufrock, o la serie di Sweeney. Ma alla fin fine anche Eliot si convinse dell'impossibilità di giungere ad un testo definitivo, causa la dispersione incontrollata di tali epifanie poetiche, troppo numerose, troppo variegate; donde l'opzione per il metodo mitico, l'unico capace di riunire saldamente questa miriade di impressioni attorno ad un nucleo riconoscibile e definito.
Questa virata, questa manovra di salvataggio non sono ancora state tentate da quei poeti che in Rondoni vedono e sentono il loro caposcuola. Né potrebbero tentarla, ormai, essendosi adagiati in una sorta di nicchia che ha una sua legittimazione e una sua visibilità nel mosaico e nel sistema dell'editoria, dei premi, dei convegni, dei “festival”.
Ignoro se Rondoni preferisca questo sonnambulismo al fare vera poesia; non credo però che possa preferirlo. Da caposcuola, da iniziatore (o più umilmente, da sostenitore attivo) di questa poetica del quotidiano non può sfuggirgli la ripetitività dei testi, conseguenza ovvia di qualunque cosiddetta scuola, e la loro spaventevole proliferazione dovuta all'infinità di esperienze che si vogliono testimoniare. È, insomma, una poesia tesa verso un traguardo irraggiungibile e che forse nemmeno esiste. È una poesia senza uno scopo definibile, quindi inutile per costituzione; perché da questi testi non può derivare al lettore quel piacere che è l'unico fine della vera poesia. Verrebbe da suggerire ai poeti odierni di cimentarsi con un altro genere, più consono alla loro visione: il diario, dove troverebbero un terreno congeniale a questa poetica del minimo, del quotidiano, dell'inutile dato effimero.
Ma volevo leggere più nello specifico un testo di Rondoni, magari con il rischio di sembrare poco umile nell'accostarmi ad un nome così importante (ricordando che è solo il testo ad essere passibile di giudizio, e mai il poeta); un testo preso a caso dalla rete, senza considerarne le origini, la data di composizione, i motivi esteriori; per dimostrare, se sarà possibile, che questa (non intesa come solo rondoniana) poesia è fattibile in serie, senza troppo sforzo, senza troppe pretese, perché legata non ad un singolo poeta, ma ad una visione discutibile del compito della poesia in generale.
L'irregolarità metrica, la pelle con cui si presenta quasi tutta la poesia di oggi, porta ad una fluidità nella ripartizione del testo, tra le strofe e tra i singoli versi, che disturba: tale scelta, che certamente non deriva dalla scarsa maestria del poeta, è da imputare al gusto imposto dai lettori. Si tratta del primo errore commesso dalla poesia odierna, o almeno da buona parte di essa: cedere alle presunte richieste del lettore, che non vuole nulla che lo impegni troppo o che gli riesca di difficile lettura. Quindi ci si è lasciati avvincere dalla mania della libertà espressiva, ci si è fatti scudo di questa fantomatica libertà, già universalmente valida nei temi, anche nei confronti di uno degli elementi necessari della poesia: la metrica.
A Rondoni non è certo imputabile alcuna colpa, in questo processo di semplificazione e svilimento del dettato poetico. Anagraficamente, lo ha anche egli semplicemente subìto e seguito. Tale anarchia metrica ha origini più lontane, e ben più complesse.
Volendo dare un'idea di quanto sia frastagliato questo testo (ma l'indicazione di massima varrebbe per quasi tutta la poesia di oggi), ecco lo schema dei versi e delle rarissime rime: prima strofa 13-8A-4sdr-11A; seconda strofa 9-9-10tr-6-8-5-10-14A-10A-11-6; terza strofa 12tr-8-11-11tr-11-9-8; quarta strofa 8-10tr-9sdr-13-12-10-4sdr-10-7; quinta strofa 10tr -11.
Come si può vedere, nessuna strofa assomiglia all'altra per numero di versi, per la disposizione di versi isosillabici in essa, per schema rimico (che, appunto, è carente fin quasi all'inesistenza). Si è giunti, qui e in molti altri casi, a sostituire alla suddivisione dovuta all'unità ritmica, metrica, musicale del verso un nuovo tipo di segmentazione, basata sull'unità di elocuzione; si è passati a dare importanza a ciò che viene detto (il che è accettabile), trascurando però il modo in cui lo si dice (trasandatezza, invece, meno accettabile). Ecco qualche esempio:

Quando anche tu ti fermerai in questo grande
autogrill e il viso stanco
vedrai rapido
sui vetri, sull'alluminio del banco (vv. 1-4),

dove l'attenzione viene messa subito su autogrill, che iniziando il secondo verso è in posizione privilegiata, quasi a volerne essere il centro (e vedremo come questo luogo sia uno dei due cuori del componimento); e parimenti Rondoni fa risaltare le suppellettili che lo riempiono, i vetri e l'alluminio del banco, sottolineate dalla rima, che impreziosisce per la sua rarità. Tutte cose materiali (in un luogo forse immateriale, un non-luogo, o un semplice posto di passaggio?) che fanno da contraltare all'unica annotazione umana, chiamiamola così, che è quella del viso stanco del viaggiatore.
E ancora:

sarà una sera come questa
che nel vento rompe la luce
e le nubi del giorno, sarà
un grande momento:
lo sapremo io e te soli (vv.5-9),

con quel verso, l'ultimo, che ha sapore di sentenza (e questo desiderio di poter dire la parola definitiva lo ritroveremo nella strofa finale, quel distico che è una vera e propria coda). I primi due versi dell'esempio mostrano un minimo di regolarità, sono due novenari che hanno già senso compiuto, anche senza l'aggiunta del terzo verso, quel decasillabo tronco che sa di canzonetta. E poi, quel senario che pare la réclame di un gioiello: un grande momento.
Nel prosieguo altre sentenze saltano all'occhio:

Ripartirai (v. 10),

altro vecchio vezzo della poesia italiana dell'ultimo secolo, mutuato forse dal primo Ungaretti, proposto anche in seguito da Quasimodo et alii, e che sembra impestare ancora i versi di moltissimi poeti di oggi. Il quinario sembra isolato apposta per una performance di lettura pubblica, come se, dopo la pausa narrativa raggiunta con lo sapremo io e te soli ci volesse una ripresa altrettanto solenne, qualcosa per non scendere di tono e non perdere l'attenzione dell'ascoltatore (dato che oggi la poesia è più ascoltata che letta, a quanto pare). E ancora:

La felicità del tempo è dirti sì,
ci sei (vv. 16-17),

oppure

la nostra vera somiglianza
è la dove non si vede (vv. 21-22),

che rasentano il tono aforistico delle frasi di una famosa marca di cioccolatini. E più avanti:

sarà il tuo inferno, la tua virtù
questo udito da cane o da angelo
che sente all'unisono il giro dei pianeti
e la pastiglia cadere nel bicchiere
due piani sotto, dove due vecchi
si accudiscono.
Sarà questo amore strepitoso
tuo padre, quello vero (vv. 24-31),

versi in cui si situa il secondo cuore del componimento, trasferito in una casa. Qui, di nuovo, hanno sapore di sentenza il primo verso (con l'accenno, ripetuto nel verso seguente, a due opposti), di nuovo vicino ad un linguaggio pubblicitario, e gli ultimi due, altra bordata di tono sapienziale.
E ora un esempio da un testo, Il cane che ai miei piedi guarda l'alba, piuttosto controllato metricamente, di Isabella Leardini, altra voce che va molto di moda, e che nei suoi componimenti mostra spesso un andamento diaristico:

Ma noi restiamo qui come le radio
dimenticate accese in piena notte,
come le insegne che hanno perso qualche luce
ma cercano lo stesso di brillare (vv. 11-14),

dove si vede la regolarità degli endecasillabi (anche se sciolti) distrutta dal verso di tredici sillabe, che appunto è un enunciato finito, a sé stante, e che esonda dalla misura perché il messaggio stava tutto lì, nel paragone, e che l'autrice ci getta addosso quasi con ansia, con la paura che a noi sfugga.
È poi possibile una via di mezzo, tra l'unità di verso e quella elocutoria, ed è quella che basa la sua segmentazione sulla rima: quindi, pur non rispettando alcuna regolarità metrica, è legata comunque ad un elemento ritmico come è la rima. Eccone un esempio, sempre da Rondoni:

quasi
un ricordo e i silenzi delle scansìe di oggetti,
dei benzinai, dei loro berretti (vv. 11-13),

che mostra sì l'enfasi sonora della rima, ma anche quell'andamento slegato, dal punto di vista della regolarità metrica, tipico di una poesia da recitare. La rima serve per interessare il pubblico, che rischia di perdersi in questa fluidità, in queste composizioni amorfe, come dentro un mare infinito e senza appigli (e pare che i poeti, oggi, abbiano fatto loro il suggerimento del Rucellai, Le api, v. 11: fuggi le rime, e 'l rimbombar sonoro).
Parte della poesia odierna sembra aver seguìito, e forse promosso secondo le sue scarse forze, un avvicinamento del proprio dettato a quello della pubblicità. Si è fatta tutto un campionario di slogan da sciorinare, pillole di saggezza che spalancano al lettore nuovi universi, paradisi sconosciuti, come ad esempio in Roberto Cescon. Da Le cose che compriamo abbiamo:

le cose che compriamo ci raccontano (v. 14);

e del resto la poesia in questione ha altri lampi epifanici, come quello messo in un distico che s'imprime a fuoco nella memoria:

per le corsie pensiamo cosa manca
nelle antine della cucina bianca (vv. 7-8),

dove l'autore ha cercato di condensare tutta la mancanza di significato dell'esistenza odierna (tacendo del fatto che, nel corso di questa stessa poesia, con molta grazia Cescon parla di assorbenti).
L'equivoco, se così vogliamo chiamarlo, risiede nella convinzione, creatasi negli ultimi anni, forse dovuta all'esempio di Pasolini, che la poesia debba essere portatrice di un messaggio per i lettori. Che abbia, insomma, un dovere verso di essi, un compito che sta a metà tra il salvifico e il didattico. Ed avendo questo fine, deve anche adottare un modo di esprimersi che si avvicini molto ai gusti e alla mentalità del lettore. Come la pubblicità fa leva sui bisogni, veri o presunti, del consumatore, così questa poesia si basa sulla convinzione di poter fare da guida a chi la legge, quasi che i poeti di oggi (non dico un Dante o un Leopardi) siano custodi della verità, profeti, salvatori.
La pubblicità grida, insinua, sussurra; questa poesia fa lo stesso. Non ha più un suo linguaggio, basato su caratteristiche chiaramente riconoscibili come poetiche, a parte l'andare a capo ogni tanto, il contare undici sillabe (rischiando ogni tanto uno sdrucciolo, o restando in bilico su un tronco) e quel tono da santone di cui non riesce più a liberarsi. Essendo poesia da recitare, e non più da leggere, non ha alcuna importanza il suo aspetto su carta, o la regolarità del metro (perché sarà comunque l'autore / attore ad interpretarla per il lettore); ciò che importa è mettere su uno spettacolo interessante, gridato, o sussurrato, a seconda dell'oggetto di cui parla. Il testo si è trasformato in un copione.
E di conseguenza, il poeta diventerà più importante della sua composizione, mentre la poesia del quotidiano dovrebbe, per sua natura, far parlare le cose. In esse troverebbe forse una solidità, anche espositiva, che invece le manca. Dovrebbe accadere il contrario di ciò che dice Juan Ramòn Jiménez nella sua Intelijenzia, dame:

que mi palabra sea
la cosa misma (vv. 3-4),

che cioè il peso del poeta non schiacci quello, leggerissimo, etereo, dell'essenza delle cose.
Ma nella poesia di oggi le cose sono solo un pretesto. Il vero protagonista è il poeta. Questo testo di Rondoni e moltissimi altri hanno tutti lo stesso sapore perché tutti grondano del poeta che li ha scritti. Il che, potrà obiettare qualcuno, è naturale: il poeta deve uscire dal suo testo, il lettore deve capirne l'animo e i sentimenti. In realtà il poeta di oggi è passato dall'essere l'autore del testo a recitarvi come attore, con il rischio della riduzione della poesia al diario quotidiano.
La vera poesia del quotidiano non è questa. Qui la voce dell'autore-attore è troppo coprente, troppo roboante. Le cose, la cui vera essenza, nascosta e da riscoprire anche nella quotidianità, è pur sempre l'oggetto privilegiato dello sguardo del poeta, restano filtrate, mai date direttamente al lettore; gli autori, con la loro mole spropositata (rana rupta), impediscono alla poesia di compiere il dovere che le spetta.
Approfondendo il testo di Rondoni, comprenderemo meglio questo sfasamento.
L'immagine complessiva della poesia risulta chiaramente spezzata in tre momenti, basati su tre luoghi (in realtà, due), e cioè l'autogrill, dove inizia la scena, la casa in cui Rondoni trasferisce, per aumentare il senso di affetto familiare, se stesso e l'interlocutore, e poi di nuovo l'autogrill.
Questa spezzatura, che forse appare più forte ad un lettore che ad un ascoltatore, rischia di compromettere la riuscita del testo. L'autogrill è, per antonomasia, luogo di incontri e separazioni veloci, possibilità di scoperte, di epifanie meravigliose, un po' come l'albergo per il primo Montale (e degno di nota il fatto che anch'egli mette l'accento sui vetri, ad esempio in Arsenio, v. 5: ai vetri luccicanti degli alberghi); ci ridà, insomma, un'idea di transitorietà che ben si lega alla storia personale di ognuno (tutti, più o meno, avranno fatto esperienza di un autogrill). La metafora era un ottimo spunto. Ma quell'inserzione dell'ambiente familiare, così più duraturo, con fondamenta più solide, e l'immagine dei due anziani che durano assieme da anni, svilisce la forza iniziale del componimento.
L'incipit della seconda strofa ha un sapore eliotiano. Ricorda (assieme a io e te) l'attacco di The love song of J. alfred Prufrock:

Let us go then, you and I,
when the evening is spread out against the sky
like a patient etherized upon a table (vv. 1-3),

anche se naturalmente manca della forza espressiva della metafora del testo inglese. Il verso

che nel vento rompe la luce (v. 6)

è di ascendenza quasimodiana (strano, ma vero), specie per l'uso del verbo:

Un sole rompe gonfio nel sonno
(Alla mia terra, v. 1),

il soffio
di vento prigioniero, rompe e fa eco
nella luce
(Che vuoi, pastore d'aria?, vv. 7-9),

e in aggiunta, con lieve cambiamento del verbo, di uguale significato,

La sera si frantuma nella terra
(Un arco aperto, v. 1).

C'è anche un altro ricordo montaliano:

oscurità che rompe
qualche foro d'azzurro
(Accelerato, vv. 11-12);

e andando più indietro, qualcosa del Rimbaud del Bateau ivre:

Je sais les cieux crevant en éclairs (v. 29);

ed altri echi restano forse più nascosti (ma la sera, dalla famosissima poesia del siciliano, ha sempre ricoperto un ruolo principale nell'addolorarsi dei poeti), e inarrivabili per l'ascoltatore, ipnotizzato dalla performance del poeta che diventa egli stesso, sul palco, un lettore.
Ma il testo, messo su carta, non imbroglia: quel mio figlio, mio viaggiatore (v. 23) richiama Baudelaire e il suo verso, famosissimo,

Hypocrite lecteur, - mon semblable, - mon frère!

da Au lecteur dei Fleurs du mal, e che lo stesso Eliot ripropose, quasi identico, in chiusura della prima sezione della sua Waste Land (con l'aggiunta di un You a precederlo).
Rondoni è un famoso traduttore di Rimbaud. Ne è anche un ottimo lettore. Dal poeta francese sembra derivargli l'antitesi nel verso questo udito da cane o da angelo (v. 25), che ricorda la quasi identica contrapposizione rimbaudiana messa in luce nel primo sonetto degli Stupras, raccolta di testi ironici, dissacranti, e poco conosciuti:

Au moyen age pour la femelle, ange ou porce (v. 5),

in cui è identica, variando l'animale e la posizione, l'immagine dello scontro tra il basso e l'alto, tra la vitalità e l'etereità.
La chiusa, quel distico che vorrebbe mettere un suggello alla poesia e che invece suona falso, troppo impostato (ma che risulterebbe perfetto in una lettura pubblica), ha sapore quasi crepuscolare: è, non dico ai livelli di un Carducci che scrive in memoria del figlioletto morto, ma ugualmente coprente, e qui sensibilmente fuori luogo.
Rondoni voleva creare circolarità, giocando con la dimensione temporale, con se stesso già scomparso e con il suo interlocutore cresciuto, ancora vivo, ma quasi immemore delle parole che il poeta gli ha finora rivolto; ma ottiene solo una specie di ritornello stonato. La poesia, e il suo quid, sono terminati versi prima, e la terza e quarta strofa sono un di più. Il senso era il tempo che passa inesorabile, la speranza che un padre pone nella capacità del figlio (spesso destinata a svanire) di ricordare i suoi insegnamenti. E lì stava anche un buon messaggio da parte di Rondoni, accettabile se non altro, perché sincero, sentito, vero insomma.
Le due strofe in questione contengono invece quella serie di aforismi, dal tono troppo paternalistico, troppo benpensante, per riuscire credibili. La speranza in qualcosa di duraturo che possa attraversare il tempo non collima col resto del componimento, anche se ad un lettore svagato potrà sembrare una bella contrapposizione, ben congegnata e sistemata al posto giusto (ad un ascoltatore, intento più che altro a misurare con l'occhio l'aspetto del poeta, assiso sul palco, in un fasciame di luce, non risulterà molto di diverso da quanto sentito prima).
Perché in queste due strofe la poesia ridiventa messaggio, dimenticando il proprio linguaggio specifico, che l'ha sostenuta abbastanza bene nelle strofe precedenti e che poggiava sull'immagine, convincente, dell'universale transitorietà umana; perde le caratteristiche poetiche fondamentali, mantenendo quelle esteriori (e vale la pena di chiedersi, con G. M. Hopkins, se tutto ciò che è scritto in versi sia poesia) e giunge al suo vero scopo: piacere a tutti.
La colpa, qui, è proprio del poeta. Egli sta recitando la parte di un padre (di nuovo, quell'impostazione falsata in vista del fine pratico di questo genere di poesia, e cioè la recitazione) e nella terza e quarta strofa, e in altri piccoli interventi nelle precedenti, dopo un discorso oggettivo, calibrato, basato davvero sulla forza esistenziale delle cose, sul loro peso, sulla loro presenza, arriva a scivolare in ammaestramenti inutili.
Si esce da questa lettura, fatta da noi stessi o tramite l'autorevole voce del poeta che conosce meglio del pubblico pause e attacchi, con un senso di sballottamento. Cosa c'è di vero nelle sue parole? L'oggettività del dettato è andata in panico molto presto, perché il racconto che sta sotto è stato innervato di sentenze altere e soverchie, come se Rondoni non avesse alcuna fiducia in chi lo legge. Tale è appunto l'atteggiamento che l'autore di teatro assume nei confronti di un sempre cangiante uditorio. Mancano soltanto (o forse ci sono, travestite di una poetica semplicistica) le indicazioni su chi entra in scena, chi ne esce, sulla postura da tenere. E qui fallisce la serietà delle cose, subentra l'infallibile ego dell'autore.
Nei riguardi di questa poetica, applicabile in serie quasi quanto quella poesia sperimentale cui vorrebbe contrapporsi, e che aveva almeno il merito di una maggiore sapienza formale; di questa poetica che punta alle cose e alla fine le tradisce (poetica che, se attuata in modo davvero efficace, con convinzione, con intelligenza, non sarebbe affatto da rigettare, come non lo è la prima produzione di un Eliot), si finisce per voler rispondere solamente con le parole di Callimaco, nella traduzione di Quasimodo:

Non amo la poesia comune e odio
la strada aperta a chiunque,

nella speranza che trovi spazio una poesia forse più personale, negli intenti, e molto più universale negli esiti, ma sicuramente di più scelta ed accorta ricezione.

Gabriele Marchetti