mercoledì 28 aprile 2010

PATRIZIA GAROFALO, PAOLO RUFFILLI - DI ROSE CORONATO

La produzione in versi di Paolo Ruffilli degli ultimi decenni (da Piccola colazione a Camera oscura a La gioia e il lutto) ha di per sé, fin dall'inizio, nella sua stessa natura, un intrinseco moto, un'intima tensione, di carattere dialogico, drammatico, in senso lato teatrale, per il suo intreccio di prospettive, di angolature, di sfumature risonanze timbri voci: questo, forse, anche per la sua remota radice settecentesca, mozartiana, per la sua cantabilità chiaroscurale, per la sua miracolosa, quasi inesplicabile levità intrisa di ombra e di dolore eppure ravvivata dalla luce armoniosa di un'apertura e una speranza ulteriori e più vaste.
Questa interpretazione, rielaborazione e riscrittura teatrale di Patrizia Garofalo (rappresentata, con accompagnamento musicale, nella Cattedrale di Belforte sul Chienti l'11 aprile 2010) intreccia, come in un contrappunto, ai versi di Ruffilli il discorso poetico originale dell'autrice, proiettando, nel contempo, l'idea cristiana, ma già tragica (si pensi alle Baccanti euripidee), della Parola che si incarna per poi essere martoriata e lacerata nel sacrificio (nello sparagmòs dionisiaco così come nello scandalo della Croce, nel “disonor del Golgota”, nella “misericordiosa uccisione di Dio” di cui parlava, in anticipo su Nietzsche, la teologia luterana) sullo stesso discorso poetico, sul dire che “viene da lontano”, da sconosciute, risonanti distanze - ma che, del pari, svanisce e si dissolve al di là della storia, nell'orizzonte escatologico in cui l'uomo non può più seguirla - nel nulla, nell'assenza, nel desolato mistero di un “sepolcro vuoto” eppure, paradossalmente, vivificante, presagio – forse illusorio, ma cruciale - di pienezza e di vita. E la Madre, la mater dolorosa, Maria come Ecuba e come Medea, è materia, matrice, matrigna: scaturigine dell'esistere, sorgente del venire-alla-luce, e insieme, ipso facto, condanna a un destino di deriva verso l'ombra, benedizione e castigo e perdono, sofferenza e redenzione del vivere (M. V.).


DI ROSE CORONATO


Solo, davanti alla morte
neanche l’angelo ti recò conforto…Uomo…
Un nodoso ulivo, curvato
raccolse le tue agonie di terra.

Il corteo che seguì
ti fissò nella metopa del tempio,
piansero per primi gli Dei
e
morirono nel tuo silenzio.

La rivelazione
è parola che denuda, strazia e lacera,
suprema vergogna
preda l’inerme
senza arrestarne il volo

Inginocchiarsi
è ludibrio
ma lo sputo e le percosse
come maschere di cera
si sciolsero.
Il sole non ne raccolse l’anima.
Il mondo conobbe lo smarrimento del “senza”
Simone di Cirene fu
ombra, della pietà dispersa
“non piangete per me, ma per voi”
troppo basso il tono della voce , dal dolore
di Uomo
dalla pelle sbranata, chiamasti donna
tua madre
cantasti per lei
l’amore del suo seno vuoto
il tuo andartene
il suo permanere donna madonna dolorosa e pregna.
La strada indicata per il Golgota
confonderà
polvere e sangue
dolori e disattese.

Ineludibile l’amaro retrogusto della viltà.
Nessun marchio impedì l’infinitezza
neanche a chi rimase senza fede
ma ancora ti cerca di carne, nell’amore.

La veste tirata in sorte
firmava, per chi si contava vivo,
la maschera della morte del tutto
Pietoso Uomo
copristi, le loro carni
in luoghi che solo Tu hai benedetto e pianto

“In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso”

All’eclisse del vero
atterriscono gli umani

“padre nelle tue mani consegno il mio spirito”


Scompare il sole.
Il vuoto
aprirà un abisso di
cadute, e attraversamenti
sfoceranno a delta su tutti i fiumi
per riportare a mare
il viaggio verso Itaca.

Un lenzuolo pietoso
si farà silenzio.
Attende le nostre parole
coronate di rose.





Dal mio ventre schiuma
odore acre di sangue

sudario di dolore la nostra pelle
mescola lacrime e sudore e polvere

asciugo dalla tua bocca
gocce di trascorse primavere

seminerò perle di dolore
fintanto che mi chiamerai donna

un cielo povero
apre braccia cariche di pioggia

sabbia di deserto
ci seppellisce piano

proteggo il tuo corpo
dentro il mio seno svuotato

e non so chi pregare


Al risveglio
uomini oppressi da un’opacità assillante
riverberi brucianti
inesorabili alabarde di ghiaccio
trafiggevano il tempo
nel buio degli abissi.

Soffocavano le anime meste
gettate a terra
precipitate in fosse,
baratri,
dirupi.

Anime vaganti eclissate dall’oscurità,
alla luce, piangevano sangue
sussurrando dolorosi lamenti

Alcuni suicidarono lo spettro della memoria
cercarono il cielo
divennero angeli.

Una madre
si addormentò per sempre
abbracciata al figlio
affidandogli la vita

la terra rimase sola a contenere
il pianto della pioggia
cinica e fredda.



SECONDA PARTE



Il relitto
sul lido delle dune
poggia sul fianco
inerte e gonfio.
Lo sfascio dei legni
e i ferri e delle funi
non è fuori posto
sulla costa tormentata.
Ha un che di sacro,
fermo nel tempo.
E’ un altare
su cui i gabbiani
si lanciano stridendo.
La lenta processione
non si arresta:
ognuno resta muto
per un po’
fisso nel vuoto

La ferrovia scompare
e, ad un tratto, lì
il mare forma un ampio golfo
E mare sì,
è anche la mia strada.
Io mi fermo , perché
Non so che fare.



Grava il dolore
come spazio insoluto
al mio quotidiano.
La crocifissione apre abissi di terra,
trafigge gli occhi,
li vince nello scacco del sonno
li riapre desolati al non-senso, sassi di cuore.
E’ una pietra rara, il cuore.
Cerco le ondine che piansero nelle cortecce dei pioppi
L’incendio di chi osò il volo.
Apro piano le pagine con un tagliacarte indolore,
quelle del tuo libro, intendo.
Leggo piano, piango assonnata e,
prego senza Dio.



Strappare via chi ami dal cuore della carne
È come sradicare i muri dalla terra.
Ma nessun urto mai, per quanto sia violento,
riesce ad estirpare da dentro il fondamento.
La forza che si avventa e che l’afferra
smuove la base e la dissesta dal suo centro,
spezza e squarcia fette intere, svelle
molti dei suoi bracci lasciati lì sospesi
dalle pareti aperte come l’armadio e la credenza
nella cascata livida della materia inerte
ormai disidratata di ogni vivida presenza,
senza però arrivare nell’imo del più fondo
mozzata sì la testa, ma non le sue radici
ancora più attecchite nel fianco dell’abisso
dove intanto resta, sia pure violentata,
contro ogni furto e errore la vita abbarbicata.




Avviso ai naviganti. Venti da nord-ovest
tendenti a rinforzare
fino a burrasca.
Fari d’entrata
al porto, spenti.

Con ginocchia di terra
macchiate di verde
sarò scalza
quando entrerò nel tempio.





CORO

La parola,per me,
veniva da distante.
Un a priori, quasi,
l’avvertivo, un eccitante.
In un processo in
Qualche modo inverso .
Nel darle per riscontro
una realtà che invece,
più toccata e presa, più
sfuggiva inconsistente
ai cinque sensi.
Con l’effetto di essere
lanciata contro un corpo
pronunciato e, nel suo dirlo, di colpo
riafferrato.


Intanto , dappertutto
Dio ti vede


Padre potente
arbitrio comando
signore che prende
che regge le fila
che muove e sostiene
dominio e licenza.
Padre che è assente
sole lontano
ignoto mestiere
enigma che incalza
diverso e straniero
limite termine fine.
Padre splendente
pensato sognato
tenuto soltanto per mano
guerriero tornato
per poco disposto a restare
giocare parlare una volta.


Madre matrice
guscio da cui si spoglia
il viscere
vulva oscura caverna
madreperlacea conchiglia
fodero guaina.
Madre matrigna
nodo filo di ferro
corda ritorta
capo di gomena
cavo canna filo di rame.
Madre madrina
palo a cui tiene la serie
base puntello
bacchetta che guida
remo spranga timone.
Annaspare nel filo
tendere frangere
districare l’involto.

All’improvviso, l’idea
di un vuoto, senza moto,
del nulla, dell’assenza
di un segno o di una traccia,
agghiaccia il sangue e
fa tremare mani e voce.
Nel punto estremo e,
ormai, non più lontano
alla foce del fiume,
a un passo, ad una spanna
dalla frontiera,chi c’è o cosa…che mi salvi
dal salto, dalla condanna
Eppure, intanto,
arresi all’evidenza
di andare navigando
alla deriva.

FINALE

Strage di rose tutto il giorno
petali ispessiti
da sabbia e sangue
offrono
un pietoso
impenetrabile
batik
ci sono giorni
che fanno la differenza.




Ho amato stanotte
i tuoi versi silenziosi.
Li ho recitati muta
Sono saliti in alto
come un salmo
in una chiesa vuota
di consolazione. Prima che la notte li
rapisse nel naufragio dell’immenso,
li ho bevuti a piccoli sorsi
dall’incavo delle mani.

martedì 20 aprile 2010

POESIE DI GIACOMO LERONNI


Di Giacomo Leronni, del quale ho recensito altrove la preziosa e lungamente meditata raccolta Polvere del bene, ho ora l'onore di pubblicare altri testi, che confermano l'indole essenziale della sua Musa e ne suggeriscono, forse, un ulteriore sviluppo (che non necessariamente segna, nella perpetua simultaneità, nella “contemporaneità di tutti tempi” direbbe Luzi, che è propria della vicenda poetica, una fase cronologicamente successiva, ma, piuttosto, una ulteriore, interna articolazione ipostatica, che avviene, avrebbe detto un filosofo, per autoctisi di una medesima identità creatrice).

Scavata nel silenzio, quasi dolorosamente aureolata, e insieme assediata, come in Ungaretti o in Celan, dal bianco del silenzio, del non detto e forse indicibile (del “Mistico” di Wittgenstein), è la parola del poeta: parola che sorge da profondità minerali, quasi da radici inorganiche o preorganiche, eppure oscuramente, immensamente vitali, come quelle che cela la terra ardua, grama, tormentosa, del suo Sud – e, insieme, strenuamente consce di se stesse.

Poesia notturna e, insieme, albale, aurorale: poesia della fine e dell'inizio, dell'Omega e dell'alfa, ciclicità dell'essere e dell'esistere risolta e distesa, però, nel discorso ciclico, progressivo-regressivo, nel respiro duplice e bidirezionale, del versus.

La “notte amica” di Ungaretti (ma prima ancora quella mistica e maestosa di Novalis) è, nella sua oscurità, fonte di luce: quella che pare pietra cieca è specchio, invece, colmo di stelle; se dapprima la notte è dimora dell'autentico, e il giorno mascherata di menzogna, nella polivalenza del dire poetico oscurità e luce, silenzio e voce si fondono invece in un nesso inscindibile e duplice. Il presente notturno della creazione poetica è un “presente eterno”, agostiniano e petrarchesco punctum temporis “a cui tutti li tempi son presenti”. E nelle rovine del tempio interiore possono celarsi l'acqua di vita e la nuova fioritura, ignorate, eternamente, preziosamente vive, anche se forse soltanto per se stesse (il tempio interiore di Dell'eterno in minuzie sembra alludere al Dio, senecano ed agostiniano, che abita in interiore homine; ma non è, qui, fatto oggetto di alcun culto: il Dieu caché, il Deus absconditus di Pascal invade con la sua presenza-assenza anche il sacrario dell'interiotià, e viene così ad essere manifestazione del subconscio, dell'abisso interiore, intentato e non lambito, a ben vedere, se non dalla parola poetica stessa). (M. V.).


LEZIONI DALL'OSCURITÀ


Dispongo le tempere
del giorno
poi le ripongo

il meccanismo
s’inceppa
ma io insisto
faccio forza
prevalgo

sorge l’alba

senza che alcuno
sappia
spingendo, tendendo
i muscoli
altre ore di falsità
sono pronte.

***

C’è un pozzo
una giberna per il silenzio

labbra come mensole
il tappeto delle rese:

un ricordo procura
la luce necessaria
un giuramento disorienta

spingo oltre il giudizio
a mezzo
del corridoio di tenebra

eludo l’agguato
della soddisfazione
l’approdo, il tatto:

questa la casa
il ricovero.


***

Opera incidendo
accade

essere frusto
che si aggruma
sasso
che sollecita la marea

a volte il suo specchio
rigetta il grido
a volte lo assorbe

lo descrivi
ma non è così
occulto
e colmo di stelle

potrebbe essere un seme
una spilla

è schivo
non comprende
perché caparbiamente
vuoi dargli un nome.


***


La notte
mi piega a sé
mi affida
la sua albagia:

è tardi
per mentirle
per ripagarla
con monete d’identità.

Sfolgora il pregiudizio
smania il corpo
presagendo la prova:

indosso
cellule esiliate

mi circonda
il buio presente di chi scrive
presente eterno.


***


Non sono più io
ma il male
che m’interroga

l’assurdo che impatta
grumi terrestri

il picchio del male
che indaga se stesso.

Non sono io
sono un dito di morte

lava che squadra
l’abisso

rifugio improvvido
in cui archiviano preghiere
le mie malnate
foglie verdi.


***


Dentro tace il presente
si apposta
si fa vena

scorgo un taglio
è loquace

fuori chiamano
nitidamente
sboccia ripetuto
un nome

ancora dentro
l’ora è già smalto
cellule si stirano

sono dietro l’angolo
mi vedo
oltre il gomito
caudato delle stelle

invischiato
invocato
per portare buio.


***

Risalgo l’alba

la luce che sgorga
da un nucleo minuscolo

il fiore dell’insidia.

Ad ogni approdo
inatteso sostegno

una cipria di vittime
il cui fervore dispensa
dalla visione.

Procedo
per la febbre
che s’impenna

senza l’obbligo del grido

fino all’ottusa vena
che concepisce.


***

Il ricordo è il mattino

che s’innalza
da ogni parte

è una fionda
una sberla
per le ansie

scuce il presente
lo spezzetta

si aggiudica il mare.

Il ricordo:
un’aurora salda

un guizzo di parole
tessute con cura

abbaglianti
e già sconfitte.


***


Case adulte
lance di necessità

guglie, tronchi
di pietra:

la vetrata del cielo
ricomposta

porfidi insondati
capaci di canto.

La pena è elusa
il ricordo s’incasella:

torna la città
al martirio sonoro

la sera reca l’ambra

le strade vibrano
dolci come nomi.


***

Ecco la sera

è questo il suo nome

un acero il seno
derma viscoso

ecco parla
ed io registro
arrivo da voi
piccole mosche
che trattenete il fiato

arrivo licheni
più gagliarda
dal precedente abbraccio

non posso fermarmi
scivolo
per chine taglienti
resisto gioconda

per accompagnare
tutto questo legno
di ore
ad ardere.


***

Niente può separare
la luce dal chiodo

la cattura è definitiva

la mente ne ripercorre
l’eco
e s’intorbida.

Sfrigola il fiore
della pena, lucida
le sue barricate:

niente può separare
l’ombra dalla meta
la folgore dall’orgoglio

e c’è chi con i passi
converte il buio

un bambino di prato
un adulto
che scalcia la gravità

niente può arrestare
il cuneo che avanza
una nudità dopo l’altra.


***

Quanto cercare
dopo il primo colpo

ci sono altre strade
il pruno le impara

i sassi apprendono
un codice sapiente

invece si insiste
si cerca il privilegio
inguainato nel buio

si bussa
a porte di geranio
si urtano frasi
di terra pavida

ci sono altre fronde
le percorre la luce

dritto davanti a noi
o appena indietro

un coro di spasmi
da cui semplicemente
attingere.



***

SINE DIE


Mente
che si scompone
in altra mente

resina
incisa dalla luce

o piega
di creatura assorta
nella notte indulgente

mente
china sul segreto
in ascolto
per agganciare il mistero

e formularne il nome

l’essere
in spirito e assenza

e intorno fanfaluche
esitazioni

esecuzioni.


***



DELL’ETERNO, IN MINUZIE

1.

Frasi d’ambra
giorni affogati in altri giorni
d’eccellenza o incuria

erba esiliata sul colle
oltraggiato fino al midollo
poi rappreso
per l’incontro in vista

pietre che rigano la fedeltà
gonfie di tutto il sentire
gli approdi, la futilità
dell’eterno in minuzie

parole affastellate, trascorse
il tempo di girarsi
di accostare il vuoto che fruscia

lampo su lampo
scossa dopo scossa

eccolo annotato, siglato
il luogo non-luogo
il senso imperscrutabile

di tutta questa luce che non sazia.

2.

Replicare passi sconsacrati
scarni i tratti, le tracce
arenate
del cuore che sgombra

più vivo per questo
l’ansimare della storia
più acuta l’intrusione
dei sensi

fra vite sepolte, riemerse
dove le pietre si flettono
e l’incanto recalcitrando
si spegne.

È in questa voce che attendo
i tuoi occhi, i margini d’osso
i muschi
fra l’occulto e l’esploso

nella città inerme
che mi abbraccia

nei ruderi
di templi interiori
che nessun culto ha mai sfiorato.

sabato 17 aprile 2010

ELISABETTA BRIZIO, "Glossa divagante sul ritratto blanchiano di Proust"




Le pitture ammirate rimangono per Proust i prodotti squisiti di una perfetta educazione

interiore, gli atti spontanei (ma dopo quanta esperienza) di uno stato di coscienza

superiore, d’un mirabile artificio ch’è venuto grado a grado connaturandosi ed è diventato un

modo di essere: fatti rivelatori dello spazio e del tempo nei quali accadono, ma dentro i quali non

sembrano potersi distinguere, per una loro diversa qualità, dagli altri fatti

d’una analoga scelta o estrazione sociale. Né la loro esistenza potrebbe

mai giustificarsi al di fuori di quel coesistere, perché è soltanto

nella sfera sociale o nella minuziosa valutazione di rapporti umani

estremamente complessi e vigilati, che risaltano e si apprezzano

i valori. (…) il sorriso della gran dama e il disegno del grande

pittore hanno la stessa portata sociale, sono ugualmente il prodotto d’una

lunga educazione, di una seconda e più eletta natura che s’è strettamente

intrecciata e poco a poco surrogata alla prima. E quanto di questa

ogni tanto riaffiora appartiene ormai a un’altra sfera, terrena e non

mondana; quasi direi a una preistoria, dalla quale il severo tirocinio

sociale ha espresso di noi l’immagine storica o della coscienza, il tipo ne

varietur, ma che rimane tuttavia un’incancellabile condizione d’origine,

allo stesso modoche il negativo fotografico si “sviluppa” senza sopprimersi

nell’immagine positiva o che la farfalla non è un “essere” diverso dalla

crisalide e dalla larva da cui è uscita.


Giulio Carlo Argan1



Quello di Jacques-Émile Blanche2, famoso ritrattista della mondanità parigina tra Otto e Novecento, eseguito nel 1892 su precedente disegno a matita e ora conservato al Musée d’Orsay, è il solo ritratto che abbiamo di Marcel Proust: raffigura lo scrittore ventunenne, cronista mondano e non ancora autore riconosciuto di Les plaisirs et les jours. Su uno sfondo scurissimo, intensificato dall’abito scuro (Proust figura in frack) risaltano le tonalità diafane del volto che tende a colorarsi con ombreggiature d’incarnato verso le estremità e nelle labbra sensuali, la sola nota cromatica del dipinto; lo sguardo è sognante e voluttuoso, inespressivo, e sostanzialmente indecifrabile nella sua fissità. Esposto a tutte le supposizioni possibili senza che alcuna lo individualizzi. Una incomposta cattleya all’occhiello della giacca, altra nota che eccede dallo sfondo, documenta il simbolismo di Blanche: tratto caratterizzante e allusivo, in una prospettiva a posteriori, alla peculiare contiguità di quel fiore con l’amore nella Recherche. Contestualissima presenza extracontestuale, dunque. Originariamente era un ritratto in piedi e il campo visivo includeva anche la parte inferiore del corpo. Proust lo sottrasse alla frenesia iconoclasta dell’autore che per oscure ragioni, avendolo definito “esecrabile”, era seriamente intenzionato a distruggerlo. Quel ritratto era ai suoi occhi, potremo dire con Ricoeur, insieme ipse e idem: contingenza e accidentalità – ma non finite ed esaurite in sé stesse, nella loro mera cosalità e datità – della persona reale. Eppure anche soglia o tramite per accedere a qualcosa di vitale ed eterno, da illuminare con lo sguardo della mente e da riplasmare nello slancio creatore del linguaggio.

Nel ritrarre il personaggio, Blanche riusciva secondo Proust a imprimere sulla tela la prefigurazione del tempo a venire della persona. E Proust, che aveva intuito in Blanche la dote di questa quasi profetica perspective du temps, una sorta di estetica chiaroveggenza nel tracciare i segni degli eventi, forse presentiva quella visione come preludente alla propria predestinazione all’arte: il futuro dimora nel passato e nei segni archeologici. Ma disapprovava il fatto che Blanche si avvalesse della storia esterna del proprio modello-artista e introducesse nelle proprie opere elementi indiscreti e insinuanti, inerenti a fattori estrinseci all’artista in quanto tale, immettendovi la deperibilità mondana e l’infingimento sincronico dell’attualizzante astanza di un corpo vivente che è sempre dissimile e irriducibile all’artefice dell’opera. Blanche, secondo Proust, finiva per defraudare i propri modelli proprio in seguito a una troppo assidua frequentazione di essi. Per Proust l’artista e il proprio referente biografico non coincidono mai, l’opera e il suo autore restano due eventi incomunicanti e a sé stanti, non assimilabili: ricordiamo la condizione quasi sacrificale dell’io empirico nella Recherche per il riscatto dell’arte dalla sfera e dai limiti della soggettività, nonché di una temporalità inerte. Mentre al contrario con il corpo insostanziale di Elstir (la cui pittura è una metamorfosi della cosa rappresentata, analoga a quella che in poesia chiamiamo metafora, ha scritto Proust) l’autore della Recherche inferisce dalla qualità del prodotto estetico l’essenza e l’enigma di un’esistenza imperitura che fa astrazione da componenti aneddotiche e accidentali. E su questa difformità tra il soggetto dell’esperienza biografica e quello della creazione si fonda il proustiano Contre Sainte-Beuve, che critica l’insufficienza del perlustrativo metodo positivistico sulle varie gradazioni della verosimiglianza storica, e la sua applicablità all’arte. Tanto il soggetto sociale che quello biologico e ideologico sono entità di superficie essenzialmente differenti dall’io profondo dell’arte. Proust riporta queste osservazioni di Charles Sainte-Beuve:



“Per me – diceva Sainte-Beuve – la letteratura non è distinta o,

per lo meno, separabile dal resto dell’uomo e della sua organizzazione…

Per conoscere un uomo, ossia qualcosa di diverso da un puro spirito,

non ci saranno mai mezzi o angoli visuali sufficienti. Finché, su uno

scrittore, non ci saremo posti un certo numero di quesiti, e non avremo

dato a essi una risposta (…) non potremo essere sicuri di tenerlo

tutt’intero quand’anche tali quesiti possano sembrare i più lontani

dalla natura dei suoi scritti. Che cosa pensava in fatto di religione?

Come reagiva allo spettacolo della natura? Come si comportava in

fatto di donne o di denaro? Era ricco o povero? Qual era il suo regime

di vita, la sua esistenza di tutti i giorni? E, infine, qual era il suo vizio

o il suo punto debole? Nessuna risposta a queste domande è senza

importanza per giudicare l’autore di un libro e il libro stesso, se questo

libro non è un trattato di geometria pura, soprattutto se è un’opera

letteraria, dove cioè si ritrova di tutto”.3


E un siffatto metodo dall’intento omnipervasivo di circostanziare la dimensione creativa, ma dall’esito limitativo e condizionante, Sainte-Beuve doveva esercitarlo per tutta la vita con il risultato di vedere, in luogo dell’arte, “i primi lineamenti di una sorta di botanica letteraria”.4 È il metodo - tanto più elusivo ed ellittico quanto più ambisce a essere profondo con le sue incursioni nel privato - che assimila l’uomo all’opera, criterio procedurale che secondo Proust contravviene all’idea fondamentale per cui “un libro è il prodotto di un io diverso da quello che si manifesta nelle nostre abitudini, nella vita sociale, nei nostri vizi”5: quest’io ontologicamente complesso che diviene locutore della vita va investigato nel profondo di noi, e la sua verità va rinvenuta e ricreata daccapo, scrive Proust. Il metodo di Sainte-Beuve per Proust è inassumibile nella misura in cui non distingue il momento della creazione (che unicamente può aver luogo in una plaga solitaria che assista al temporaneo estinguersi di quelle parole che ci accomunano agli altri, parole cui accade di far ricorso anche in solitudine, ma che non ci appartengono) e quello della conversazione e del rumore di fondo. E paradossalmente attraverso l’attingimento all’erudizione e al biografismo praticati dal positivismo critico si verificava una divaricazione dell’arte dalla vita: con rivelazioni polari, sostitutive e disseminative, l’arte finisce con il confliggere con la vita vera.

Sul nesso tra biografia e patto autobiografico Maurizio Ferraris scrive che “Proust non ritiene che tra romanzo e autobiografia ci sia una vera differenza - o almeno non identifica il primo con la finzione e la seconda con la verità”. Il romanzo, in qualità di opera d’arte (statutariamente, uno scarto rispetto alla natura), costituisce la veicolazione di una verità, non nel senso che esso pretende di adombrare l’assoluto, ma in specie perché “ci mostra ciò che accade effettivamente ma oscuramente nella nostra vita e nelle vite di chi abbiamo conosciuto. (…). L’arte è creazione, ma creazione in senso proprio e biologico. Da questo punto di vista, e in una prospettiva (…) assolutamente classica, per Proust la grande arte, proprio in quanto è creazione, è sempre biografia e autobiografia in senso fisiologico e etimologico.” Se esiste in Proust un incomponibile divario tra la vita e la scrittura, nondimeno, dice Ferraris, nella Recherche “si disegna una dialettica per cui non è la vita che si oppone alla scrittura, ma sono due tipi di scrittura, due tipi di vita e anche due tipi di memoria e di altre facoltà che si contrappongono gli uni agli altri: una vita di società solidale con un’arte realistica si contrappone a una vita autentica (che non è necessariamente una vita interiore) e a un’arte capace di ricrearla”. La grande arte secondo Proust “è biografia - non come narrazione di una vita, ma principalmente come scrittura capace di ricreare la vita. L’abitudine e le conversazioni intelligenti (cioè l’insieme degli automatismi sociali) costituiscono altrettanti ostacoli nei confronti dell’arte, tolgono tempo, non solo perché lo fanno perdere, ma soprattutto perché ci fanno perdere la nozione del tempo e della vita”.6

La sola vita realmente vissuta, leggiamo in Le temps retrouvé (com’era per D’annunzio, e come sarà per gli ermetici), è la letteratura; l’arte diviene la maniera per non defezionare l’esistenza e l’esperienza, rivelando gli inganni e gli errori del nostro tempo perso lungo la vita, e al contempo è la risultante della vita nella misura in cui si sforza di rinvenire, di ridestare, di esprimere e di conservare quella verità che nel fluire dell’esistenza è trascorsa nell’inosservanza e nell’inadempienza: restituire ai minimi segni il loro significato, dice pressappoco Proust nel Temps retrouvé. E tale decrittazione avviene ad opera dell’io non périssable, del déchiffreur, dell’io profondo non asservito alla preconcezione e all’abitudine, che attraverso uno stile non incidentalmente metaforico, e come tale dal carattere performativo e costituzionale, scopre, crea – come in poesia accade con la metafora, con l’analogia (nel totale annullamento dello scarto tra le caratteristiche della parola delatrice e rivelatrice) e spesso con la rima – e istituisce un universo incognito fino a ora.

Per Proust l’io profondo è quello disalienato e silente nei nostri intrattenimenti mondani, quello inapparente, ma “che sentiamo chiaramente esser l’unico reale, e per il quale soltanto gli artisti finiscono col vivere”7, consacrandogli l’intera esistenza. È l’âme originale del soggetto delle opzioni scritturali e delle loro ragioni, che rifiuta ogni complicità con l’homme périssable, con il deperibile soggetto dell’esperienza. Il significato dell’opera letteraria è ascrivibile unicamente a quell’io profondo che l’ha codificata (“quell’io che riconosco scorge talvolta dei rapporti tra due idee allo stesso modo che, d’autunno, quando più non ci sono né foglie né frutti, sentiamo nei paesaggi gli accordi più profondi”, scrive Proust8). Il difetto maggiore del metodo di Sainte-Beuve è quello di inquadrare l’arte all’interno di categorie temporali, di una temporalità che collima con la contingenza, di considerare, in altri termini, la letteratura come attività vincolata al proprio tempo, quando invece nella visione proustiana solo nell’estasi e nel confronto intemporali, o in assenza di tempo, si manifesta l’autentico soggetto della creazione.

Proust era a tal punto legato al ritratto di Blanche, così elusivo della sua persona nella sua approssimazione iconografica, che da allora non si fece più ritrarre. E in ogni suo spostamento portava con sé il dipinto blanchiano, esponendolo in diverse sue abitazioni e conservandolo fino alla sua morte. Facendone quasi l’oggetto di un culto wildiano e avvertendo forse nella devozione a quel suo esangue - e ferale appena - doppio un riflesso e una espressione del proprio estetismo e del proprio narcisismo sempre incombenti e tantalizzanti, per quanto esorcizzati dalla dedizione alla scrittura. Quell’immagine di Proust costituisce una sorta di enfatizzazione della marginalità, una ostensione di particolari frivoli, dandystici, e con l’evocazione di certe peculiarità futili ci restituisce una visione tutt’altro che essenzializzante del soggetto, la cui verità resta taciuta. Un ritratto quasi immaginario, dunque, una uscita, un varco dallo specifico, non fuorviante perché non esplicativo di quella che Proust definisce la “mendace immagine dell’uomo”9. Difficile pare attribuire una vita, storica o aneddotica, al committente. Proust amava l’evanescente ritratto di Blanche anche se dissentiva dal suo modo di procedere10, giacché il Blanche critico d’arte tendeva a delineare il percorso dell’artista-committente attraverso un’inversione: vale a dire, coglieva il vero personaggio attraverso l’uomo deperibile, che al contrario Proust cercava strenuamente di dismettere, anzi di sacrificare, evitando di trasfondere nell’arte la dimensione più alterabile di sé. Pur elogiando Blanche per essersi mantenuto fedele - lontano da soluzioni avanguardistiche - all’ideale di un descrittivismo pittorico non fotografico, non nudamente oggettivo come poteva essere il positivismo di Sainte-Beuve, ma neppure straniante e deformante, Proust rifiuta nuovi ritratti di Blanche, che presumibilmente avrebbero comportato l’infusione della vita, del pettegolezzo, dei difetti, dell’io detestabile dell’abitudine. Scrive Alain De Botton che i vari io proustiani che si avvicendano nella stesura della Recherche hanno riscritto intere frasi, reinventato e sostituito metafore, senza per questo lasciare il segno della elaborazione o delle loro condizioni materiali, “e tutto questo non derivava da un desiderio di ingannare, ma anzi dal desiderio di rimanere fedele alla concezione originaria dell’opera, con la quale un attacco di asma o una colazione, anche se legate alla vita dell’autore, non avevano nulla a che fare”11. L’ascolto delle intermittences dell’io profondo è quindi il rovescio della desogettivazione: il peculiare erratico e diveniente je proustiano nel suo percorso di identificazione nel tempo si propone e si smentisce, muta e trasmuta, senza che in questo metamorfizzarsi venga smarrito l’intendimento fondamentale dello scriba, che è quello di costruire.

Su quella effigie blanchiana, pallida, estenuata ed efebica Proust modella la delineazione del ritratto di Miss Sacripant, ad opera di Elstir, che visualizza il carattere intrinsecamente ambiguo, trascorrente, ermafrodito, maschile-femminile, del segno artistico, come di quello letterario, carattere in cui lo stesso Proust si riconosceva, come in un autocommento:


Il carattere ambiguo dell’essere di cui avevo sotto gli occhi

il ritratto era dovuto, senza ch’io lo capissi, al fatto che si trattava

d’una giovane attrice d’altro tempo, a mezzo vestita da uomo.

Ma il cappello duro, sotto il quale i capelli erano gonfi, ma corti,

la giacca di velluto senza risvolti che si apriva su uno sparato

bianco, mi fecero esitare sulla data della moda e sul sesso del modello,

dimodoché non sapevo con precisione che cosa mai avessi sotto gli

occhi, salvo il più limpido pezzo di pittura. (…). Nulla in quell’acquerello

era semplicemente constatato di fatto e dipinto per la sua utilità nella

scena (…). Ma, soprattutto, si sentiva che Elstir, incurante di quel che

poteva presentare d’immorale quel travestimento di una giovine

attrice (…), s’era fermato invece su quei tratti di ambiguità come su di un

elemento estetico che meritava rilievo e ch’egli aveva fatto di tutto per

mettere in risalto. Lungo le linee del viso, il sesso pareva sul punto di

rivelarsi come quello di una ragazza un po’ mascolina; poi svaniva, e

più lontano riappariva, suggerendo piuttosto l’idea di un giovine

effeminato, vizioso e meditativo; poi fuggiva ancora, restava inafferrabile.

L’impronta di tristezza pensosa dello sguardo, per il suo stesso contrasto

con gli accessori che appartenevano al mondo della bella vita e del teatro,

non era certo quel che dava minore turbamento. Si pensava, del resto,

che doveva essere artificiosa e che il giovine essere che sembrava offrirsi

alle carezze in quel provocante costume aveva probabilmente stimato

piccante aggiungervi l’espressione romantica di un sentimento segreto,

di una pena inconfessata. In fondo al ritratto era scritto: Miss Sacripant,

ottobre 1872.12


Perché Proust amava tanto quel ritratto di Blanche? Forse perché nella atonale indefinitezza che lo ipersegna percepiva qualcosa come l’evocazione di un momento d’Erwartung in cui tutto era ancora ammissibile? Nel senso che, restituendo una realtà non deformata o eccessivamente stilizzata e intellettualizzata, gli forniva – come un altro sé stesso, un alter ego o un alter idem – il saldo punto di avvio per una soggettiva immedesimazione simpatetica e una successiva trasfigurazione poetica. O per sottrarsi alla diceria che nel ritratto ad opera di un pittore, alla Dürer, e non di uno specialista del ritratto (come scrive Giovanni Macchia sulla scorta di Alberto Savinio) viene fissata la verità del personaggio, che lì prende forma e si cristallizza, in aeternum, pregnante e irripetibile, mentre come per nemesi della persona vivente non resta che un avanzo, una entità residuale che smarrisce le proprie motivazioni a vivere, e defraudata della propria vita svuotata e impressa nella tela defluisce verso la morte?

Questa categoria di ritratto, secondo Savinio, trasfonde sulla tela l’autentica vita del modello, la sua quintessenza, nonché lo sguardo legislatore e il giudizio del pittore sul proprio modello. Tutto viene versato nel ritratto mortale, testamentario, che diviene “più vero del vero”. E scrive Savinio: “Chi sa se Arrigo III oggi vivo, avrebbe ancora il coraggio di farsi fare da Holbein quel ritratto che in una sala del palazzo Corsini, a Roma, lo eternizza in tutta la sua verità?”13. Le attribuzioni delle anime degli effigiati finiscono per incrementare quelle dei ritrattisti. È proprio allo scopo di assecondare l’aspirazione all’immortalità dei propri committenti che i ritrattisti alla Blanche, scrive Macchia, “fanno di quei personaggi un’immagine approssimativa ed eufemistica”14, iperbolizzando i particolari effimeri e inconsistenti: che equivale a un segno di omissione

Contro Sainte-Beuve, Proust rifiuta di consacrare alla Recherche la parte vivente e deperibile di sé (ma all’opera doveva consacrarla in altra forma). Forse ha anche precluso di eternare la verità della sua persona périssable in un altro ritratto che non poteva non essere profanatorio, preservando la propria invulneralibità con l’epoché del proprio indesumibile corpo vivente nella vaghezza di quella discarnata intrasparenza iconica, nella quale la vita trascorre alla maniera di una metaforizzazione, di un transfert (privo di vettorializzazione, ha scritto Roland Barthes15, il linguaggio metaforico opera uno spostamento circolare tra i termini della traslazione, ove nessuno è terminale) che sveli e contemporaneamente salvaguardi le fluttuazioni dell’âme originale. Anche perché la persistenza e l’assenza di metamorfosi (nel senso della stabilizzazione della verità indicato da Savinio) inibiscono il ricrearsi della vita e dell’amore, pregiudicano l’ingresso dell’impensato nell’arte, e non rendono ragione della qualità intermittente dell’identità, vale a dire dell’essere interiore delle persone e delle cose.



Elisabetta Brizio




Note


1) G. C. Argan, Elstir o della pittura, in “Letteratura”, n. 36, novembre-dicembre 1947, p. 209.

2) Cfr. G. Macchia, “Il ritratto di J.-Émile Blanche”, in Proust e dintorni, Mondatori 1989, pp. 118-128.

3) M. Proust, Contre Sainte-Beuve, tr. it. Einaudi, Torino 1991, p. 15.

4) Ibid.

5) Ibid., p. 16.

6) M. Ferraris, “Problemi dell’autobiografia”, in Ermeneutica di Proust, Guerini e Associati, Milano 1987, pp. 87-106.

7) Contre Sainte-Beuve, cit., p. 19.

8) Ibid., p. 104.

9) Ibid., p. 47.

10) Cfr. la prefazione proustiana a J-É. Blanche, Propos de Peintre. De David à Degas, del 1919.

11) A. De Botton, Come Proust può cambiarvi la vita, tr. it. Guanda, Parma 1998, p. 119.

12) M. Proust, À l’ombre des jeunes filles en fleurs. tr. it Einaudi, Torino 1978, pp. 451- 453.

13) A. Savinio, Narrate, uomini, la vostra storia, Bompiani 1942, poi ripubblicato dall’Adelphi nel 1984.

14) G. Macchia, cit., p. 121.

15) Cfr. R. Barthes, Un’idea di Ricerca (1971), in “aut aut”, 193-194, genn.-aprile 1983.