venerdì 10 luglio 2026

Modesto ricordo di Fausto Curi


Vorrei, per ricordare Fausto Curi (docente di letteratura contemporanea all’Università di Bologna recentemente scomparso), partire da un suo articolo marginale e poco noto, dedicato a Gaetano Arcangeli (poeta appartato in vita, pressoché obliato oggi).

Su «Letteratura», nel dicembre del 1968, Curi riconosceva come in Dal vivere di Arcangeli (testo pur così lontano dal suo gusto, «libro pieno di cordiale tenerezza e di fiduciosa pietà», pur ancora in parte immerso nel clima espressivo di un classicismo rondesco appena ravvivato dai bagliori del nuovo, più inquieto e criptico, lirismo di un Ungaretti e di un Sereni) avesse trovato, per via di emotiva consonanza, in quella «poetica giovinezza una figura fraterna»; mentre nell’Anima del mare vi era l’affresco tormentoso, già più prossimo ad una sensibilità pienamente moderna, di un’«infanzia come età senza illusioni e senza gioie, disperatamente sensibile e disperatamente impotente, disperatamente disperata, angosciata dalla vita e dalla morte». 

Ma – e qui, con una sorta di intellettuale parricidio, una generazione sembra recidere il nesso emotivo con quella che la precede – Curi sottolineava come la «sacertà della vita» (che la humanitas di Arcangeli si ostinava, anche qui secondo una lezione classicistica, a salvaguardare) dovesse invece essere «crudelmente profanata perché la verità della letteratura sia verità totale». 

Ed è superfluo, qui, ricordare quella «letteratura della crudeltà», innervata di antimito, antisublime, perdita d’aureola, morte di Dio e del Vate (apertura, ma tutt’altro che resa, e anzi ostinata e consapevole sfida, alle feroci voragini dell’irrazionale), da Sade a Lautréamont al Baudelaire più cruento ed infero ad Artaud fino alla Neovanguardia, il cui scandaglio, la cui teorizzazione e il cui genealogico excursus nelle matrici e nelle germinazioni molteplici rappresentano il contributo certo più caratteristico e duraturo di Curi alla ridefinizione e alla ricalibratura dei canoni della modernità.  

Come ha rammentato Massimo Raffaeli («Il Manifesto», 26 maggio 2026), è singolare l’accostamento dei due maestri, così diversi l’uno dall’altro, ma ugualmente grandi, sotto la cui guida egli si laureò all’Alma Mater, ossia Francesco Flora (di cui Curi non poteva certo condividere l’”orfismo della Parola”, di ascendenza vichiana e foscoliana, ma non senza venature crociane, del tutto inconciliabile con il suo sguardo critico-dialettico, materialista e freudiano) e Luciano Anceschi, da cui recepì invece i fondamenti di una “sistematicità aperta”, di una apertura fenomenologica capace di abbracciare e illuminare le più diverse manifestazioni della poesia e dell’arte senza però dissolvere il proprio oggetto nella genericità ineffabile ed impalpabile di una assoluta “poesia pura”, e anzi vedendo nelle “poetiche”, nella precisa coscienza teorica e tecnica del poiein, un elemento fondamentale. 

Dall’uno, scrive Raffaeli, Curi recepì forse una «attenzione lenticolare alla poesia e ai suoi valori più sottilmente musicali» (oltre che, si potrebbe aggiungere, un peculiare ed anticonvenzionale sguardo sulle avanguardie storiche, se si pensa al saggio di Flora, storiograficamente tempestivo e provocatorio, Dal Romanticismo al Futurismo, del 1921); «dall’altro avrebbe ereditato lo sguardo panottico sulla modernità e la meditazione sulle poetiche d’autore quali organismi autoriflessivi e dinamici». 

La nozione, per lui fondamentale, di modernità, in effetti (a partire da Baudelaire, poeta della profanazione del mito, cantore della carne e del fango, degli scenari urbani traumatici e devastati, della città sventrata che “diviene allegoria” nel senso di Benjamin, ossia come panorama franto, straniato, irto di sovrasensi molteplici ed artificiosi, oscuratasi ormai l’abbagliante immediatezza dei goethiani “simboli”), non restò, nel suo pensiero, qualcosa di fisso e già dato; ma fu, al contrario, un “paradigma” diveniente, polifonico, sempre insidiato e insidioso (anche grazie alla lezione di Kuhn, se non di Feyerabend), variamente sollecitato e sollecitante. 

Ricordo, in Epifanie della modernità, un sorprendente saggio su Alfieri, annoverato (lui che la manualistica corrente tende ad etichettare come classicista per eccellenza, o tutt’al più ad accostare all’ambigua categoria del “Preromanticismo” o del “Neoclassicismo romantico”) fra i precursori della Modernità per gli inquietanti chiaroscuri della figura di Mirra, che intensamente arde della pulsione incestuosa e nel contempo la cela anche a se stessa, con rimozione e negazione quasi freudiane ante litteram («Ma, qual ne sia l’oggetto, né tu mai, / né persona il saprà: lo ignora ei stesso... / ed a me quasi io ‘l niego»). 

Certo, egli ebbe allievi ben più illustri. Ma (si parva licet, e per quel che vale) alcune sue considerazioni sulla critica come forma d’arte, come poème en prose che si adatta, duttilmente, a farsi poème critique, e sulla reciprocità che esiste fra la componente critica e riflessiva insita nella creazione e quella creativa insita nella critica, hanno costituito il fulcro della maggior parte dei miei scritti; sebbene io non sia stato sempre in grado di sottrarmi alla tentazione dell’estetismo e alla seduzione della poésie pure dalle quali invece proprio la critica di Curi, così decisamente antisublime, mette in guardia. 

«La critica, ossia lo sguardo che sollecita le cose per intenderne il senso misterioso e interpretarne le corrispondenze e gli antagonismi, diventa scrittura che si impossessa delle cose e sostituisce al loro corpo opaco e silenzioso il loro riverbero, la traccia netta e luminosa di una presenza abolita e intensificata. Qui nasce la grande critica moderna, l’ermeneutica che analizzando un testo, una musica o un dipinto, un’emozione o un paesaggio, un fatto o un volto, si fa carne delle parole e vita del linguaggio». Così scriveva, riferendosi a Baudelaire, in una pagina di Struttura del risveglio che ho sempre avuto presente, consapevolmente o meno, alla memoria. 

Negli ultimi decenni, il suo interesse sembrò spostarsi sempre più verso Leopardi. Un Leopardi-Baudelaire, per certi versi, il suo: né nel senso di un puro lirismo teso alla «donna che non si trova», all’ideale e rarefatta figura appena intravista come in sogno e che non si rivedrà più «que dans l’éternité»; né in quello, proprio del marxismo più ortodosso, di un “Leopardi progressivo”, dialettico disgregatore di strutture sociali e costrutti ideologici storicamente determinati; ma un Leopardi in cui (specie nel saggio La poetica di Tristano, edito da Mimesis) Curi sottolineava il duplice paradosso di una scrittura, da un lato, oscillante fra articolata, quasi sistematica riflessione filosofica e prosa lirica (e si pensi ancora ad Alfieri, alla prosa come preliminare momento riflessivo, progettuale, ideativo, “nutrice del verso”, secondo una definizione riecheggiata da Leopardi), che quasi rinnega se stessa e auspica la propria distruzione, il proprio catartico rogo («bruciarlo è il meglio») nel momento stesso in cui definisce se stessa come «sogno poetico» e «capriccio malinconico» (ossia già quasi quello che sarà il poème en prose del tardo Ottocento); e, dall’altro lato, di una vita che perdura pur vagheggiando la morte e avendola sempre presente non solo come contrappeso ontologico e complemento e compimento ineludibili ma come possibilità, come potenziale liberazione, stoica affermazione-negazione del Sé (quasi come, di lì a poco, l’Abîme il Gouffre il Néant dei Moderni): insomma di una sensibilità «angosciata dalla vita e dalla morte», come gli era parsa, mezzo secolo prima, quella di Arcangeli.  

Anche in questo senso, in questo cotidie morimur, in questa meditatio mortis, accompagnata da una ostinata e paradossale fiducia, se non proprio fede, nella forza perdurante della Parola, la lezione di Curi (del resto appassionato esegeta anche di Serra, di cui vide, kantianamente, di là da ogni consolatoria chimera di “letteratura pura”, sotto i rigori della dissezione dialettica e della vigile coscienza del moderno, la perpetua sotterranea insidia di un cieco naufragio, da “schiavo della cosa in sé”, nelle seducenti oscurità del noumeno) si risolve in una nobile e alta forma di Umanesimo.  


                                                                      Matteo Veronesi