sabato 13 luglio 2013

Giselda Pontesilli, "Madrigali"




 
Ho il piacere e il privilegio di pubblicare i Madrigali di Giselda Pontesilli. Testi che riconciliano con il passato e con il presente, con la totalità diacronica e onnipresente, onniavvolgente della vita; e, sul piano stilistico, di conseguenza, fondono la musicalità dei madrigali antichi con un respiro metrico insieme breve, rapido, conciso, eppure disteso, melodioso, armonico, specie se considerato a posteriori nella totalità rimeditata della rilettura che ricalca, o ricorda un poco, quello di certo Luzi («Nelle stanze la voce materna / senza origine, senza profondità s'alterna / col silenzio della terra, è bella / e tutto par nato da quella»), o di Betocchi («quel che scrisse il reciproco amore / del fare insieme, senza chieder conto / di nulla che a quell'opera maggiore / ch'era, non si sa come, amore insieme / operante, che gode del suo vivere, / e noi siam nulla, l'abolito seme... / E' l'opera comune che ha valore»). Qualcosa, insomma, di antico e nuovo insieme, nello stile come nei temi.
Il genere stesso del madrigale ritrova la sua vera origine, anzi due delle sue possibili, molteplici origini: materiale e matricale, parola legata alla materia, alla matrice, insomma alla sostanza vitale vera e sentita, e insieme alla madre, alla terra madre, unica e condivisa, origine e fine, sorgente e foce, patria-matria da cui partire e a cui tornare.
Ed è importante, poi, il paesaggio, il senso del paesaggio, che visualizza e quasi cristallizza, matericamente appunto, questo abbraccio e questo nodo del materiale e dell'umano, della natura e del tempo storico, fusi nell'immagine della scuola diroccata, luogo emblematico dell'infanzia, del prendersi-cura, e della scoperta del mondo.
La semplicità, la trasparenza, conquistate, dei versi si intuiscono essere il frutto di "lungo studio" e "grande amore", di un'opera di perfezionamento e pulizia condotta "per via di levare", come negli antichi scultori. Così come l'architettura si riappropria, attraverso l'arte, della natura, grazie alla razionale “naturalezza” degli “ordini” (viene da pensare, leggendo i versi della Pontesilli sugli ordini architettonici che assomigliano alla natura, e che forse proprio per questo sono oggi banditi dallo strapotere, in tutti i campi, della modernità e della Tecnica, alla pagina squisita ed elegiaca di Vitruvio sulla genesi del capitello corinzio, nato dalla natura e dalla morte, dallo spontaneo germinare di un acanto nel vaso deposto come offerta sulla tomba di una fanciulla: simbolo, quasi, della memoria che perdura, che germina e si propaga dal silenzio e dalla quiete di chi non è più, di ciò che non è più, ma che proprio in virtù della sua essenza si fa presente nel ricordo condiviso, come un filo esile che trapassa il muro della morte).
Attraverso l'arte riaffiora la vita, attraverso l'artificio la natura, come nei madrigali della tradizione, nei quali il verso è spesso attraversato dallo stesso brividio di vita, di germinazione, dallo stesso naturale sussurro e vibrio di energie latenti e di potenzialità proiettate verso il compimento, verso l'inveramento dell'incontro e del frutto: «Ecco mormorar l'onde / e tremolar le fronde /
e l'aura mattutina e gli arboscelli, /
e sopra i verdi rami i vaghi augelli /
cantar soavemente / e rider l'orïente». Ma prima ancora, alle origini stesse del madrigale italiano, c'è l'idea ricorsiva della morte e della rinascita, dello sgomento e del respiro, del tempo che, come nella tessitura e nel giro del verso, torna su se stesso e nel contempo si apre a nuove risonanze e a nuove illuminazioni: «tal che mi fece, or quand’egli arde ’l cielo, / tutto tremar d’un amoroso gielo». (M. V.)



MADRIGALI



I
Ero così sicura! Solamente
c'era la sicurezza
di me, del presente
del mio posto centrale, il più reale.
Come una piazza ha il centro
e un faro il mare
come la terra ha il cielo e la bellezza
è assoluta, perfetta
come con noncuranza
ci si sente sicuri in una stanza
così ero io
e qualche amico mio.



II
E' ancora una cosa bella
per me quando sto in treno
vedere, poter vedere ancora
che ora, proprio ora
aveva, avrà un popolo l'Italia
parlò la lingua nostra,
di paese, con tanti accenti
con tanta sicurezza
e i toni erano tanti
tutti eleganti
c'erano sentimenti
in quelle sfumature differenti
come un abito di tanti colori
come i fiori dei campi
come gli allori
dei nostri bei poeti.

III
Ho pensato ai miei studi, questa notte
studi che non ho fatto
un disastro
a cui vorrei rimediare.
E pensavo che ero lì a rifare
il mio dottorato alla Sorbona
e non era com'era stato allora
che non stimavo, affatto, la scuola.

E già c'era il senso, tremendo
del perso
dell'accaduto:
non sapevo più il greco!
e cercavo di apprenderlo da sola.

Era come
è anche ora
ma ancora
io potevo io potrò
rimediare.


IV
Qui fuori al sole
col casale di fianco
io guardo, mentre parlo,
orto e giardino.
Non mi preoccupa niente
quando sto qui -presente-
nel campo del vicino.
Presente?
Sì, perché parlo con lui
veramente
non penso ad altro.

Ma assente, anche, assente
come sempre
perché, veramente,
non è questo! il mio campo
-e arriverà la grazia
di coltivarlo?

V
I cinque ordini
in architettura
sono leggi -armoniche
di Idea
di natura.
Servono a fare
scuole case ospedali
molto semplici,
arieggiati,
cordiali.
Per l'architetto sono
fondamenta, base
(com'è -per il musicista- la base
tonale);
ma oggi lui
non li può onorare,
non glielo fanno fare.

E' per questo
che le scuole,
le case gli ospedali
sembrano deprimenti
micidiali.



VI
Non so, io non contemplo
la natura
forse ho paura del ritmo sempre uguale
che fa il mare, la terra, le stagioni
forse la mia natura è contemplare
qualcosa! nella natura:
un casale, una tomba, la scuola
Felice Trossi”, diroccata,
che è qui vicino e che vorrei salvare.





VII
Ma come siete belli!
voi che fate
le piazze di Grottaferrata,
di Frascati,
di Marino.
Le fate? Sì!
con la vostra presenza:
ora che vi sostate
e passate
tornando a casa
a scuola al mercato.
Poi certo sarà
-super-estrema-super-segreta
-super-indicibile
la vostra sofferenza:
come sempre, come per tutti
oggi, in privato.
Ma intanto qui
coi camini e i balconi
del Seicento
vi riposate
per grazia
di uomini passati
che ve li hanno dati.


VIII
Come se fosse aprile,
o giugno, o maggio,
-e invece è inverno
inverno dello scrivere nemico”-
io mi incammino, oggi,
io penso,
e approvo un sentimento
chiaro, intenso:
è primavera, anche se c'è vento
è primavera! questo brutto tempo

l'assolutissima bellezza della natura
è sicura.

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