giovedì 31 marzo 2016

«Rinasco, rinasco del mille ottocento cinquanta!». Madeleine o straniamento temporale?


"Tunnel spazio-tempo", di Fabio Giovinazzo
 
Apro Pape Satàn Aleppe di Umberto Eco. Naturalmente mi convinco di aver aperto ‘a caso’, sempre che aprire un libro – quel libro e non un altro, a una determinata altezza e non a un’altra – sia un caso. Sono a pagina 24 e trovo una Bustina dal titolo gozzaniano: Rinasco, rinasco, nel milnovecentoquaranta. Così Eco: «La vita altro non è che una lenta rimemorazione dell’infanzia» D’accordo. Ma quello che rende dolce questo rimembrare è che,  nella lontananza della nostalgia, ci appaiono belli anche i momenti che allora ci sembravano dolorosi», come «le notti passate nel rifugio antiaereo». Lo davo per scontato, ma resto perplessa su quel nel che sostituisce il del che figura nell’Amica di nonna Speranza. «Rinasco nel» implica una madeleine: ed è esattamente ciò che Eco ha espresso (mentre io ricordavo solo male, complici anche alcuni manuali). Infatti scrive, pensando alla reintroduzione del grembiule nero nelle scuole: «avverto in bocca 
un sapore di madeleine imbevuta di tiglio, e come Gozzano mi viene da dire ‘rinasco, rinasco, nel milnovecentoquaranta’».
Ma Gozzano ha scritto «rinasco, rinasco del mille ottocento cinquanta», a conclusione del catalogo delle «buone cose di pessimo gusto» date in accumulazione per asindeto, penultima delle quali, in posizione strategica, «il cúcu dell’ore», un richiamo letterale alla dimensione del tempo (e il solo elemento, qui, a sottrarsi alla condizione di fissità). E l’«ora antica» è l’«ora vera», dirà in Torino.
La rima canta : cinquanta davvero traduce l’illusione del tempo ritrovato? Gozzano sembra dire «rinasco del» come se appartenessi all’anno 1850, data impressa nel «dagherottipo» dell’album di famiglia (è il fascino delle date, affine a quello dei toponimi in Proust). L’ennesimo artificio per schermarsi nel datato, nella distanza come via del rifugio, o «per rivivere in altrui», o qualcosa di funzionale al suo «libro di passato», in quanto fattore regressivo? Non soltanto: dire del è come dire che la memoria o l’immaginazione, il vagheggiamento o lo schermo o la fuga, oppure qualcosa di non attingibile e di illambibile come Carlotta ci rapiscono da noi stessi, ci fanno diventare altri da noi, ci indicano altre origini e altre appartenenze. E questo è una specificazione della onnipervadente insistenza gozzaniana a collocarsi fuori del tempo, e inoltre della paradossalità, della qualità statutariamente irrealizzabile dei suoi amori, della sua conclamata propensione per le situazioni in potenza, benché Carlotta fosse diversa dal quadrifoglio: il quadrifoglio non raccolto è il presente desiderabile rifiutato, l’evento d’eccezione cui non prendere parte, Carlotta è il sogno del potenziale e dell’inverosimigliante.
Torniamo alla preposizione del: in Gozzano non è il passato ad appartenerci, siamo noi ad appartenere al passato, anzi ad essere noi stessi figli, prodotti (‘rinasco’) del passato che ricreiamo, che facciamo rinascere mentre in esso a nostra volta rinasciamo, dentro di noi. La memoria, che dovrebbe concorrere alla costruzione del sé, può invece destrutturare, ed essere una deformazione del sé. Così, la memoria e la rievocazione dell’infanzia, del tempo originario, della primavera stagionale che è anche rinascita della vita e primavera, dantescamente, dell’universo, altrove si fanno letteralmente straniamento da sé e dal mondo. «Socchiudo gli occhi, estranio / ai casi della vita. / Sento fra le mie dita / la forma del mio cranio... //  Ma dunque esisto! O strano! / vive tra il Tutto e il Niente / questa cosa vivente / detta guidogozzano!» (La via del rifugio); «Risorge chiara nel passato fosco / la patria perduta / che non conobbi mai, che riconosco» (Paolo e Virginia). Qualcosa di analogo è, in fondo, nella coscienza storiografica. Viene in mente, per pura ardimentosa analogia, Tito Livio, XLIII, 13: «mihi vetustas res scribenti, nescio quo pacto, antiquus fit animus; et quaedam religio tenet», «nel narrare cose antichissime, non so come, l’animo diventa antico, e una sorta di sacro terrore mi possiede».
Anche il gozzaniano «cúcu dell’ore che canta» è la musica del tempo: anzi il tempo spazializzato e misurabile dell’orologio, che si diluisce, attraverso il ricordo, nel divenire del ritmo interiore espresso dai versi. Quel «cúcu dell’ore» ha misurato il passato così come sta misurando il presente. È il passato che perdura nel ‘tempo determinato’ del presente per il manifestarsi del ricordo. È la misura del passato che dirada e relativizza se stessa. Forse una riduzione ironica, e forse pure inconsapevole, dell’«orologio da rote» di Ciro di Pers: «Mobile ordigno di dentate rote / lacera il giorno e lo divide in ore, / ed ha scritto di fuor con fosche note / a chi legger le sa: sempre si more».
Antiquus fit animus: è precisamente quello che accade a Gozzano, anche se per lo storico antico l’esito è la celebrazione, per Gozzano il senso della perdita («le scatole» sono «senza confetti», «le buone cose» sono sorpassate dal tempo). Una circostanza minima come una preposizione potrebbe suggerire un discorso estensibile a tutta la coscienza storica di Gozzano, ad esempio alla sua visione del Risorgimento, quel melanconico mito, quella costruzione eroica, per così dire, liquefatta nella fonction fabulatrice e immersa, quasi dissolta in una atmosfera nostalgicamente evocativa. Oppure alla sua percezione delle antiche radici indoeuropee che egli a tratti sfiorò, la «cuna del mondo», come ormai straniate e remotissime e proprio per questo affabulanti nelle sue letture da Asvaghosa, il Dante del Buddhismo. Una lontananza spaziotemporale in cui, paradossalmente, «l’amico delle crisalidi» poneva la speranza folle e vana, e forse neppure davvero nutrita, in quanto sopravanzata dalla libido moriendi, dello scampo alla «Signora vestita di nulla».
È tipico dei grandi poeti: hanno una loro interna coerenza, che è sotterranea, altrimenti non sarebbe coerenza, ma banalità; e basta un minimo dettaglio perché, nell’interpretazione, quel quasi impercettibile lampo corra en vague, e si trasmetta e si rifletta lungo l’arco vastissimo del loro discorso, mutandone l’aspetto o la parvenza. Ma il rischio della sovrainterpretazione è sempre dietro l’angolo. In questo rischio non è mai incorso Umberto Eco. E se dobbiamo stare, com’è sacrosanto che sia, ai «limiti dell’interpretazione», sarà più difficile mettere i giusti limiti alla nostra commozione, ora che Eco non c’è più, mentre noi lo leggiamo.

Elisabetta Brizio 

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