sabato 17 settembre 2011

UN SONETTO DI RUGGERO CAMPAGNOLI

Ho il piacere di presentare, per gentile concessione, un sonetto di Ruggero Campagnoli, francesista insigne, che ha, come poeta, all'interno del movimento della Neoarcadia, rivisitato lo spirito dell'Oulipo, della letteratura combinatoria, del raffinato e ricercato artificio stilistico, riconducendolo però al rigoroso impiego della forma chiusa, da contrapporre al caos e alla deriva indistinta e indiscriminata di molta contemporanea poesia.
Credo che rare volte, in quel «breve amplissimo carme» che è, con la sua concisione, le sue simmetrie, i suoi interni equilibri, il sonetto, sia stata espressa con tanta efficacia la compresenza, nella sfera della sensualità, di sublime d'en haut et sublime d'en bas, di carnalità greve, quasi grottesca e fastidiosa e puro, enigmatico, immateriale, quasi esoterico, lirismo.
Se le quartine fanno pensare ad un Aretino, a un Giorgio Baffo (tanto amato da Pasolini), non senza, per l'inventiva verbale e la beffarda straniante deformazione, alcunché di burchiellesco, l'associazione (quasi freudiana e lacaniana, eppure calcolata) del nifo al glifo, della carnalità più sgradevole al segno per antonomasia polivalente, enigmatico, sfumato, sacrale, apre una prospettiva diversa e più elevata. E si affacciano, allora, simboli cabalistici (beth, soffio divino e dimora del divino, a cui fanno pensare già i «succhi primordiali» del verso 8, l'acqua primigenia e feconda su cui aleggiava la ruah, lo Spirito; Aleph, l'Origine, l'Albero della Vita; Daleth, il fondamento della conoscenza; Sameh, raggio della creazione, anello dell'eterno ritorno).

E la hyle primordiale, la materia originaria del "succo" da cui nacque la vita, diviene infine eburneo mare, con immagine preziosa, quasi parnassiana o baudelairiana.
Tutto questo macrocosmo di concetti e di simboli chiuso nel microcosmo di un testo forse urtante e spiazzante, eppure originalissimo.


Più o meno da sempre tutte uguali,
Un buco circondato da frittelle
Rosso sangue, né sono le più belle
A averla bella in peli madornali

Piantati nella pelle come pali,
Asparagi in notturni senza stelle,
Nidi di Frisia, spazzole ed asprelle
Su oloturie dei succhi primordiali.

Solo l'amore salva dallo schifo
E trasforma l'orrendo nifo in glifo
In sameh, beit, alef, dalet, in mare

Dove il sogno balugina d'avorio,
Dove miraggia un roseo promontorio
E soltanto la tua mi fa mancare.


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