martedì 29 settembre 2009

Anni di vento - Liriche di Enrico Besso - Il vento veste il verso di musica - di Patrizia Garofalo

La poesia di Enrico Besso è tutta attraversata da accesi e dolenti simboli sacrificali, di una corposità imponente, contratta, michelangiolesca (proprio michelangiolesca è l'icona del Christus patiens con cui il poeta oggettiva la propria esperienza del dolore). Ma anche la voce del dolore, così come il dolore stesso, è infine avvolta, e apparentemente vanificata, dal silenzio, che solca anche le pieghe dei sudari, e fa tralignare le piaghe e il martirio verso l'ultimo fantasmatico non senso. E allora non restano, ad esile, ma vitale ed essenziale, consolazione, che un delicato e finissimo decorativismo floreale, quasi liberty (fatto di fiori che sono parola e suono e insieme realtà, impressione sensoriale e nel contempo sostanza verbale e fonica), e il ricordo trepidante e malinconico, ora accesamente sensuale, ora assorto e chiaroscurale, dei momenti di armonia, di amore, di pienezza - che si fanno a loro volta parola, immagine e poesia, e poi ancora, forse, circolamente, silenzio e perdita. (M. V.)


Le rifrazioni dei versi riportano la voce del tempo non solo come adombramento memoriale ma come esistenza che fragile si muove in mezzo ad un ascolto di sé e dell’essere, con mani piene di vita, e altrettanto pieni di vita sono i versi del poeta, vita respirata per coglierne sapore e odori.

La chiave di lettura è la metamorfosi del ricordo, l’esperienza del cambiamento e della natura che vive, palpitando parole, restituendole al mare, grande pagina di ispirazione di Enrico Besso.
Questo spirituale panteismo protegge l’autore anche nei momenti di sconforto perché dal terreno nasce e persisterà nella voce del vento anche tanto vicino a Dio da far sentire il suo illusivo canto di vacuità. Lo stile di un autore sottende l’anima, la sottolinea nel suo darsi voce colma di sonorità e così, l’ipallage, la sinestesia, il colore che accecante si incupisce come in una vecchia tela dove le tinte vanno scurendosi in basso, stabiliscono un legame indissolubile tra animo e cifra stilistica che ritmica implode ed esplode per diventare marea di nostalgica persistenza.

“S’allumano ammarandosi”: così Besso, in evidente sinestesia tra sfera visiva e auditiva, fissa mirabilmente il verso alla fine, con due doppie non casuali, enfatizzando un verbo onomatopeico che si rifrange nel mistero della vita dopo una giornata in cui “l’ultimo riverbero/ traslucida il colore del sole sulla sabbia… gli occhi si danno campo l’infinito… del giorno agonizzante/ e nell’incanto delle stelle”. Tela, quadro e parole di largo respiro si chiudono in un ermetismo di ungarettiana memoria. Ed è proprio questo l’andare del poeta, quello di aprire orizzonti azzurrati e naufragarvi dentro per il nuovo giorno con incisi mozzafiato, stringenti, accorati, ma di speranza colorati.

Le profumazioni non lasciano la pelle, il giallo torna nel testo a ribadire il ricordo e la ricerca di luce: “pelle brunita tra i capelli un fiore/sabbia, sole, mare e il profumo dei limoni”. E ancora: “bevo l’azzurro pallido dell’onda”.

Poichè “non ha ruota di scorta il cuore… il porto del mio mare è la mia donna,/ la barca accoccolata sulla riva… e vivo navigando con la rotta a sud/ ancora in cerca d’orecchini di ciliegie”. Le parole di Enrico Besso trasportano l’infanzia, i sorrisi delle ricordanze, i giochi, reificati negli orecchini di ciliegie, i capelli al vento, il rimandare al cuore per riafferrare la vita e offrirla vergine di martirio come di resurrezione, bella così come è quando si riesce a parlarne, con il dolore nel cuore ma con apertura ad un infinito fatto di terra, di mani sporche di sudore, rabbia, per prenderne un bacio, per donare a chi crede di vivere: “lo striscio dei papaveri tra il grano/ il pianto d’un bambino appena nato/ e il tocco delicato di una mano… e anche un grido può esser silenzio”.

E’ vero e magari questo grido di silenzio è il più intenso di tutti e scritto su pagine che non resteranno bianche fino a quando sentiremo gli anni di vento non come vuote forme.

Recensione di Patrizia Garofalo

sabato 26 settembre 2009

"L'inadempienza" di Gianfranco Franchi - recensione di Patrizia Garofalo

il dolore è una torre
di pietre
levigate dal ghiaccio.
Nelle segrete della torre
si nascondono i poeti.
Amiamo nutrirci di riflessi di luce (p. 37)

L’indicazione, come una strada, invita dove trovare la “voce”. In alto, nelle segrete di una torre, pietre levigate riflettono luce ma non consentono di scendere e allontanarsi dal male , semmai di precipitare per inabissarsi fino a tornare tra i vivi, per una “incoronata” morte fino all’alba, quando inizierà di nuovo, il tormento di sé.

“Insofferente gigante di carta e fantasia” (p. 85), Gianfranco Franchi scandaglia la sua fragilità e forza, nascita e morte in versi dove la dolorosa coscienza dell’insufficienza della parola è gridata, sofferta, dicotomica, spezzata davanti alla vita che mai potrebbe essere “adempienza”, pena la sua morte.

”dalla poesia corrotto/rovesciai l’innocenza e mi parve rinnovato/il canto degli antichi, la prosa dei presenti” (incisivo l’enjambement che vede insieme l’innocenza del poeta e il canto degli antichi, e colora di nostalgie un passato nel quale Gianfranco trova momentanea identità al suo essere “barbaro”).

Roma e Trieste si conciliano nello slancio che lo vede cercare, nell’annullamento dei confini, una patria ideale che è la parola poetica di cui si ciba e che scorre da sempre nelle sue vene; prima di una nuova e dolorosa coscienza di sé e del vuoto, della desolazione, dell’abbandono, nelle notti prima dell’alba. Si offrirà cantore mendico di una Roma fatiscente , sentirà il sangue della materna Trieste , ormai musa delusa, pulsare nelle vene e scorrere di ricordi.

Il poeta deve naufragare , penetrare, perdersi prima di poter riaffermare la sua voce: “la mia terra m’ha inghiottito e adesso la posso raccontare”, “pagano” (p. 86), consapevole che è insito nella vita il vero insulto alla parola dell’anima , a questo si offre morendo “in vita” per rinascere dagli abissi e dall’Ade da cui risale, angelo-demonio, inviso agli uomini e orrendo essere per un Dio che ha osato sfidare.

L’hybris minaccia il poeta che invece la accetta, la accoglie, la sfida e, ad oscure notti, alterna arriva anche la percezione della vita: “camminammo nella vasca dei cristalli / nella notte dal confine sottile; / allora le onde ci assediavano/ fredde/ inconsistenti,/ e nessuno sembrava avere sguardo./ Ad un tratto pensammo/ di sfiorare/la vita” (p. 56), e poi “ammutinato disertai la rotta/ nella galleria viola nascosto/ artefatto e gracile” (p. 57.

Nella parola “cristallo” e “gracile”, i poeti riguardano da torri di cristallo che facilmente si rompono, si infrangono in silenzi rumorosi , in muscoli contratti dal resistere nonostante la fragilità della coscienza e della consapevolezza dell’essere “fingitori”, intrisi d’arte, letteratura che, nel mentre li definisce poeti, chiede l’odioso patto di un’arte consapevole dell’inadempienza.

La dedizione alla parola, sempre sentita dall’autore (“la radio spenta sembra/ trasmettere voci conosciute”) e l’arte come sublimazione dolorosa dell’essere mi rimandano al patto con il demone (in questo caso angelo precipitato nella ricerca) del Doctor Faustus; le Muse sono spesso invocate nel cammino del viandante, del nomade , del poeta, di Adrian Leverkuhn, quasi supporto alla difficoltà di salire e accettare poi la caduta nella voragine; il sentimento che potrebbe trovare la morte nella sua espansione e coscienza tende ad essere ridimensionato nella razionalità e quasi emarginato, il dolore individuale anche nel Nostro si presta ad ampiezze riflessive sulla storia di popoli, genti, dolori, incontri, nella configurazione di un mondo suicida di sé dopo omicidi consumati di bellezze e antichi splendori.

Il patto sarà violato, la follia condurrà Adrian traditore all’incoscienza di un infanzia e la ricchezza del sentire si moltiplicherà nel poeta dell’inadempienza, in una sfida a resistere anche nella nostalgia, altro grande filo conduttore di queste liriche. Essa invade e si estende nella percezione consapevole, ma non per questo meno dolorosa, di un tempo che non fluisce ma rimanda voci, amori, desideri, passioni che si stampano nella scrittura che li imprigiona e li contiene insieme; non concede dimenticanza , ritorno, memoria d’accompagno proprio per la pagina scritta, che tesse intorno tela di ragno insufficiente all’espansione d’amore, spesso ricacciata ed obliata per non soffrire.

“La nostalgia è nel pianto / d’una madre trascurata /spenta e sofferente /esule eremita/dalla terra dei ricordi". ”Ti ho conosciuta, terra. / Ti ho pianto mare / Sono sceso per la scogliera / Raggiante di speranze -/ Le onde bagnavano i miei piedi. / Nella spiaggia trovai una conchiglia. / Quella morte risuonò a lungo. (p. 42).

Questa ultima lirica, composta di tutte maiuscole a capoverso come se si dovesse prendere fiato più volte e dove l’aggettivo”raggiante”, unico della composizione, è stoppato da un segno orizzontale, viene a significare un fermo volontario all’espansione del sentimento scolpito nella geografia dell’anima dell’autore che prosegue nell’opera in un continuo spartito musicale della coscienza alla quale talvolta concede lacrime e sorrisi in una mancata esecuzione della prossima nota. ”isolato nel mutuo frastuono / Respiro/ fuori tempo…/ la marea cadeva nel cielo /e niente aveva più sfumature / ho assunto /domani uno sguardo nuovo" (p. 74).

Se la poesia è ”Illegittima pretesa d’immortalità” (p. 123), capita che ”la parola ritorna come un torrente di tuoni / ascolto adesso / e finalmente piango” (p. 127).



Patrizia Garofalo 20 novembre 2008

sabato 19 settembre 2009

"Un libro per analessi: note su 'Una terribile eredità' di Gordiano Lupi", di Patrizia Garofalo

Inutile sarebbe indagare e inoltrarsi nella logica di qualsivoglia guerra, salvo rintracciarla nella follia di chi stabilisce le sorti di individui destinati a precipitare nell’instabilità storica, fisica e coscienziale, a partire senza una motivazione plausibile e a nulla anelare tranne che a cercare la propria salvezza a qualsiasi costo. Ma alla guerra non c’è fine: devasta la normalità, le emozioni e i sentimenti, trasmuta ogni vincolo spirituale, sancisce il trionfo della disumanità, sventra ogni tentativo di ricostruirsi con fantasmi che inutilmente tentano di svanire, di rimuoversi, si appropria per sempre del corpo, è un attraversamento di dolore che assiste all’annientamento della vita insieme al sovvertimento dei valori.

Una terribile eredità di Gordiano Lupi (Perdisa 2009) si sgrana pagina per pagina sia in immagini dure e distaccate, in una impartecipazione quasi da terza dimensione, sia in aperture a grandangolo nel cui alternarsi assiduo risiede l’originalità dell’autore.Ogni parola rimanda al cuore la sofferenza del protagonista nel perdurare dell’orrore, lacerante, senza rimedio e senza respiro. L’animo e lo sguardo dello scrittore sono al di qua di qualsiasi giudizio o interpretazione; mai omologazione dunque, ma identità precise e irripetibili, sofferte, “persona” nella sua unicità è il protagonista, delineato attraverso un realismo forte a tratti da reportage giornalistico, e al contempo accompagnato da uno scrivere riscaldato dalla pietas. L’esperienza reale trasmuta in quella scritturale, luogo d’elezione in vista della memorabilità degli eventi.

Lo stile del romanzo, simbiotico al contenuto, è controllato da una sapiente paratassi e da una punteggiatura che si sgretola mimando, reificando quasi, i ritmi dell’orrore e del dolore; arrivano al lettore input parossistici nella forza espressiva delle immagini che sempre più intensamente comunicano l’avvertimento della catastrofe. “La terra non ce la faceva più a sopportare il peso dei suoi morti e quasi rifiutava di ingoiarli e di dargli sepoltura”.

Mi sovviene Ungaretti in Non gridate più; ma nella guerra di questo racconto, dove il protagonista resta fermo alla fase della pena, mancano la fede e la tensione a un altrove mistico, il riscatto, la pace, la possibilità di sollevarsi da un’esistenza stagnante nel tragico: “Dove esiste la fame non esiste la vita”; “Qualcuno comprenda che non c’è fine all’orrore”.

Mi sembra che ciò voglia dirci questo avvincente libro. Trovare come unico sfogo la soppressione di innocenti vite per cibarsi della loro carne altro non è che lo stigma enfatizzato di una guerra che segnerà un ritorno nella propria terra con un’eredità raccapricciante: “Per tutti sono un povero pazzo e posso dire quello che voglio”. La pazzia quindi, l’insania come unica libertà anche se si sta marcendo dietro alle sbarre. L’antropofagia, paradossalmente, nell’introiezione dell’altro potrebbe essere letta come atto di amore e di lutto (cos’altro è l’elaborazione del lutto se non l’introiezione del soggetto dell’abbandono?). E in sequenza partono le immagini che scandiscono la storia del protagonista, stringono l’animo e ci fanno partecipi di quel dolore presente e della retrospezione.

L’irreversibile itinerario verso la follia nella disseminazione della propria individualità-identità indurrà il protagonista a coniugare insania e pena, capacità di uccidere e al contempo di continuare ad amare, e in tal senso Gordiano Lupi finisce per addentrarsi negli interstizi dell’umana psicologia quale buio perenne: come altrimenti coniugare amore e morte visto che sono isolatamente irriconoscibili? Nel protagonista più che a un inaridimento spirituale si assiste al pronunciamento della sovrana indissolubilità di amore e morte. E il suo responso di reduce finirà per vaticinare tale verità-enigma, in una visione tutt’altro che contemplativa del vero.
Le onde del mare si frangevano sul muro in granito, screpolato e distrutto in più punti… dove si faceva più forte il sapore del mare, i palazzi colorati di rosa e di giallo mostravano alla forza del vento un antico splendore… di quella regione ricordo solo un deserto infinito…
Le scimmie ci fanno troppa pena… gridano come bambini disperati… Un pianto stridulo. Terrorizzante. Muoiono per il dolore… il passato tornava come una scure selvaggia a decapitare i sogni… compresi presto che con quell’incubo avrei dovuto convivere per tutta la vita… bevo quel sangue a lungo poi stacco le labbra ho paura che i ragazzi comprendano quello che mi sta accadendo… io non sono un vigliacco, scappo per amore… dal deserto dell’Angola si torna, non si torna da quello dell’anima. È anche questo la guerra; non poter disinnescare una bomba che si ha dentro.

Il figlio dagli occhi come quelli di Clara c’è, lasciato, ritrovato, lasciato di nuovo… gli vuole bene, lo va a trovare e rende più accettabile la follia. L’eredità è lì, in un pacchetto ben legato con le ultime notizie di un articolista del Granma, un pezzo di carne ben salato dal profumo dolciastro”. Emblematica oblazione: paradigma e lascito di dannazione o di reciprocità d’amore.

Patrizia Garofalo

settembre 2009

La presentazione del libro di Gordiano Lupi avverrà il 9 dicembre 2009 (ore 16.30) presso la Biblioteca Ariostea di Ferrara con presentazione di Patrizia Garofalo. Sarà presente l’autore.

sabato 12 settembre 2009

UNA POESIA DI LUCA CANALI NELLA LETTURA DI ELISABETTA BRIZIO

All'interno della vasta opera letteraria di Luca Canali (uno dei massimi latinisti contemporanei, autore, fra l'altro, di una acclamata traduzione di Lucrezio), la figura del poeta può apparire quella meno rilevante. Una lettura come quella di Elisabetta Brizio ne evidenzia, invece, l'assoluto valore, e l'organico, necessario rapporto con l'insieme dell'attività dell'autore.

Era, del resto, un lettore d'eccezione - anch'egli, come Canali, sapiente navigatore degli abissi verbali e musicali, pullulanti di gorghi, allucinazioni, giochi d'eco, inganni rivelatori, abbacinanti morgane – quale Andrea Zanzotto a sottolineare, recensendo La deriva, che «non si passa impunemente attraverso quell'oceanico incastro di contraddizioni che è la Roma antica, in cui un ostinato tentativo di prassi “logica” resta travolto e fratto nella più surreale delle putrefazioni di palazzo e di massa, nella frizione continua fra un teatro della ragione e un teatro della follia».
Il mondo antico, con le sue rovine, i suoi frantumi, la sua «catena di fantasmi», guidava, e insieme vincolava, «il movimento dell'io verso i forni crematori della depersonalizzazione». Canali stesso, in una poesia del Naufragio, diceva di aver gettato la propria vita «tra pietre ed erbe di un antico impero / di violenza placato tra rovine».

Una disperazione, quella del poeta, aggiungeva Zanzotto (sintetizzando una condizione che potrebbe valere per tutti gli scrittori che hanno accettato di immergersi nella Palus Putredinis della contemporaneità, e tentare di attraversarla), che sottintendeva però l'«attesa di un ethos rinnovato», di un vivere autentico ritrovato attraverso la catarsi della sofferenza.

«Scrivo sentendomi male, dice Ottiero Ottieri in Campo di concentrazione, con sforzo, superando a denti stretti l'angoscia diffusa, la noia, la lieve paura che si diffonde». Il male e la terapia finiscono, nell'atto della scrittura, per convergere e fondersi. Il nesso di letteratura e vita non si stringe e non si attorce più nella gioia della pura bellezza, ma, piuttosto, nel travaglio di un'autocoscienza tormentosa, che pure rende l'esistenza più consapevole, più profonda e più autentica (o forse ne dà solo l'amara illusione?).

Ad ogni modo, è chiaro che, in Canali, il tradurre si è riflesso sul poetare (o viceversa), e l'una e l'altra attività sono divenute le due facce, i due lembi del brillio duplice ed uno che sgorga da una stessa facoltà letteraria, da una stessa esperienza umana ed intellettuale.
Davanti a certi versi stridenti, balbettanti, a certi ritmi angolosi e franti, a questi versi che paiono arieggiare, distorcendolo e straniandolo, l'incedere quieto e marmoreo degli esametri, come non pensare al traduttore lucreziano, e di riflesso allo stesso Lucrezio, o viceversa: «Brucia l'intima piaga a nutrirla e col tempo incarnisce, / divampa nei giorni l'ardore, l'angoscia ti serra». La temporalità dell'angoscia, dell'ossessione, della coazione a ripetere, del desiderio incolmabile ed inesauribile, con il loro moto immobile, la loro frenetica paralisi, anticipano, sulla terra, il tempus aeternum del nulla che segue la morte. La funzione della parola letteraria (il suo non didascalico e non dogmatico ethos, se proprio ne ha uno) risiede forse proprio nel rendere conoscibile, esistibile, in qualche modo vivibile, quel nulla.

M. V.


********************************


Vaghiamo ubriachi di benzodiazepina,
automi che aziona non più l’energia di un progetto,
ma lo stimolo dell’iminodibenzile in una tresca di pupille
dilatate, acqua cupa di stagno in cui annegano le identità
e ammiccano le omertà di subconsce rassegnate agonie.
Ma una voce forte e normale, se si ode, le infrange in una diaspora
di terrori riassommati che corrono a rifugiarsi in una solitudine
di cuscini, di lame, di lacci per la soluzione finale.

*

Piango a dirotte lagrime le miserie del mondo,
rispecchiate e contorte in un elegante rifugio di folli,
tra illusioni di affetti, in rigide gerarchie di funzioni,
di neutri gestori del morbo armati di terapie,
di sigle su flebo, di laidi profitti, di brevi
esecuzioni sommarie fra elèttrodi omologati dal tedio,
se tramonta l’angoscia su una quiete spettrale o sul rictus
di un clan di dementi avvinghiati agli uncini della norma.

*

Siamo qui ad un passo dalla morte,
dalla deformità, dall’insania,
ognuno con lo sguardo fisso in un punto dello spazio
o sulle foglie oscillanti oltre i vetri in una tregenda d’inni
di guerra ascesi dalla vita spegnendosi in un murmure di pietà
tra i cavalieri disarcionati di questa disperazione senza approdi.

*

Odio gli aromi dell’estate
brulicanti e lesivi nella bassa
pressione instillata dai psicofarmaci.
Rimpiango il gelo dei vicoli
e dei cortili infervorati da una fede
quando la mente sembrava una sciabola di battaglia,
lineare e illusoria al pari di una rivolta di poveri,
una pleurite secca curata con l’aspirina.

(Ancora dalla clinica)


Quando e perché in poesia si va a capo, si domandava Antonio Porta esibendo una certa perplessità per una consuetudine di per sé quasi scontata. L’andare a capo non implica soltanto uno slittamento del senso deputato ad espandersi nel verso successivo, come spesso accade anche in assenza dell’enjambement attraverso interni rimandi, rime a distanza e parole chiave che obbligano il lettore a riconsiderare il testo nel suo insieme. Farsi una domanda del genere equivale secondo Porta al riconoscimento dell’antidogmaticità e della problematicità della poesia, luogo d’elezione per la rivelazione di intuizioni originarie privatamente avvertite ma universalmente condivise dalle anime nella stratificazione del tempo. Compaiono in Ancora dalla clinica di Luca Canali (tratta da Il Naufragio, Milano 1983) alcuni a capo sotto forma di enjambement (es.: “pupille / dilatate”, “solitudine / di cuscini”, “brevi / esecuzioni sommarie”, “rictus / di un clan di dementi”, “inni / di guerra”) tutt’altro che casuali e dal forte impatto per la ricercata rimarcatura enfatica di una situazione tragicamente anomala. Ma eccentrica, lascia intendere Canali, solo fino a un certo punto.

La clinica è spazio “letterale”: delinea l’incapacità umana a realizzarsi, l’inoltrarsi oscuro nella follia, è un vaticinare l’insensatezza e il disfacimento. Impone un codice di comportamento vòlto a contenere l’instabilità, è “quiete spettrale”, esistenza stagnante, spegnimento, dimenticanza, deriva. Il suo linguaggio è una quest in vista della spiegabilità di sé stessi, un sopralinguaggio, un linguaggio per iniziati. Nondimeno, la clinica è luogo metaforico, profezia: in essa si cerca di afferrare il nesso tra l’individuo e il proprio destino, dunque allude alla vita stessa. Che può essere necessaria e differente, insinuando l’incertezza nelle convinzioni della ragione. La clinica sintetizza le conclusioni ultime della vita, indicandoci che nell’insania potrebbe nascondersi una superiore lucidità (“le parole / sembrano senza senso o troppo vere”, Clinica nel vento); essa è l’oggettivazione del senso di labilità che inerisce l’uomo in quanto tale. La dimensione della malattia è il contesto dell’autentico e della verità (“piango a dirotte lagrime le miserie del mondo / rispecchiate e contorte in un elegante rifugio di folli”).

Si domanda Plantagenet, protagonista di Lunar Caustic di Malcolm Lowry, “se il dottore non si chiedeva mai che senso c’era nell’adattare dei poveri matti a un mondo nocivo sul quale matti solo più scaltri esercitavano un’egemonia quasi suprema, dove il comportamento nevrotico era la norma, e non c’era altro che l’ipocrisia a rispondere alle fiamme del male”; e sostiene, con esplicito riferimento a Rimbaud, che “quel senso di decadenza, la necessità di distruggere il passato, il senso di vertige” attiene al “mondo intero”. Una volta fuori, le “sbarre” dell’ospedale psichiatrico saranno sempre presenti e percepite come impedimento spirituale. E non è casuale che solo attraverso un volontario ricovero ospedaliero Plantagenet scopra gli umani sentimenti: “È abbastanza strano, non le pare, che io abbia dovuto fare tanta strada, dall’Inghilterra a questo manicomio, per trovare due persone che mi stanno veramente a cuore.”

La prospettiva metaforica in Luca Canali rinvia a un nichilismo ulteriore, che quasi rinuncia agli interrogativi fondamentali: non siamo di fronte a un’etica dell’indifferenza - o dell’indifferenziazione, dell’omologazione: qui si ridescrive un umanesimo consapevole senza travestimenti né profetismi menzogneri. Non è possibile, in altre parole, che la condizione umana possa riscattarsi da sé stessa. E il rictus allora diventa lo stigma di una contrazione forzata non più solo contingente: “cosa c’è dietro il vuoto che talvolta / appare nella vita?” (Ipotesi).
In questa “clinica in versi” che è Naufragio Canali - in uno stile confessionale che veicola la propria rapsodica autobiografia - ci presenta un’odissea dello spirito che ha come destinazione l’approssimazione al vero e il ritorno a una presuntiva normalità in termini di conquista di una qualche rassegnazione dopo aver scandagliato momenti significativi del passato, dove tanto il ricordo che le trasposizioni metaforiche dell’esperienza vissuta acquistano senza infingimenti una valenza paradigmatica:

La mia vita aveva radici
avvelenate. Ora che non ho
più vita, ma una sequela
di giornate slegate, allucinate,
il veleno è passato
nella mia voce altezzosa
o in apparenza dimessa. Non prendetela
dunque sul serio, è solo
una foce di rivi
inquinati da amore
di arido falansterio o da odio
dolente d’integri vivi.

(Metàstasi).

Come non pensare alle aforistiche riflessioni di Gesualdo Bufalino in Diceria dell’untore - Istruzioni per l’uso: “Tema dell’olocausto: la malattia come stigma-stemma, itinerarium necis che ambisce a farsi itinerarium crucis, vanitosa imitazione di Cristo. Così la malattia sfiora i confini oscuri del sacro. (…). Tema della guarigione come infrazione, tradimento di un patto mafioso fra moribondi, sospensione a divinis, degradazione (e tuttavia umanamente sperata con susseguenti malefedi di comportamento). (…). Tema dell’occultamento: il sanatorio non solo campo di sterminio, ma anche isola, fodero, castello d’Atlante; la morte come tana prudente. (…) Tema della memoria e del sogno, con confini incerti fra l’una e l’altro.”

Nel suo soggiorno - ideale e idealizzato - nella clinica l’autore si incarica di tradurre l’angoscia propria e collettiva senza risparmiare l’esposizione dei propri sentimenti e senza indulgere alla strategia della rimozione. La disseminazione dell’individuo è pressoché totale: ritualità ossessiva, stallo, insignificanza della ripetizione, stazionare in uno spazio reclusorio, l’identità perduta che si tenta di riedificare attraverso la poesia come segnale di presenza (“ho il vizio di scrivere ma non / la virtù di vivere”, A una figlia ignota), luogo testamentario dell’infandum, dove il passato stesso è oggetto di interpretazione più che di nostalgia. Una identità residuale e intermittente che costantemente si confronta con le proprie ricordanze e con il proprio sottosuolo, con lo svanimento degli affetti e con l’esilio di una desolante estraneità: “mi avete abbandonato (…) / al silenzio / di un telefono, perno dell’abiura / del polisenso verbo dell’esistere” (Agli amici); e ancora:

Non il pegno
di un nostro comune lessico
dimenticato m’ispira, ma il patto
di conservare il senso, il simbolo di un’idea
fraterna in così estranea
durezza che attornia
i superstiti.

(Fantasia)

Nonché con gli automatismi e con gli asettici orrori della clinica, in un raffronto continuo tra i diversi piani dell’io a livello storico-temporale. Ma il parallelo si allarga anche al diverso ruolo che il protagonista di questa discesa infernale ha svolto nel tempo: egli è stato figlio, seppure “per ingorghi ereditari o confuse / esperienze” ha in testa “solo scissi neuroni” (Paragone); marito, padre: “ma ad un certo punto ho generato una vita” (Dare e avere)
Uno scetticismo talora elegiaco (“amavo i ponti / sul fiume ma ora / soltanto le assenze”, Atmosfere) che più avanti nel libro darà luogo a una verbalizzazione radicalmente diversa e a un dettato poetico più scomposto pur nella ricercata rinuncia al superfluo oltre il reagire del protagonista assortamente immerso nel campo semantico della propria autoreferenzialità. Con l’introduzione di una sottile e correttiva ironia verbale in accenti e sintagmi che mimano una decomposizione spirituale e che qualificano l’attraversamento dell’insania come una questione non solo privata o limitata agli astanti della clinica. A un certo punto del libro comincia la svolta formale e la medesima consapevolezza passa attraverso nuove soluzioni espressive: una struttura versale più agile a rima prevalentemente interna si sostituisce al verso lungo dall’andamento narrativo (anche per l’assenza della rima e degli enjambement che accompagnavano la riflessione dell’autore) che, in armonia con i contenuti, vagamente ricorda il Ginsberg di Howl. Lo stesso materiale verbale, talora forzato al limite del divertissement, pare smentire l’abisso e aggirare la possibilità di esser preso sul serio (tutto è parzialmente vero e parzialmente falso, sono veri i ricoverati della clinica o saranno veri gli altri?), facendo riconfluire la credibilità nell’autoirrisione dell’illusione semantica e della balbuzie ontologica:

per la sinistro convessa - fulcro
a livello del primo
metàmero lombare - andrò alla Messa
ultro (spontaneamente in latino)
con mente serena

(Referto radiografico).

“Tale tendenza - scrive Giacinto Spagnoletti nella prefazione al libro - non cambia la sostanza delle cose ma ne aumenta il potere dissolvente (…). Ed è in questa omologazione dell’ossessione verbale con la piattezza della vita, per sempre ridotta ai livelli minimi, la novità tematica” del libro. È l’unica aspettativa di questa disperazione senza la speranza di una riconquista della sintesi, una chance affidata, nel corso del libro, all’imprevedibile potere detenuto dalla lingua e dai suoi artifici retorici in vista di un protettivo mascheramento ironico.

In Ancora dalla clinica la declinazione del verbo al presente è funzionale: se l’evento non è deprivato della forma della soggettività è comunque costantemente ridefinito sotto una luce oppressiva, patisce un arresto continuo che non lascia intravedere una svolta. Emblematizza tutto l’orrore del succedersi di avvenimenti minimi in un tempo scandito dai protocolli sanitari. All’uso del verbo al presente si sottraggono nell’opera le memorie risorte attraverso “lo zoom del ricordo”.

Ma l’atemporalità è multipla: nella sospensione temporale della realtà della clinica, nell’espandersi e ritrarsi senza illusioni dalla vita anteriore (è inutile cercare la fuga, anelando a essere in altri luoghi dell’esistenza trascorsa), nella dismissione di un ego che non ha origini precise e riconoscibili, nell’aver ormai disimparato il passato. Nel carattere di inevitabilità che assume la dimensione della malattia, pur nell’integrità della coscienza.

La medicalizzazione attraverso le benzodiazepine - nell’attacco verbale che qualifica significativamente la trasmissione del messaggio poetico - costituisce l’unico input all’azione di automi in “rassegnate agonie”. L’avversativo “ma” posto immediatamente dopo non cambia una situazione di fatto descritta nel continuum narrativo, introduce piuttosto un richiamo nell’auctoritas del codice della norma a un ordine che ricomponga la dispersione in una relegazione forzata dove incombe l’idea della vita percepita come morte. Ma la clinica in fondo - pur essendo “un elegante rifugio di folli” - rispecchia “le miserie del mondo”. Che altro è la vita se non un declino spirituale in un perpetuo illudersi nell’autenticità degli affetti, nell’esistenza della libertà, un soggiacere in qualità di vinti a revocabili vincitori come in un campo di battaglia? L’esistenza è uno sguardo da recluso oltre i vetri - “lacrimosi”, avrebbe aggiunto Sergio Corazzini - non oltrepassabile confine verso la libertà. E l’estate stessa, evocata nell’ultima strofe, non è che il detestabile emblema dell’esplosione della vita, il cui senso resta inattingibile. Forse anche per questo il poeta nei versi conclusivi dice di rimpiangere il gelo dell’inverno, quella stagione - in un dolente rovesciamento di metafore - anteriore all’”apparir del vero”.


Elisabetta Brizio

venerdì 11 settembre 2009

MARGHERITA GADENZ, "UN ANDITO"

Di fronte a questi versi di Margherita Gadenz si sarebbe tentati, a prima vista, di parlare – ricorrendo ad una definizione di comodo, e spesso ipostizzata o strumentalizzata - di “poesia femminile”. Tipica di quest'ultima parrebbe la sensualità accesa ed intensa, tradotta e rispecchiata in una materia verbale agitata da palpiti, spasmi, fremiti (si vedano le vibranti allitterazioni di tre versi mirabili: “a sagomarci il sesso a labbra strette / pieni di umida paura nella Venezia / senza sole”).

Eppure, l'autrice si discosta dalle semplificazioni e dalle degenerazioni che questa poetica sensualistica (si pensi all'erotica dell'arte teorizzata da Susan Sontag in opposizione, peraltro legittima, ad ogni tecnicismo ermeneutico e ad ogni monopolio ideologico, metodologico, interpretativo) può produrre nella poesia femminile meno misurata e meno avveduta.

In lei, semmai (come nella Plath o nella Bachmann, nella Lasker-Schüler o nella Rosselli, insomma in autrici dal respiro moderno ed internazionale), la sensualità trova il suo controcanto esistenziale complesso, problematico, per certi aspetti nobilmente tragico, in una assidua e convulsa vigilanza intellettuale, razionale, che si traduce in coscienza stilistica e in lavorio formale. È nel pensiero, nella parola, nello stile che la carne viva, il corpo estatico o sofferente trovano il proprio silenzio e la propria espressione più veri, la propria forma scolpita e il proprio segreto moto, il proprio venire alla luce ed inabissarsi in se stessi, nel proprio oscuro gorgo – il pieno e il vuoto, la memoria e l'assenza, la soddisfazione e la mancanza, il baciare chi non c'è - infine, la propria discreta celebrazione, in un andito, e il proprio martirio glorioso.

Del resto, ciò che l'immagine, la parola, la voce evocano e ridestano - come un fascio di luce intermesso e sfrangiato da un trilite – è proprio e sempre una presenza-assenza, un segno-ferita - l'essere e la sua latitanza, il suo iato, la sua - direbbe Lacan – béance. (M. V.)


Un andito, un piccolo pertugio
dove tu ed io ci siamo spinti fino a toccarci il petto
notturni in pieno giorno
a sagomarci il sesso a labbra strette
pieni di umida paura nella Venezia
senza sole

di sopra tua madre con l’aria da zingara
nerastra cucinava un minestrone
a mille foglie

Non ricordo nemmeno se ho mangiato

ti ho baciato tutto il viaggio di ritorno
anche se non c’eri

16 maggio 2009

Margherita Gadenz