mercoledì 29 aprile 2009

L'ESTETISMO (IL CULTO DELLA BELLEZZA NELL'ARTE E NELLA SCIENZA). SUGGERIMENTI PER UN PERCORSO

In linea generale, per estetismo si può intendere ogni visione della realtà e della vita che si fondi sui valori estetici, o che faccia di essi un imprescindibile punto di riferimento (come scriveva D'Annunzio in una pagina del “Piacere”, la Bellezza è l'”asse interiore” degli artisti e degli uomini d'intelletto, e li preserva, anche quando si abbandonano agli eccessi e alle arditezze dell'Oltreuomo e del dandy, dal precipitare nella totale abiezione, nella perdita di qualsiasi equilibrio, ragionevolezza e misura).

In filosofia, l'estetismo si sarebbe manifestato, a parere di Michele Federico Sciacca (“L'estetismo, Kierkegaard, Pirandello”), già presso i greci (si può considerare, ad esempio, l'importanza assoluta, l'onnipotenza incontrastabile che all'arte della retorica, della persuasione, della parola letterariamente elaborata riconoscevano i Sofisti, o alla visione platonica del bello ideale).

Tuttavia, è con Kierkegaard, e in particolare con il “Diario del seduttore”, che esso viene fatto oggetto di una riflessione filosofica e speculativa specifica, anche se non sistematica, dogmatica o dottrinaria. Lo “stadio estetico“, incarnato dal poeta, e ancora legato all'esteriorità e all'episodicità delle sensazioni, dei desideri, delle fascinazione, della seduzione (attiva e passiva) appunto, rappresenterebbe, lungo il “cammino della vita”, un grado di perfezione interiore e di rigore morale inferiore rispetto a quello “etico” (rappresentato dall'uomo sposato, che con la sua coerenza, la sua serietà, la sua scelta proiettata verso l'eterno sarebbe il contrario dell'”amante”, appassionato ma volubile) e a quello religioso, rappresentato dalla figura del mistico, che si abbandona con tutto il cuore e tutta l'anima alla volontà di Dio, come Abramo che si dice e si dimostra disposto a sacrificare alla Divinità il figlio Isacco.

Eppure, è stato osservato che i tre stadi sono in qualche modo collegati, e legati, per così dire, da una continuità esistenziale. L'uomo sposato, prima di essere marito, è stato amante, e deve in certa misura continuare ad esserlo, perché il matrimonio non dovrebbe estinguere il suo sentimento; mentre lo “scrittore religioso”, in quanto, in parte, egli stesso “poeta”, conserva in sé qualcosa della passione per la bellezza e della sublime ispirazione che erano propri dello stadio estetico.

Ciò non toglie che comunque, per Kierkegaard, “ogni esistenza di poeta” sia di per se stessa “un peccato mortale”, perché il poeta “preferisce scrivere che vivere”, antepone la sensuosa astrazione della creazione artistica all'immediatezza e all'autenticità dell'esperienza umana e dell'impegno etico. La celebre “scheggia nella carne” (affine del resto al tormentoso “pungolo” esistenziale di cui avevano parlato sia Euripide che san Paolo) altro non sarebbe che la scrittura, il “furor scriptorius”, la tentazione di sacrificare tutta la propria esistenza alla missione artistica e alla vocazione espressiva e formale dello scrittore.

Di estetismo si è potuto parlare anche a proposito di Nietzsche, la cui “Nascita della tragedia” (che influenzò profondamente la poetica teatrale esposta da D'Annunzio nel romanzo “Il Fuoco”) vede proprio nella poesia tragica di Eschilo e di Sofocle (e specialmente nelle sue parti liriche e corali, dunque più soggettive) l'espressione più alta e libera del “dionisiaco”, cioè dell'incondizionata espressione degli istinti vitali, senza più alcun vincolo morale e religioso.
Viceversa Schopenhauer, sulla scia dei romantici, vedeva nella musica una vera e propria “metafisica in suoni”, un “linguaggio più puro della stessa ragione”, un'arte eterea e sublime capace (come la poesia di Petrarca, vicina alla purezza e all'eterna serenità dei modelli ideali platonici) di svincolare l'uomo dalla materialità degli istinti e dalle grevi catene della “Volontà di vivere”, che spinge tutte le creature e a vivere per continuare a vivere, e dunque, con tragico paradosso, a soffrire per continuare a soffrire.

Ma di estetismo in senso lato, nella letteratura italiana, si potrebbe parlare, con molta cautela, anche per Foscolo e Leopardi, data l'importanza che essi assegnano alle consolatorie, per quanto razionalmente inconsistenti, “illusioni” estetiche, e alla funzione rasserenatrice della poesia e della Bellezza.

Si possono vedere al riguardo “Le Grazie” del Foscolo e “Alla sua donna“ di Leopardi, due opere intrise di platonismo estetico e pervase dallo spirito del cosiddetto “neoclassicsimo romantico”, come lo chiamava Walter Binni (un classicismo, cioè, che alla venerazione dell'antico unisce la sofferta consapevolezza storica del suo ormai irrevocabile tramonto).

Discorso non diverso nel Carducci delle “Odi barbare”, che canta il “desiderio vano de la Bellezza antica” e proclama che “sol nel passato è il Bello, sol ne la morte è il Vero”.

All'estetismo è stata ricondotta (cfr. ad esempio Mario Petrucciani, “La poetica dell'ermetismo”) anche la poetica ungarettiana ed ermetica della Parola pura, assoluta, incondizionata, eterna, immune dalle contaminazioni del tempo e della storia: una poetica che del resto fu direttamente influenzata da D'Annunzio (“O poeta, divina è la parola; / ne la pura bellezza il ciel ripose / ogni nostra letizia; e il Verso è tutto”, si legge in un sonetto della raccolta giovanile “L'Isotteo”), del quale peraltro l'ermetismo rifiutò certi eccessi retorici ed oratori e certi toni troppo altisonanti.
Nella letteratura inglese, l'estetismo può essere rappresentato, in senso lato, sia da poeti preromantici e romantici (o meglio ascrivibili a quel “classicismo romantico” di cui si è parlato) che da scrittori decadenti.

Tipico esempio questi celebri versi dell'”Endymion” di Keats, che ispirarono, forse, lo stesso D'Annunzio:

A thing of beauty is a joy for ever:
Its loveliness increases; it will never
Pass into nothingness; but still will keep
A bower quiet for us, and a sleep
Full of sweet dreams, and health, and quiet breathing.
Therefore, on every morrow, are we wreathing
A flowery band to bind us to the earth,
Spite of despondence, of the inhuman dearth
Of noble natures, of the gloomy days,
Of all the unhealthy and o'er-darken'd ways
Made for our searching: yes, in spite of all,
Some shape of beauty moves away the pall
From our dark spirits...

Qui come in Foscolo, la Bellezza, la Poesia, l'Armonia, sottraendosi alle “fredde ali” della morte, “vincono di mille secoli il silenzio”, e danno la certezza, o ameno la salutare e salvifica illusione, dell'eternità e dell'immortalità.

Anche in arte, l'estetismo (che si manifesta tipicamente nelle tele raffinate, sensuali ed inquietanti di Gustave Moreau, ammirato da decadenti francesi come Mallarmé e Huysmans, autore del celebre romanzo-saggio programmatico“À rebours") affonda forse le proprie radici nella sensibilità neoclassica.

Basti citare il saggio che Walter Pater, massimo teorico dell'estetismo inglese (o per meglio dire del cosiddetto “decadentismo estetizzante”) dedicò a Winckelmann, il teorico del Neoclassicismo al cui ideale estetico, fatto di “nobile semplicità” e “serena grandezza”, di compostezza, equilibrio e misura pur nella solennità, di limpidezza ed armonia anche nell'espressione dei sentimenti, dei dolori e delle passioni, si possono ricondurre pure le foscoliane “Grazie” (si vedano il frammento della “Danzatrice” e quello della “Vergine romita”).

Il saggio di Pater, incluso nel volume “The Renaissance: Studies in Art and Poetry”, si apre con un richiamo a Johann Wolfgang Goethe, il grande poeta tedesco che aveva saputo, come Foscolo e come Leopardi, superare le barriere fra classicismo e romanticismo, affermando il suo supremo ed eterno ideale di armonia fra vita e opera, fra arte e pensiero:

"GOETHE’S fragments of art-criticism contain a few pages of strange pregnancy on the character of Winckelmann. He speaks of the teacher who had made his career possible, but whom he had never seen, as of an abstract type of culture, consummate, tranquil, withdrawn already into the region of ideals, yet retaining colour from the incidents of a passionate intellectual life. He classes him with certain works of art, possessing an inexhaustible gift of suggestion, to which criticism may return again and again with renewed freshness. Hegel, in his lectures on the Philosophy of Art, estimating the work of his predecessors, has also passed a remarkable judgment on Winckelmann’s writings:–"Winckelmann, by contemplation of the ideal works of the ancients, received a sort of inspiration, through which he opened a new sense for the study of art. He is to be regarded as one of those who, in the sphere of art, have known how to initiate a new organ for the human spirit.” That it has given a new sense, that it has laid open a new organ, is the highest that can be said of any critical effort. It is interesting then to ask what kind of man it was who thus laid open a new organ. Under what conditions was that effected?".

Agli occhi di Pater (e di Goethe), Winckelmann sa guidare platonicamente il suo lettore, grado per grado, fino alla contemplazione del Bello ideale ed assoluto, che rasserena l'animo e lo immerge in una tersa sensualità intellettualizzata.

Nell'àmbito della letteratura francese, d'obbligo il richiamo all'”Hymne à la Beauté” di Baudelaire, in cui la Bellezza appare come una sorta di spietata ed impassibile Sfinge, di supremo e perfetto Ideale che esige, dai suoi adoratori devoti e rapiti, ogni sacrificio, fino a quello estremo della vita.

“Vieni tu dal cielo profondo o sorgi dall'abisso, Beltà? Il tuo sguardo, infernale e divino, versa, mischiandoli, beneficio e delitto: per questo ti si può comparare al vino.
Riunisci nel tuo occhio il tramonto e l'aurora, diffondi profumi come una sera di tempesta; i tuoi baci sono un filtro, la tua bocca un'anfora, che rendono audace il fanciullo, l'eroe vile.
Sorgi dal nero abisso o discendi dagli astri? Il Destino incantato segue le tue gonne come un cane: tu semini a casaccio la gioia e i disastri, hai imperio su tutto, non rispondi di nulla.
Cammini sopra i morti, Beltà, e ti ridi di essi, fra i tuoi gioielli l'Orrore non è il meno affascinante e il Delitto, che sta fra i tuoi gingilli più cari, sul tuo ventre orgoglioso danza amorosamente.
La farfalla abbagliata vola verso di te, o candela, e crepita, fiammeggia e dice: "Benediciamo questa fiaccola!" L'innamorato palpitante chinato sulla bella sembra un morente che accarezzi la propria tomba.
Venga tu dal cielo o dall'inferno, che importa, o Beltà, mostro enorme, pauroso, ingenuo; se il tuo occhio, e sorriso, se il tuo piede, aprono per me la porta d'un Infinito adorato che non ho conosciuto?
Da Satana o da Dio, che importa? Angelo o Sirena, che importa se tu - fata dagli occhi vellutati, profumo, luce, mia unica regina - fai l'universo meno orribile e questi istanti meno gravi?”

Oltre e più che armonia ed equilibrio, però, la “Beauté” baudelairiana è, come quella di de Sade, un morboso intrico di sofferenza, impurità, abiezione, consapevole e volontaria degradazione - frammiste però, in Baudelaire, ad un incrollabile e contraddittorio slancio metafisico verso l'Ideale, l'Infinito, l'eterno.

Non facile, come sempre, il riferimento alle discipline scientifiche. Tuttavia, si possono ravvisare anche in esse aspetti di equilibrio, armonia, corrispondenza, simmetria, che soddisfano le aspettative estetiche dei sensi e dell'intelletto umani. Basti pensare alle “funzioni simmetriche” e ai “gruppi armonici” in matematica, alla sezione aurea nel mondo vegetale, alla presenza di forme geometriche nelle piante e negli insetti.

Diceva Einstein che, quando era indeciso fra due equazioni, sceglieva, d'istinto, “la più armoniosa”, e (in polemica con la fisica quantistica, basata sul probabilismo e sul'indeterminazione teroizzati da Heisenberg) che “Dio non gioca a dadi con l'universo”. Agli occhi di Einstein, le equazioni di Bohr, di Maxwell, di Planck rappresentano “la più alta forma di musicalità nella sfera del pensiero”. E a criteri di simmetria e di armonia risponde anche la tavola degli elementi di Mendeleev (vedi http://www.disf.org/Voci/34.asp).

Al contrario, forme e correnti artistiche novecentesche antitetiche all'estetismo (come l'espressionismo, e in generale tutte le avanguardie, nella letteratura e nell'arte, l'atonalismo e l'”emancipazione della dissonanza” in musica) insisteranno, viceversa, sulla disarmonia, il disordine (anche se spesso, come voleva il simbolista Rimbaud, “ragionato”), la dolorosa deformazione, l'esasperazione del concreto, del corporeo, del materico, a volte dello sgradevole e del traumatico.

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