mercoledì 29 aprile 2009

LA SIMBOLOGIA DELLA LUCE IN DANTE, LEOPARDI, NIETZSCHE

Fra le prose lirico-meditative che formano, intrecciandosi ed intersecandosi, la complessa trama di Così parlò Zarathustra, ve n'è una intitolata (con tono fra goethiano e leopardiano) Il canto notturno.

Il testo sembra essere pervaso da una serie di echi danteschi, che possono aiutarne la comprensione. Ciò sembra paradossale, se è vero che per il filosofo Dante era «la iena che fa poesia nelle tombe»; ma si sa che Nietzsche è un perenne ed incarnato «segno di contraddizione». «Fontana zampillante», «solitudine cinta di luce», «silenzio assorto degli illuminati»: tutte espressioni che ricalcano la «visione metamorfica» e la mistica e la metafisica della luce degli ultimi canti del Paradiso (il «lume in forma di rivera», il «miro gurge», la Vergine «fontana vivace» - anche se, a quest'ultimo riguardo, si è ipotizzato che Nietzsche avesse nella mente e negli occhi le sgargianti e scenografiche fontane di Roma, che avevano ammaliato prima di lui gli scrittori barocchi, e poi Rilke).

Ad ogni modo, con o senza una mediazione dantesca, è chiaro che qui si ritrova, come in Dante, la «luminosissima tenebra», la «tenebra piena di luce» di Dionigi l’Aeropagita, di Bonaventura e, in generale, della mistica medievale: una luce sovrumana, oltreumana (il «trasumanare» di Dante, nel primo del Paradiso, di fronte all’epifania del divino, il suo divenire letteralmente «più-che-uomo», potrebbe forse, in questo senso, essere cautamente accostato all’Oltreuomo di Nietzsche?), tanto intensa ed abbagliante da oscurare lo sguardo, da divenire invisibile, e da confondersi, così, con le tenebre.

D’altra parte, già Eraclito, su cui Nietzsche aveva lungamente meditato, definiva il Logos come una sorta di coincidentia oppositorum, come unità e conciliazione delle antinomie: il logos (cito a memoria) è, fra le altre cose, inverno-estate, sazietà-fame, luce-buio.

Evidente, nel contempo, la presenza di temi romantici, primo fra tutti quello della Sensucht (le «illuminate notti del desiderio» sono appunto, nel testo tedesco, «die erhellten Nachte der Sensucht»): desiderio inappagato di conoscenza, senso struggente di privazione, di lontananza, di orfanità; hegeliana «coscienza infelice» che deve rassegnarsi all’impossibilità di «essere tutto», di conoscere ed abbracciare l’universo con un solo sguardo avvolgente.

Anche qui, forse, vi è un sentimento simile al rammarico di Dante per non potere «significar per verba», cioè esprimere con il linguaggio umano l’esperienza del sovrumano, della «luce intellettual piena d’amore». La voce dei beati «al segno d’i mortal si soprapuone».

L’immagine della luna, poi, è di chiara risonanza romantica, da Goethe al Novalis degli Inni alla notte (con cui questa pagina di Nietzsche ha molti punti di contatto), fino, ovviamente, al Leopardi del Canto notturno e di Alla luna.

In particolare, si può far riferimento ad un altro celebre testo dello Zarathustra, Della visione e dell’enigma, 2: «Lo stesso chiaro di luna e io e te presso la porta maestra, sussurrando fra noi, sussurrando di cose eterne – non dobbiamo essere tutti già esistiti?». Il chiaro di luna, con la sua tersa immobilità, con la sua inalterabile purezza, si fa simbolo dell’eterno ritorno dell’uguale, del tormentoso rinnovarsi del dolore: «E tu posavi allor su questa selva / sì come or fai, che tutta la rischiari».

Anche nel Canto notturno, l’orbita e le fasi della luna sono specchio dell’eterno ritorno, della ciclicità inesorabile ed indissolubile: «Ancor non sei tu paga / di riandare i sempiterni calli?». Ma, se in Leopardi la rimembranza è avvolta dalla dolcezza ed associata alla consolazione, anche qualora concerna eventi e situazioni dolorosi, in Nietzsche essa è invece fonte di angoscia, legata appunto all’ossessione dell’«eterno ritorno dell’uguale» – a quella che Freud chiamerebbe «coazione a ripetere», e che Montale, nelle Occasioni (e per l'esattezza nella poesia A Liuba che parte), rappresenta con la metafora della «fioca litania» del treno, dell’«orrida / e fedele cadenza di carioca».

Peraltro, l’amor fati dell’Oltreuomo, il suo finale «sacro dire sì» all’esistenza, la sua vitalistica accettazione, superano, o si sforzano di superare, questa stessa angoscia – cosa che Leopardi, nella Ginestra, si proporrà di fare con la «social catena» eretta contro la crudeltà della natura-matrigna.

Tornando alla simbologia della «porta carraia» che rappresenta l’«eternità dell’istante», la metatemporalità del kairòs attraverso cui perpetuamente transita il reiterarsi del tempo ciclico, è interessante notare che Nietzsche cita direttamente il Canto notturno leopardiano in apertura della seconda delle Considerazioni inattuali, Sull’utilità e il danno della storia per la vita: da Leopardi, il filosofo trae la rappresentazione della beata inconsapevolezza della bestia che, ignara della sua creaturale «miseria» e metaforicamente avvinghiata al «piuolo dell’istante», non percepisce il divenire del tempo e della storia e il suo angoscioso, immutabile ripetersi – a differenza dell’uomo che ne è, invece, tormentosamente, e quasi eroicamente, conscio.

Gli accenni (non molti in verità, ma pregnanti) di Nietzsche a Leopardi "poeta-filologo, capace di fondere ispirazione ed erudizione, sono riuniti in un volumetto pubblicato da Adelphi. Di Antimo Negri si può vedere il libro «Interminati spazi ed eterno ritorno. Nietzsche e Leopardi». Sulla filosofia di Leopardi e in Leopardi sono fondamentali, ovviamente, i libri di Emanuele Severino.

In un percorso (o tesina) multidisciplinare che abbia per oggetto la luce (e nel quale materie come Fisica, Inglese, Francese e Storia possono essere inserite senza forzature), due autori italiani collegabili, con qualche cautela, al Canto notturno dello Zarathustra di Nietzsche sono, probabilmente, Dante (accostamento forse più ardito, anche se più originale) e Leopardi.

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.